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Cinema & Teatro

Mezzalira al teatro Manzoni di Roma, fra commedia e giallo

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Tempo di lettura: 6 minuti

Un racconto tragicomico che, ai toni brillanti della commedia all’italiana, mescola le tinte fosche del giallo e che invita lo spettatore a guardare attraverso il buco della serratura della casa della famiglia Mezzalira

Di Francesca Rossetti

Al Teatro Manzoni di Roma è in scena fino al 2 aprile la commedia brillante “I Mezzalira – Panni sporchi fritti in casa” e ne parliamo con la protagonista Agnese Fallongo e il regista Raffaele Latagliata.

Come nasce “I Mezzalira – Panni sporchi fritti in casa” e di che cosa parla?

 “E’ un racconto tragicomico che, ai toni brillanti della commedia all’italiana, mescola le tinte fosche del giallo e che invita lo spettatore a guardare attraverso il buco della serratura della casa della famiglia Mezzalira per rintracciare il proprio personalissimo passato, e ricostruire così la propria storia, la storia della propria famiglia… non sempre perfetta proprio come quella dei protagonisti della nostra storia.  Il tutto  restituito attraverso un linguaggio dal sapore dialettale e inconfondibilmente nostrano che non si cristallizza in un unico dialetto, ma tende piuttosto ad una forma meticcia e di pura fantasia, nella quale il pubblico può riconoscere una sfumatura del proprio vernacolo, ma mai una vera e propria appartenenza.”

Chi è Agnese Fallongo e come nasce la passione per il teatro come attrice e come drammaturga?

“Ho iniziato a scrivere un po’ per gioco e un po’ per amore, quando ho cominciato ad osservare le persone, ad ascoltarle, a frugare nelle loro storie più intime e personali. Sono partita dalla mia famiglia, assillando i miei parenti più stretti per cercare di estorcere loro i dettagli più divertenti e folkloristici della nostra storia familiare.

Essendo nata a Roma da padre toscano e da madre sarda, ho sempre mostrato un particolare interesse per il concetto di terra, di origini e, di conseguenza, per il tema dell’identità. All’inizio appuntavo tutto nel mio taccuino, oppure registravo le interviste con un semplice dispositivo vocale. Nel tempo, però, mi sono resa conto di aver raccolto un materiale talmente cospicuo da spingermi a strutturare il lavoro in maniera più sistematica e, successivamente, a rivolgere la mia curiosità verso personaggi del tutto sconosciuti, distanti da me sia per vissuto che per età.

Una cosa, però, iniziava a delinearsi in maniera sempre più nitida: il mio particolare interesse per le persone anziane, quelle nate nella prima metà del secolo scorso, per intenderci. D’altronde il passato ha sempre esercitato un grande fascino sulla mia persona. Se è vero che l’intensità del vissuto prescinde dall’età, è altrettanto vero che chi ha macinato tanta vita, nella maggior parte dei casi, ha tanto da dire e tanto da insegnare. Intervistare gli anziani – quelli che chiamo affettuosamente “i nostri nonni” – mi ha aperto una finestra sul presente molto più ricca e consapevole.

Il mio lavoro drammaturgico, quindi, si è successivamente strutturato in questo modo.

A seconda dei differenti progetti e del contesto storico che scelgo di indagare, parto sempre da un’approfondita documentazione storica che integro, in un secondo momento, con le testimonianze dal vivo. Negli ultimi anni ho intervistato decine e decine di persone: pescatori, artigiani, reduci di guerra, prostitute, suore, sacerdoti e chiunque avesse voglia di condividere il suo vissuto. Ho imparato che non bisogna mai sottovalutare le persone, le storie più incredibili si nascondono spesso nei cuori più semplici. Successivamente, dopo questa prima fase di ricerca, romanzo e rielaboro il tutto attraverso la mia sensibilità, con l’intento finale di tradurlo in testi teatrali. Una drammaturgia al femminile, che attraversa presente e passato con una particolare attenzione per le donne dimenticate, per i reietti, per gli ultimi.

L’obiettivo è quello di toccare delle corde universali che, attraverso il legame con le storie vere e gli accadimenti storici, creino un intreccio emotivo delicato ma forte. Lo spettatore, grazie anche all’ausilio della musica dal vivo, viene coinvolto in una storia collettiva fruibile e tragicomica, in cui possa ritrovarsi alternando riso e commozione, proprio come nella vita.”

La ricerca delle origini e il rapporto con la propria famiglia per apprendere importanti lezioni di vita da chi ci ha preceduto

 “La “famiglia” è il complesso delle persone di una stessa discendenza, legate dal vincolo del sangue e della tradizione. Tutti ne hanno una, tutti gli esseri umani condividono uno stesso status quo: quello di “essere figli” di qualcun altro. Eppure nessuno può scegliere la propria famiglia, nessuno potrà mai decidere chi sarà il proprio padre o la propria madre biologica. È’ così, è un fatto incontestabile: il “patto di sangue” rimane inscindibile. Lo spettacolo, in virtù della sua volontà di sfiorare il presente utilizzando il passato, ormai cifra stilistica della coppia Fallongo-Caputo, si collocherà in un tempo/non tempo e in un luogo/non luogo, per poter restituire un’universalità ad ampio spettro, nella quale ogni spettatore potrà scegliere di ritrovarsi e di ritrovare un pezzo della propria famiglia e della propria storia.”

Cosa si intende con “teatro di narrazione”?

“La narrazione delle vicende, in cui tragedia e commedia si confondono continuamente ,procede attraverso una girandola vorticosa di ricordi rivissuti dal nostro protagonista, ma restituiti sempre “in assenza”. Egli presterà la voce al se stesso bambino, al se stesso ragazzo e al se stesso uomo, ma in realtà sarà sempre assente dalla scena. L’intera vicenda familiare, seppur legata dal fil rouge della narrazione, si estrinsecherà per lo più in forma dialogica e gli altri personaggi si relazioneranno sempre con lui ma questi rimarrà defilato fisicamente dalla scena in modo che il passato, quello cui la memoria del protagonista/narratore riesce a dare forma, venga incarnato nel presente, disarticolando e riarticolando il tempo della storia nel tempo del racconto. L’obiettivo è quello di recuperare la potenzialità della grande tradizione orale italiana in cui, per mezzo della rievocazione, ciascun individuo possa ricostruire e dare forma al suo passato. Ma, in questo caso, il tempo passato del monologo prefigurerà quello che per il pubblico è ancora a venire. Il racconto, quindi, renderà il futuro un futuro sul quale non si potrà più agire, nonostante la continua speranza di poterlo fare.”

Il titolo è un insieme tra un famoso detto, “I panni sporchi si lavano in famiglia” ed il titolo di un famoso film “Pomodori verdi fritti”: cosa è nato dall’unione dei due?

“I panni sporchi si lavano in casa”, dice un antico proverbio popolare.  Sempre meglio mantenere le questioni familiari all’interno delle mura domestiche piuttosto che coinvolgere individui estranei nelle proprie faccende personali. Eppure, quelle mura non sempre bastano a contenere i segreti, i tabù e i non detti della famiglia Mezzalira che, proprio come l’olio delle olive che raccoglie, scivola in una spirale di infausti accadimenti che la indurranno, inevitabilmente, a scendere a patti col mondo esterno.”

 Chi è Raffaele Latagliata e come nasce l’esperienza della regia teatrale?

“Dopo un lungo  percorso come attore e dopo importanti esperienze di collaborazione alla regia al  fianco  di Gabriele Lavia, Gianfranco  De Bosio, Daniele Salvo, Daniele Pecci, decido di   dedicarmi prevalentemente alla regia firmando alcuni spettacoli che hanno come elemento comune quello di mettere in scena testi che appartengono originariamente  alla letteratura tra cui: La Grancontessa, tratto dall’omonimo romanzo di Edgarda Ferri, La donna alata, tratto dal romanzo Notti al circo di Angela Carter; Metamorfosi…il viaggio, da Ovidio. Pianoforte vendesi, tratto dal romanzo di Andrea Vitali e Favole al  telefono tratto dall’omonima raccolta di Gianni Rodari e  altri.

Inizio, poi, una sodalizio artistico con Agnese Fallongo, Tiziano Caputo e Adriano Evangelisti che,  con  ”I Mezzalira, panni sporchi fritti in casa”, giunge al nostro terzo spettacolo prodotto dal  teatro  degli Incamminati in collaborazione con Ars Creazione  e Spettacolo”.

Cosa indica l’olio in questa commedia?

 “L’olio simboleggia lo spartiacque del binomio più antico della storia: il servo e il padrone, colui che lavora e colui che comanda, chi produce l’olio e chi lo possiede, chi può friggere tutti i giorni e chi non può friggere mai.

L’elemento scatenante del dramma ha origine proprio da una frittura fatta con l’olio”.

Il ruolo di Petrusino e come si uniscono passato, presente e futuro in un unico divenire

 “Le vicende della famiglia Mezzalira vengono raccontate da Giovanni Battista Mezzalira detto “Petrusino”, il più piccolo della famiglia che, una volta adulto, traccerà un vero e proprio arco della sua esistenza, in un caleidoscopio di ricordi che attraverseranno una vita intera, una vita fatta di luci, ombre e colpi di scena all’interno del medesimo focolare domestico. Petrusino sarà costretto a fare i conti con i fantasmi del passato per poter scendere a patti con il presente, scoprendo di non essere stato il solo a custodire un segreto”:

Tiziano Caputo ed il ruolo della musica

 “Lo spettacolo contiene musiche originali composte da Tiziano Caputo ed eseguite dal vivo. Alla parola si alternano dei contrappunti sonori, realizzati in scena dagli attori stessi per restituire le atmosfere e creare suggestioni. Si ricorre, invece, alla musica ogniqualvolta le parole, non potendo reggere il peso del sentimento, debbano essere sublimate attraverso il canto. Sarà un canto dell’anima, un canto di dolore o di gioia, un canto di condivisione, un canto ancestrale e mistico, un canto di ritrovata connessione con la parte più profonda del nostro essere”

Prossime rappresentazioni

 “Il tour   de I Mezzalira si  conclude proprio  a Roma con le repliche al  teatro Manzoni fino  al  2 Aprile,  dopo aver toccato tutt’Italia con oltre cinquanta date.

Ci saranno  nuove repliche in estate, tra cui il 13 e 14  Luglio  al  teatro  di  Tor Bella Monaca sempre a Roma, e  poi  una ripresa nella prossima stagione”.

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