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Luigi Fauci ‘docet’: “L’emigrazione non è una scelta… Teniamone conto!” – Luigi Fauci ‘docet’: ‘Emigration is not a choice… Let’s take it into account!

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Tempo di lettura: 12 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Luigi Fauci ‘docet’: “L’emigrazione non è una scelta… Teniamone conto!

 La storia di Luigi Fauci: italo-tunisino nato e cresciuto a Tunisi e, poi, tornato a vivere in Italia, dopo l’“esilio

 di Giordana Fauci

 Non pochi Italiani, in passato, sono emigrati in Tunisia, dove hanno visto nascere e crescere i propri figli.

Uno dei tanti è Luigi Fauci, un uomo che, oggi, ha ottant’anni ma ricorda perfettamente “tutto ciò che è accaduto soprattutto agli inizi del XIX secolo, quando non solo commercianti e professionisti nostrani ma, prima ancora, persone in difficoltà, sono andate in cerca di nuove opportunità, così abbandonando il Bel Paese e decidendo di emigrare in Tunisia…”.

Ma, invero, già prima, intorno alla metà dell’Ottocento, a Tunisi si era sviluppata La Goletta, così denominata perché è un luogo che si trova nella piccola “gola” di un fiume: un vero e proprio quartiere abusivo della Capitale in cui arrivarono un numero considerevole di immigrati maltesi e siciliani (prevalentemente provenienti da Palermo, Trapani e Agrigento): tutti attirati da prospettive di lavoro legate a specifiche attività marinare e portuali.

Una vera e propria cittadina italiana in Tunisia, La Goletta…”: un luogo in cui “a partire dal 1868, anno in cui si firmò il Trattato della Goletta, l’immigrazione degli Italiani fu incoraggiata al punto che un numero sempre più massiccio di connazionali vi giunse, così assumendo la portata di un’autentica ondata immigratoria destinata a cambiare per sempre la fisionomia della città…”: questo ricorda ancora Luigi Fauci.

Del resto, in quegli anni, l’America e l’Australia erano ancora difficilmente raggiungibili. Pertanto, per gli italiani in cerca di fortuna e/o di cambiamenti era più semplice emigrare nella vicina Tunisia e, per l’appunto, nella Goletta, ove si trasferirono a vivere soprattutto i più bisognosi, come braccianti, manovali, minatori, pescatori. Tra questi la stessa famiglia dell’attrice Claudia Cardinale, nata a Tunisi nel 1938 e, poi, divenuta nota in tutto il mondo, dopo essere stata eletta, nel 1957, “la più bella italiana della Tunisia…”.

Di contro, i più abbienti poterono permettersi di trasferirsi ad Hammamet, località balneare collocata a 50 Km dalla Capitale: un luogo divenuto noto per le dimore del regista teatrale Giuseppe Patroni Griffi e dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi che, proprio lì, trascorse gli ultimi anni della vita, decidendo finanche di rimanervi seppellito…”.

Ma, oltre ad Hammamet e a La Goletta, vi sono altre città tunisine divenute “quartieri italiani” e, invero “siciliani”: Biserta, ad esempio.

Non a caso, la stessa lingua locale, arabo-tunisina, continua a tutt’oggi ad essere composta da vocaboli presi dall’Italiano e, anzi, dal siciliano.

Così, proprio in considerazione del massiccio numero di italiani presenti in Tunisia, si diede vita al “quartiere della Piccola Sicilia” e, al contempo, fu fondata la Banca Siciliana, oltre al quotidiano L’Unione e ad altri enti culturali ed assistenziali dedicati agli italiani tra cui teatri, cinema, scuole, ospedali e cimiteri.

Pertanto, nel giro di pochi decenni, gli italiani divennero l’elemento maggioritario in città e, finanche i meno abbienti, grazie alle loro capacità ed al loro lavoro, si riscattarono integrandosi appieno con la popolazione autoctona, al punto da amalgamarsi attraverso matrimoni misti…”.

A ricordarlo è sempre Luigi Fauci, nato sì in Tunisia e, poi, vissuto nel “quartiere della piccola Sicilia”, nel pieno centro storico della Capitale: figlio di genitori originari della Sicilia e, più precisamente, di Sciacca, i coniugi Gaetano Fauci e Maria Biondolillo.

Un figlio, Luigi Fauci, cresciuto a Tunisi ai tempi in cui l’intero Paese era una colonia francese.

Un giovane, Luigi Fauci, abituato a giocare ed a studiare con altri italiani, figli di emigrati, come lui, ma anche con francesi, arabi e, invero, tunisini.

Uno studente, Luigi Fauci, che a scuola ha studiato il francese e l’arabo, oltre a parlare la lingua italiana, sia in famiglia che con i connazionali.

Un individuo, Luigi Fauci, vissuto a Tunisi fino alla maggiore età, ovvero fin quando la Tunisia, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia, decise di cacciare via – letteralmente – gli “stranieri”: non solo i colonizzatori francesi ma finanche gli italiani con cui aveva fino ad allora sempre convissuto serenamente.

Una convivenza vissuta in uno scenario di vivace cosmopolitismo ed in cui furono frequenti le interazioni culturali. Addirittura a livello di abbigliamento, tradizioni e  solennità religiose…”: questo rammenta ancor oggi Luigi Fauci che, con orgoglio, si definisce italo-tunisino, nonché “amante, a pari merito di spaghetti e couscous…”, il piatto che  ha, perciò, insegnato a cucinare all’amata moglie Nadia, di origini romane e, dunque, del tutto estranea agli usi di quelle terre che, solo per amore, ha fatto proprie…”, come è giusto che sia, tra persone che si rispettano.

Perché Luigi Fauci ricorda perfettamente gli anni vissuti in Tunisia: “Un Paese pacifico in cui convivevano serenamente tunisini musulmani, tunisini ebrei, oltre a cristiani francesi, italiani e maltesi…”.

 Né dimentica come il Presidente Habib Bourguiba arrivò ad ordinare il sequestro di tutti i beni degli stranieri in Tunisia e finanche la loro estradizione, “con le buone o con le cattive e, dunque, con attentati, violenze su donne e bambini, oltre a molte altre atrocità finanche sugli anziani…”:

…Vicende e vicissitudini che indussero gli “stranieri” – oramai non più tali, visti gli anni trascorsi in quella terra – “a prendere la via dell’esilio…”.

Questo ha vissuto e subito Luigi Fauci, come pure i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle: Carlo, Giuseppe, Maria ed Elvira.

Italiani che, avendo all’epoca documenti francesi, decisero in larga parte, di emigrare in Francia…”: come buona parte della famiglia Fauci, ad eccezione di Luigi – il più piccino – e dei genitori che, di contro, preferirono fare rientro in Italia.

E, a quel punto, le vestigia del passato italiano nella Goletta, ad Hammamet e a Biserta andarono distrutte per larga parte. Una fortuna, dunque, che siano rimaste almeno talune testimonianze del passaggio italiano, tra cui alcuni fregi liberty e frasi in lingua siciliana, oltre a qualche chiesa cattolica.

Luoghi che i fratelli Fauci non hanno potuto non visitare con massima commozione quando, alla ricerca della casa natia, si sono recati in visita a Tunisi, di recente.

Luoghi che ancor oggi sono ricordati con affetto dai tunisini più anziani, non certo concordi con la politica del temibile Bourguiba.

Stranieri” come Luigi Fauci che hanno mantenuto un legame affettuoso con la terra in cui sono nati e da cui sono stati esiliati ma, invero, “strappati…” all’improvviso.

…Un italo-tunisino, Luigi Fauci che, quando si affronta il tema dell’emigrazione, non ignora e, anzi, sottolinea i problemi di chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese per recarsi a vivere all’estero “così necessariamente adattandosi a nuovi usi e costumi…”.

…Un tunisino-italiano, Luigi Fauci, esiliato dalla terra in cui è nato e cresciuto fino ai diciotto anni e che ha così deciso di non migrare più, bensì di fare rientro nel suo Paese: l’Italia, seppur diviso per sempre da altri familiari che hanno, invece, deciso di trasferirsi in Francia.

Un cristiano, Luigi Fauci, che, in considerazione del particolare vissuto, è in grado di saper infondere preziosi insegnamenti, visti i tempi che stiamo vivendo: “Siamo esseri umani e dobbiamo essere umani, indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso professato e dalle idee politiche di ognuno… Le guerre creano solo vittime o, nei casi migliori, esuli e migranti, come nel mio caso… Le vittime di una guerra, qualsiasi guerra, sono sempre i civili e, prima ancora, i bambini che non hanno alcuna colpa. Ecco perché la guerra, ogni guerra, è sbagliata in sé. Ecco perché non si può non sottolineare l’ovvio: chi emigra lo fa – e non potrebbe non farlo – se non per necessità, non certo per scelta… Teniamone conto!”.

L’esilio di Luigi Fauci e dei suoi familiari, come pure il conseguente rientro in Patria ed il sequestro di ogni loro bene – frutto di anni di sacrifico e duro lavoro – li ha, perciò, costretti a rimboccarsi le maniche per ben due volte: in primis quando dall’Italia sono emigrati in Tunisia; in seguito, quando sono rientrati in Italia, cacciati da Tunisi e, invero, privati dei loro beni… Della loro casa, come pure della stessa tomba (acquistata per riposare in una terra oramai amata come propria e non certo reputata “straniera”, come loro stessi).

Per questo Luigi Fauci è oltremodo certo che “Non tutti si mettono nei panni delle persone che migrano… Certamente con la speranza di vivere un futuro migliore e indubbiamente onesto, sia bene inteso! Come è accaduto a noi Italiani nel secolo scorso e ancor oggi per chi emigra in America, in Australia e finanche in Africa. Ecco perché non dobbiamo dimenticare che i migranti lasciano il proprio Paese perché costretti, magari per sfuggire da terribili guerre, oltre che da condizioni di povertà…”.

Un uomo degno di massimo rispetto e stima Luigi Fauci, il mio amato padre che, grazie al suo vissuto, molto mi ha insegnato e, perciò, mi ha permesso di trasmettere a mia figlia: in primis, la sensibilità di comprendere che c’è molto ancora da fare per un futuro in cui a tutti gli uomini vengano riconosciuti i loro diritti, senza distinzione alcuna. 

 Photo dell’archivio di Germano Fauci e Patricia Oudinot Zizo

di emigrazione e di matrimoni

Luigi Fauci ‘docet’: ‘Emigration is not a choice… Let’s take it into account!

 The story of Luigi Fauci: an Italian-Tunisian born and bred in Tunis and then returned to live in Italy after ‘exile’

By Giordana Fauci

Not a few Italians, in the past, emigrated to Tunisia, where they saw their children born and raised.

One of many is Luigi Fauci, a man who is now eighty years old but perfectly remembers ‘everything that happened especially at the beginning of the 19th century, when not only local traders and professionals but, before that, people in difficulty, went in search of new opportunities, thus abandoning the Bel Paese and deciding to emigrate to Tunisia…’.

But, in fact, even earlier, around the middle of the 19th century, La Goletta had already developed in Tunis, so called because it is a place located in the small ‘gorge’ of a river: a real squatter quarter of the capital where a considerable number of Maltese and Sicilian immigrants arrived (mainly from Palermo, Trapani and Agrigento): all attracted by job prospects linked to specific maritime and port activities.

A real Italian town in Tunisia, La Goletta…’: a place where ‘from 1868, the year the Treaty of La Goletta was signed, Italian immigration was encouraged to such an extent that an increasing number of Italians arrived, thus assuming the scope of an authentic wave of immigration destined to change the physiognomy of the city forever…’: this is what Luigi Fauci recalls.

Moreover, in those years, America and Australia were still difficult to reach. Therefore, it was easier for Italians in search of fortune and/or change to emigrate to nearby Tunisia and, indeed, to the Goletta, where the most needy, such as labourers, labourers, miners and fishermen, moved to live. Among them was the family of the actress Claudia Cardinale, born in Tunis in 1938, who became world-famous after being elected ‘the most beautiful Italian in Tunisia’ in 1957.

“On the other hand, the better-off could afford to move to Hammamet, a seaside resort 50 km from the capital: a place that became famous for the residences of the theatre director Giuseppe Patroni Griffi and the former Prime Minister Bettino Craxi, who spent the last years of his life there, even deciding to be buried there…’.

But, in addition to Hammamet and La Goletta, there are other Tunisian cities that have become ‘Italian quarters’ and, indeed, ‘Sicilian’: Biserta, for example.

It is no coincidence that the local language itself, Arabic-Tunisian, continues to this day to be composed of words taken from Italian and, indeed, from Sicilian.

Thus, precisely because of the massive number of Italians present in Tunisia, the ‘district of Little Sicily’ was created and, at the same time, the Banca Siciliana was founded, as well as the daily newspaper L’Unione and other cultural and welfare institutions dedicated to Italians, including theatres, cinemas, schools, hospitals and cemeteries.

Thus, within a few decades, Italians became the majority element in the city and, even the less well-off, thanks to their skills and their work, redeemed themselves by fully integrating with the native population, to the point of amalgamating through mixed marriages…’.

Luigi Fauci, who was born in Tunisia and then lived in the ‘neighbourhood of little Sicily’ in the capital’s historic centre, is a reminder of this: the son of parents originally from Sicily and, more precisely, from Sciacca, Gaetano Fauci and Maria Biondolillo.

A son, Luigi Fauci, grew up in Tunis at the time when the whole country was a French colony.

A young man, Luigi Fauci, used to play and study with other Italians, sons of emigrants, like himself, but also with French, Arabs and, indeed, Tunisians.

A student, Luigi Fauci, who studied French and Arabic at school, as well as speaking Italian, both within the family and with fellow countrymen.

An individual, Luigi Fauci, who lived in Tunis until he came of age, that is, until Tunisia, after gaining independence from France, decided to kick out – literally – the ‘foreigners’: not only the French colonisers but also the Italians with whom he had always lived peacefully until then.

A coexistence lived in a scenario of lively cosmopolitanism and in which cultural interactions were frequent. Even at the level of clothing, traditions and religious solemnities…’: this is what Luigi Fauci still recalls today. He proudly defines himself as Italian-Tunisian, as well as a ‘lover of spaghetti and couscous on equal terms...’, the dish that he taught his beloved wife Nadia to cook.

Because Luigi Fauci remembers perfectly the years he lived in Tunisia: ‘A peaceful country where Muslim Tunisians, Tunisian Jews, as well as French, Italian and Maltese Christians coexisted peacefully…‘.

Nor does he forget how President Habib Bourguiba went so far as to order the seizure of all the assets of foreigners in Tunisia and even their extradition, ‘by hook or by crook and, therefore, with attacks, violence on women and children, as well as many other atrocities even on the elderly…’:

…Vicissitudes and vicissitudes that induced the ‘foreigners’ – by now no longer such, given the years spent in that land – ‘to take the path of exile…’.

This is what Luigi Fauci experienced and suffered, as did his parents, his brothers and sisters: Carlo, Giuseppe, Maria and Elvira.

Italians who, having French documents at the time, decided, for the most part, to emigrate to France...’: like a large part of the Fauci family, with the exception of Luigi – the youngest – and his parents who, on the other hand, preferred to return to Italy.

And, at that point, the vestiges of the Italian past in the Goletta, Hammamet and Bizerte were largely destroyed. It is fortunate, therefore, that at least some evidence of the Italian passage remained, including some Art Nouveau friezes and phrases in the Sicilian language, as well as a few Catholic churches.

Places that the Fauci brothers could not fail to visit with great emotion when, in search of their birthplace, they visited Tunis recently.

Places that are still fondly remembered by older Tunisians, who certainly did not agree with the policies of the fearsome Bourguiba.

Foreigners’ like Luigi Fauci who have maintained an affectionate bond with the land where they were born and from which they were exiled but, indeed, ‘torn...’ suddenly.

…An Italo-Tunisian, Luigi Fauci, who, when dealing with the subject of emigration, does not ignore and, indeed, emphasises the problems of those who are forced to leave their country to go and live abroad ‘thus necessarily adapting to new customs and traditions…’.

…A Tunisian-Italian, Luigi Fauci, who was exiled from the land where he was born and grew up until he was eighteen years old and who has thus decided not to migrate any more, but to return to his country: Italy, albeit forever separated from other family members who have, instead, decided to move to France.

A Christian, Luigi Fauci, who, in view of his particular experience, is able to impart valuable teachings, given the times we are living in: ‘We are human beings and we must be human, regardless of the colour of our skin, the religious beliefs we profess and the political ideas we hold… Wars only create victims or, in the best cases, exiles and migrants, as in my case… The victims of a war, any war, are always civilians and, before that, children who are not to blame. That is why war, any war, is wrong in itself. That is why we cannot fail to underline the obvious: those who emigrate do so – and could not fail to do so – if not out of necessity, then certainly not by choice… Let us take this into account!

The exile of Luigi Fauci and his family, as well as the subsequent return to their homeland and the seizure of all their possessions – the fruit of years of sacrifice and hard work – has, therefore, forced them to roll up their sleeves twice: first, when they emigrated from Italy to Tunisia; then, when they returned to Italy, driven out of Tunis and, indeed, deprived of their property… Of their home, as well as of the very tomb (purchased to rest in a land they now loved as their own and certainly not considered ‘foreign’, as they themselves were).

That is why Luigi Fauci is more than certain that ‘Not everyone puts themselves in the shoes of the people who migrate… Certainly with the hope of living a better and undoubtedly honest future, mind you! As happened to us Italians in the last century and still today for those who migrate to America, Australia and even Africa. That is why we must not forget that migrants leave their country because they are forced to, perhaps to escape terrible wars, as well as conditions of poverty…’.

A man worthy of the utmost respect and esteem, Luigi Fauci, my beloved father who, thanks to his experience, taught me a lot and, therefore, allowed me to pass on to my daughter: first and foremost, the sensitivity to understand that there is still much to be done for a future in which all men are recognised their rights, without distinction.

Archive photo by Germano Fauci and Patricia Oudinot Zizo

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