Nicaragua distrutto da ottant’anni di dittatura. Il popolo lotta e muore.

By 3 agosto 2018Mondo, Primo piano

Oltre quattrocento morti negli ultimi cinque mesi. L’ultimo presidente aveva promesso pace e prosperità. Ora in Nicaragua c’è miseria e violenza.

di Vito Nicola Lacerenza


Dal 19 aprile scorso migliaia di nicaraguensi sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del presidente 72enne Daniel Ortega e le forze dell’ordine, agli ordini dello stesso presidente, sparano uccidendo diversi manifestanti. Negli ultimi tre mesi sono 458 le morti accertate, ma il bilancio potrebbe essere più pesante. Squadre di “ufficiali di polizia volontari”, paramilitari al servizio di Daniel Ortega, catturano i dissidenti all’interno delle abitazioni, facendoli sparire nel nulla. La polizia fa licenziare i medici “colpevoli” di curare gli “oppositori del governo”, la maggior parte dei quali sono studenti universitari. Vittime sacrificali della lotta contro la tirannia che si protrae ormai da 81 anni.

La promessa di “ Nicaragua libera, democratica e in pace” era stata fatta proprio da Daniel Ortega 39 anni fa. All’epoca era a capo delle milizie della FSLN (Fronte Sandinista per la Liberazione Nazionale). Truppe di contadini, studenti, operai e intellettuali prestati alla guerra che il 19 luglio del 1979 sfilarono trionfanti per le strade della capitale nicaraguense, Managua, dopo aver spodestato Anastasio Somoza de Bayle, ultimo membro della dinastia di dittatori che dal 1937 governava il Nicaragua. Anche i Somoza stroncavano le proteste con inaudita violenza. Erano divenuti noti per far gettare i dissidenti politici nel vulcano Masaya, a venti chilometri da Managua. Durante il regime di   Anastasio Somoza de Bayle la polizia  uccideva i giornalisti.

Ha fatto il giro del mondo il video dell’esecuzione del corrispondente americano Bill Stewart, finito con un colpo di pistola mentre era ammanettato con la pancia a terra. Da guerrigliero patriota  Daniel Ortega aveva promesso di porre fine agli orrori della dittatura ma oggi, che è presidente del Nicaragua, si accanisce sui cittadini con la stessa violenza del regime dei Somoza. Dal 1800 fino alla seconda metà degli anni novanta, il Nicaragua, uno dei Paesi col suolo più fertile del mondo, è stato oggetto delle brame colonialiste degli Stati Uniti che nell’arco di un secolo e mezzo hanno invaso il Paese 8 volte, instaurando “governi fantoccio” subordinati agli Stati Uniti.

La dittatura dei Somoza era “filo USA” e le multinazionali americane controllavano gli immensi campi di caffé, cacao e zucchero nicaraguensi. I contadini che vi lavoravano erano costretti a spendere gran parte del loro salario per affittare un appezzamento di terra. Sebbene Daniel Ortega, divenuto presidente, abbia concesso ai contadini il possesso della terra e abbia debellato l’analfabetismo nel Paese, non è riuscito a porre fine alla stridente disuguaglianza sociale presente in Nicaragua. Mentre la maggior parte della popolazione soffre la fame e vive di lavori saltuari guadagnando poco più di 3 euro al giorno, Ortega e il suo establishment si impadroniscono delle compagnie finanziarie del Paese.


Umberto Ortega, fratello del presidente, dopo essere stato nominato Ministro della Difesa, è diventato uno dei più “brillanti” uomini d’affari del Nicaragua amministrando compagnie statali. L’attuale dittatura sembra del tutto uguale alla precedente. Persino il sentimento anti-americano, nutrito da Daniel Ortega durante la guerra civile, sembra scomparso. Negli anni ottanta il presidente faceva bruciare i libri scritti in inglese, “lingua del nemico imperialista americano”, mentre oggi permette alle aziende statunitensi di aprire prestigiose sedi nel cuore della capitale.

Lascia un commento