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Attualità

Noi e il nostro passato permanente  

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L’infanzia come fatto esistenziale ha prima di tutto un diritto: quello di non poter essere giudicata. Perché nessun bambino ha una colpa a prescindere e nessun bambino può rispondere al mondo di ciò che ha vissuto e ha dovuto patire.

di Anna Maria Antoniazza

C’era un bambino e il suo silenzio, la sua infanzia insondabile, il modo di vedere il mondo che conosce solo lui.

C’era un bambino che guardava le stelle e immaginava che oltre agli esseri umani esistessero anche altre forme di vita.

C’era un bambino che piangeva e rideva, a fasi alterne, in balia degli eventi della vita, della ricchezza e della povertà, della fame e dell’abbondanza, di una istruzione o di una totale assenza di scuola.

C’era un bambino che è diventato poi un adolescente, spesso irrequieto, che ha avuto difficoltà come tutti ad intraprendere la sua strada nella vita ed affermarsi come Persona, come essere umano.

E questo adolescente una volta diventato adulto, non siamo che noi e il nostro passato permanente, che ci ricorda in modo assordante e fluido ciò che abbiamo vissuto e ciò che inesorabilmente vorremmo dimenticare.

Non importa chi sei, da dove vieni, e neanche se la famiglia pur esistendo c’è stata oppure no.

Non importa neanche il peso dei ricordi, perché quelli, belli o brutti, rimangono come tatuaggi dell’anima e sono indelebili. Anche cercando di cancellarli, ne rimane la ferita su una pelle consumata dal tempo.

Quando si parla dell’infanzia, quando si parla di bambini, nessuno può erigersi a grande giudice di una dimensione della vita che oltre ad aver contraddistinto tutti, ci riporta ad una realtà delle cose che al tempo, in quegli anni non avevamo neanche la sensibilità o la giusta dose di giudizio per valutare ciò che ci stava accadendo e metabolizzarlo dentro di noi.

L’infanzia come fatto esistenziale ha prima di tutto un diritto: quello di non poter essere giudicata. Perché nessun bambino ha una colpa a prescindere e nessun bambino può rispondere al mondo di ciò che ha vissuto e ha dovuto patire.

Quando vedo maestre, insegnanti, tentati psicologi o psichiatri parlare di infanzia, mi vengono sistematicamente i brividi: percepisco un senso arrogante di giudizio, come se tutto fosse già stato deciso dall’alto della loro cattedra e della loro fantomatica esperienza, come se quella dimensione della vita dovesse essere sottoposta ad un metro di giudizio che non conosce differenze rispetto ai grandi comportamenti coscienti di un uomo o una donna.

Tutti siamo state lumache, chiuse dentro il guscio di quegli anni, spesso con prepotenti adulti disposti a tutto pur di farci uscire e schiacciare l’unica sicurezza che potevano avere e che era proprio quel guscio.

Esattamente come in ”La fine di Harold” (J.T. LeRoy, 2003): lumache piccole come unghie.

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