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Diritti umani

Lo stop dell’Australia agli immigrati clandestini rinchiusi a Nauru

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Tra i rifugiati reclusi nell’isoletta del Pacifico regna la violenza,non esistono diritti. «I ragazzi vengono uccisi e le ragazze sono violentate davanti ai genitori».

di Vito Nicola Lacerenza

 

Centinaia di immigrati, provenienti da Iraq, Iran, Somalia, Sri Lanka e Birmania, sono rinchiusi all’interno di centri di identificazione a Nauru, la nazione più piccola del mondo che si trova in un’isola del Pacifico, estesa 29 chilometri quadrati e con circa 10mila abitanti. Nauru dista 3000 km dall’Australia, il cui Governo da anni ha adottato una politica migratoria molto restrittiva nei confronti degli immigrati clandestini. “Se vieni illegalmente su una nave, non farai mai dell’Australia la tua casa”. E’ il messaggio di una campagna contro l’immigrazione illegale, promossa dalle autorità australiane, per far sapere che nessun immigrato clandestino potrà introdursi in Australia e i clandestini vendono relegati nell’isoletta di Nauru, in mezzo al mar Pacifico.

Molti immigrati sono minorenni, bambini, in fuga dalla guerra e dalla fame. Una volta scaricati sull’isola Nauru, tutti i rifugiati sono smistati in diversi campi, sparsi in mezzo foresta,praticamente vivono fuori dal mondo, privi di ogni diritto elementare, senza alcuna legge se non quella della violenza e della sopraffazione dettata dai più forti.  Nessun giornalista straniero è ammesso sull’isola e a tutti è vietato intervistare i profughi. E’ assolutamente proibito, agli operatori dei campi, raccontare cosa accade nei centri d’ identificazione, pena il carcere. Ai reclusi vengono sequestrati cellulari e smartphone, per impedire qualsiasi contatto con l’esterno e documentare, con video, le torture e le violenze che i rifugiati subiscono nei campi. «E’ molto  pericoloso per noi donne vivere qui- ha detto una giovane immigrata rinchiusa nell’isola maledetta- Per i ragazzi la vita cessa con l’ingresso nell’isola perché vengono subito uccisi. Ma le ragazze sono violentate, anche di fronte ai genitori. Si vive come in una prigione, dietro un recinto sorvegliato da guardie, senza far niente tutto il giorno. Sono stanca di tutto questo. Bevo il sapone per cercare di avvelenarmi».

Altri si procurano tagli sul corpo e altri ancora decidono di togliersi la vita in modo tragico, nel tentativo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla loro condizione. È il caso del rifugiato Omid Masoumali, che si è dato fuoco mentre alcuni osservatori delle Nazioni Unite stavano ispezionando il centro, “un luogo studiato per essere disumano”, per “abbattere il morale delle persone”. «Quando i bambini venivano accompagnati a scuola, appena scesi dall’autobus, erano scansionati col metal detector- ha detto l’ex maestro del campo Evan Davis, australiano- dopo di che, gli veniva chiesto di identificarsi, ma non col loro nome, bensì con un codice, formato da tre lettere e tre numeri», utili per ordinare gli alunni in base alla “provenienza”.

Alcuni di loro provengono da una parte di Nauru, dove il campo consiste in una distesa di tende da catering, senza né luce, né acqua; altri sono accampati in ex cave di pietra, mentre altri ancora vivono in ex bunker della seconda guerra mondiale, i cui ambienti sotterranei sono condivisi da 40-50 persone, che, in assenza di servizi igienici adeguati, sono costretti a defecare lungo i sentieri che fiancheggiano i bunker, unici luoghi aperti all’interno delle recinzioni sorvegliate. «Quando pioveva e i sentieri si allagavano, era possibile vedere gli escrementi galleggiare per tutto il campo. Era veramente disgustoso- ha raccontato Judith Reem, ex maestra australiana del centro di identificazione di Nauru- Mi vergogno di come l’Australia si sta comportando durante l’esodo di rifugiati più grande del mondo. Noi riteniamo di essere delle brave persone, ma questo non è quello che gli australiani pensano di essere. Credo che se vedessero coi loro occhi le sofferenze che gli immigrati patiscono nei centri, la situazione a Nauru sarebbe diversa».

 

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