Connect with us

Cinema & Teatro

Napoli. Una recensione leggera a ‘Pour un oui ou pour un non’ di N. Sarraute

Published

on

Tempo di lettura: 3 minuti

Il non-senso delle parole nella commedia di Nathalie Sarraute per la regia di L. Pizzi andata in scena al Mercadante di Napoli

di Gian Marco Ferone

Il 9 febbraio ho assistito alla rappresentazione di Pour un oui ou pour un non (1982) di Nathalie Sarraute al Teatro Mercadante di Napoli. La regia è di Luigi Pizzi e l’interpretazione di Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Ne sono rimasto entusiasta.

È innanzitutto divertente notare come questo lavoro della Sarraute venga descritto da alcuni come un dramma, da altri come una commedia. A me sembra che non si possa definirla e basta, poiché non succede niente. Ci sono due amici – vagamente caratterizzati come anziani intellettuali appartenenti al ceto medio – che parlano. Di che parlano? Delle parole. Non c’è altro. A questo punto il lettore avrà già pensato: «cominciamo bene!» Un po’ di pazienza, mi spiego.

In effetti il dramma potrebbe stare nella testa di chi è entrato in sala convinto fosse una buona idea provare a seguire l’opera attentamente, in tutti i suoi momenti, senza lasciarsi prendere dal proprio ronzio mentale – e anche dalla noia per la conversazione dei due vecchi bacucchi intellettualoidi. Gli esponenti del nouveau roman, la tendenza letteraria in cui viene inserita dalla critica la Sarraute, erano d’accordo su una sola cosa: basta con le vecchie forme letterarie. Da membro del pubblico, io mi dovrei sentire a questo punto autorizzato a dire basta con le vecchie forme di attenzione. Immagino la Sarraute sarebbe d’accordo (o almeno i suoi critici lo sarebbero), considerato che il carattere principale della sua letteratura viene identificato con la frammentazione.

Stessa conclusione si può trarre se ci si attiene all’etichetta ancora più precisa (qualcuno direbbe restrittiva) data alla Sarraute e agli altri scrittori della sua stessa tendenza: école du regard, “scuola dello sguardo”. Il principio formale è il ruolo principale dato alle cose in scena, teatrale o romanzesca che sia, e allo sguardo che le coglie. Grazie a Dio questi autori ci hanno liberato della concezione antropocentrica della narrativa. Allora che si lasci vagare l’occhio sulla scenografia, sugli altri spettatori, sulle uscite di emergenza. Ci è finalmente concesso, approfittiamone. Solo a questo modo si può stare davanti all’opera di Nathalie Sarraute, alla regia di Pizzi e al lavoro dei due attori, e soprattutto goderseli.

Orsini e Branciaroli sono bravissimi in questo senso. Fanno di tutto per portare lo spettatore contemporaneo – che è scaltrito, dalla bassa soglia di attenzione e indaffarato – a distrarsi. Assistere alla loro interpretazione è esattamente come assistere a un litigio fra due sconosciuti. Si è curiosi all’inizio, ma dopo poco il disinteresse ha la meglio. Le parole passano del tutto in secondo piano e sta qui, a mio modo di vedere, l’elemento di riflessione sul “potere delle parole” che si vuole trovare in Pour un oui ou pour un non. Che potere hanno le parole? Nessuno, o almeno non ne hanno più per l’uso che se ne fa. I protagonisti si contendono la ragione al fondo del loro distacco, alternandosi nella difesa di due posizioni contrapposte – letteralmente quella del sì e del no – cui non tengono veramente, passando da una parte all’altra senza problemi, per il solo gusto del flatus vocis. Il battibeccare infantile gonfio di citazioni dei due protagonisti è il sottofondo perfetto per divertirsi ai loro movimenti corporei, alla maniera in cui si guardano fintamente in tralice come fanno i fidanzati quando litigano per non annoiarsi, a come si prendono in giro, a come si muovono nello spazio borghesissimo e maneggiano libroni e oggetti di design.

A questo punto si può parlare della scenografia, a mio parere meravigliosa. Al centro del palcoscenico sta un divano rosso, accerchiato da mobilia bianchissima e pareti nere di grafite su cui i due attori, anche loro in nero, scrivono le parole su cui si arrovellano gracchiando come cornacchie. La luce proviene da due fonti: una lampada sul tavolo alle spalle del divano e da una finestra attraverso cui viene fatta realisticamente variare. Il fondale – nero – è preceduto da tre alte librerie bianche, in cui stanno libri dalla copertina e il dorso bianco senza scritte, intorno cui i due attori più volte si inseguono con le parole e con i corpi. Gli oggetti e i costumi sono tutti moderni e ciò contribuisce non poco a concedere a chi guarda il permesso di vagare con la mente, facendolo sentire a casa nel tempo e nello spazio.

Per concludere, all’inizio ho trovato che il dramma potrebbe stare nel tentare di guardare la rappresentazione senza distrarsi. Vale la pena ora chiedersi cosa ci sia di comico. Senza dubbio le reazioni di chi fra il pubblico si è alzato a fine spettacolo dalla propria poltrona commentando riguardo presunte speculazioni metalinguistiche, citando autori tenuti pronti per essere sfoderati, esattamente al modo dei due vecchi amici sul palcoscenico. Se soltanto avessero prestato attenzione!

Credit Photo: Amati Bacciardi

LEGGI ANCHE

Lettere a Yves, a teatro l’amore eterno di un mito immortale

Print Friendly, PDF & Email