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Italiani nel Mondo

L’eccidio della Castellina – The Massacre of the Castellina

Gianni Pezzano

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di emigrazione e di matrimoni

L’eccidio della Castellina

Come molti altri aspetti della nostra Cultura, ci sono tante opere della nostra Letteratura che non hanno il riconoscimento internazionale che meritano

Tanti in Italia sarebbero sorpresi di sapere che all’estero non solo la Divina Commedia di Dante Aligheri non è studiata a scuola, ma che è anche poco conosciuta dal pubblico mondiale che spesso sa che contiene l’Inferno, ma non sa che comprende anche il Purgatorio e il Paradiso.

Perciò pochi lettori internazionali si rendono conto che i personaggi incontrati da Dante nel corso del suo viaggio nell’aldilà, prima con Virgilio e poi con Beatrice, non sono solo leggendari, oppure biblici, ma anche personaggi storici veri e, naturalmente, nel caso dell’Inferno, anche gente che aveva compiuto atti orribili per cui si trova a subire castighi terribili.

In due casi, compreso il soggetto dell’articolo di oggi, Alberigo Manfredi membro della Signoria di Faenza, gli atti furono così orribili che scandalizzarono tutta l’Europa e Dante mise le loro anime nell’Inferno prima ancora che fossero morti, uno dei pochi casi in cui il grande poeta non rispettò la dottrina della Chiesa. A rendere questo episodio ancora peggiore è il fatto che si trattava di un frate e quindi, almeno in teoria, non avrebbe mai dovuto compiere un atto del genere.

Come molti altri aspetti della nostra Cultura, ci sono tante opere della nostra Letteratura che non hanno il riconoscimento internazionale che meritano. Alcuni di queste, come “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, sono stati soggetti di grandissimi film e fiction televisive, ma il loro pubblico mondiale non si rende conto delle loro origini.

Quindi potrebbe essere un’idea legare insieme questi due generi della nostra Cultura per informare il pubblico internazionale che la Cultura italiana non si limita solo ai soliti nomi e artisti, ma comprende moltissime opere fondamentali per la Cultura europea e mondiale tra cui la “Divina Commedia” detiene un posto d’onore tra le opere più importanti della Storia, che rende ancora più triste questa poca conoscenza all’estero.

L’articolo di oggi è stato scritto da Luigi Solaroli, uno storico locale della città romagnola che di solito è molto nota per la sua ceramica. Luigi è ben conosciuto dai faentini che visitano una delle pagine Facebook della città perché, ogni giorno, fornisce brevi e affascinanti articoli del passato della città che molto spesso, come il soggetto dell’articolo, ci fanno capire che la Storia d’Italia non è mai stata povera di episodi affascinanti, tragici e anche sanguinosi.

Inoltre, ringraziamo Miro Gamberini, il direttore del sito historiafaentina.it, per la sua gentile collaborazione e per averci permesso di utilizzare articoli per i nostri lettori in tutto il mondo.

L’eccidio della Castellina
di Luigi Solaroli

L’evoluzione storica che dai Comuni porta alla Signoria la possiamo accertare, nei nostri territori di Romagna, a Ravenna coi Traversari e nel 1248 Rimini coi Malatesta da Verrucchio, ma solo alla fine del secolo ogni città della Romagna ebbe la sua Signoria.

Nel canto 27° dell’Inferno, Dante ne traccia una sorta di mappa: Ravenna e Cervia erano soggette ai Da Polenta, Forlì agli Ordelaffi, Rimini ai Malatesta, Cesena a Galasso di Montefeltro, Faenza e Imola a Maghinardo di Susinana.

Maghinardo morendo senza figli maschi, lasciò Imola agli Alidosi e Faenza ai Manfredi rimasti vincitori nelle lotte fra le famiglie più dominanti, in particolare i Domizi, gli Zambrasi e gli Accarisi. Ma i Manfredi dovevano risolvere qualche problemino all’interno in ordine chi doveva essere il dominatore, questo emergerà dall’eccidio della Castellina del 2 Maggio del 1285.

In quell’epoca i delitti fra parenti, per ragioni patrimoniali e di cupidigia al potere erano abbastanza ricorrenti, protagonista di uno di questi fatti di sangue fu frate Alberico Manfredi. Perché è denominato “frate”: per frate s’intendeva una persona inscritta ad un ordine religioso, in questo caso Alberico apparteneva alla “milizia religiosa di s. Maria Gloriosa dei frati gaudenti” fondata nel 1261, la quale aveva per scopo quello di mettere pace fra le fazioni e di abolire le armi; gli appartenenti si presentavano con una semplice verga in mano per sedare i tumulti.

Il nostro “pio frate Alberico” (che il poeta Dante definisce il “peggior spirito di Romagna “– inf. xxxııı-18), già podestà di Bagnacavallo, alla morte del figlio Alberghetto, assunse la tutela del nipote Francesco, figlio del defunto, e difese i diritti del pupillo contro il cugino Manfredo. Un giorno, venuti a grave contesa, Manfredo diede uno schiaffo ad Alberico. Si trattava di un’atroce offesa e il podestà di Faenza, per evitare lutti, mandò Manfredo e il figlio Alberghetto al confino nel territorio di Ravenna.

Intanto i parenti e gli amici delle due fazioni cercavano, in tutti i modi, di comporre la vertenza. Alberico finse di accettare la pace, per cui fu invitato a partecipare ad un banchetto, rassicurato anche dalla presenza di un comune amico, tale Serruccio da Pretella. Il luogo prescelto per la riconciliazione, fu il castello di Francesco detto “La Castellina”, tra Faenza e Russi nei pressi dell’antica Pieve di Cesato. La sera del 2 maggio del 1285, si trovavano frate Alberico col figlio Ugolino (poeta e fine rimatore), il nipote ventenne Francesco (che sarà il vero capo dinastico della famiglia), il cugino Alberghetto col padre Manfredo. Alla fine del pranzo, frate Alberico diede l’ordine ”vengano le frutta” e, come a segno convenuto, i malcapitati ospiti furono assaliti e trucidati da Ugolino, il cugino Francesco e sgherri prezzolati. Lo storico Cantinelli afferma che anche il Serruccio avrebbe partecipato alla strage. Il fatto fu così noto e destò tale orrore che le maggior signorie d’Italia ne parlarono, lo stesso Dante lo cantò nel XXIII canto dell’Inferno, Alberigo parla a Dante denunciandosi: ”…Rispuose adunque “Io son frate Alberigo / io son quel delle frutta del mal orto / che qui riprendo dattera per figo”.

Dante colloca Alberico nel profondo della voragine infernale: il fiume ghiacciato Cocito riservato ai traditori. E poiché nel 1300 si compie il viaggio di Dante all’aldilà e il frate gaudente era ancora vivo, ecco un espediente per metterlo comunque all’inferno: in casi di eccezionale malvagità, l’anima si danna prima del tempo e nel corpo prende posto il diavolo.

Alberico, col pupillo Francesco, fu solo assoggettato ad una multa e cacciato da Faenza dal legato pontificio. Egli soggiornò nel castello d’Oriolo, anche se questo era di proprietà dell’arcivescovo Bonifacio di Ravenna dal 1281.

Qualche anno dopo, presso il monastero delle Clarisse dell’Isola di s. Martino, seguirà la conciliazione fra Beatrice, figlia dell’ucciso Manfredo, suo marito Alberico di Cunio da un lato e gli uccisori Manfredo ed Alberghetto dall’altro. Alberigo si ritirò a Ravenna nel 1309 e “poiché egli riteneva di aver sempre osservato la legge divina, volle esser sepolto nella chiesa dei frati minori di S. Francesco”. Ci avrebbe pensato poi Dante, ancora lui vivo, a sistemarlo all’Inferno.

Il castelletto di Cesato non esiste più, fu fatto atterrare il 13 Febbraio del 1354 da Giovanni Zigardi dei Manfredi, perché non se ne impadronissero i partigiani della Chiesa. Nel 1700, sulle sue fondamenta fu costruito un palazzo che rispecchia alcuni particolari architettonici grazie alla N.D. Renata Caldesi Casalini. Dentro c’è una sala ottagonale, squallida con quattro porte d’ingresso dove, secondo la tradizione sarebbe avvenuta la strage. Attualmente la villa serve da casa colonica.

Conosciuto dai faentini, specie locali, come “e palaz de Gêvul”, si può intravvedere sulla sinistra prima di raggiungere il ponte Felisio, all’altezza di quelle due colonne di mattoni rossi ben visibili sulla Ravegnana, oppure recarvisi prendendo la strada parallela alla Ravegnana dopo la rotonda.

I poderi, in cui era sito il castelletto, furono dati in dote a Cassandra, amante di Galeotto, quando entrò nel convento di s. Maglorio.

di emigrazione e di matrimoni

The Massacre of the Castellina

Like many other aspects of our Culture, there are many works of Italian Literature that have no received the international recognition they deserve

Many people in Italy would be surprised to know that not only is Dante Alighieri’s “Divina Commedia” (Divine Comedy) not studied at school overseas but it is also little known to the general public around the world that often knows it contains the Inferno but does not know that it also has Purgatory and Paradise.

Therefore few international readers realize that during Dante’s journey in the afterlife the people he meets, first with Virgil and then with Beatrice, are not only legendary or biblical characters but also real historical figures and of course, in the case of the Inferno, also people who had carried out horrible acts for which they find themselves suffering terrible punishments.

In two cases, including the subject of today’s article, Alberigo Manfredi, a member of Faenza’s ruling House, their acts were so horrifying that they scandalized all of Europe and Dante put them into the Inferno even before they died, one of the few cases where the great poet did not respect the Church’s doctrine. What made this episode even worse was the fact that Alberigo was a friar and therefore, at least in theory, should not have carried out such an act. 

Like many other aspects of our Culture, there are many works of Italian Literature that have no received the international recognition they deserve. Some of these, such as “I Promessi Sposi” (The Betrothed) by Alessandro Manzoni, “Il Gattopardo” (The Leopard) by Giuseppe Tomasi di Lampedusa and “Il Deserto dei Tartari” (The Tartar Steppe) by Dino Buzzati have been the subject of great movies and television programmes but the international public does not realize their origins.

It would therefore be an interesting idea to tie together these two categories of Italian Culture to educate the international public that our Culture is not limited only to the usual names and artists but includes many fundamental works of European and world Culture, of which the “Divina Commedia” holds a place of honour amongst the greatest works in history, which makes it even sadder that it is so little known overseas.

Today’s article was written by Luigi Solaroli, a local historian of the city in the Romagna that is usually best known for its ceramics. Luigi is well known to the people of Faenza who visit one of the city’s Facebook pages because every day he provides short and fascinating articles of that day in the city’s past that very often, like the subject of the article, let us understand that Italy’s history has never been poor of fascinating, tragic and even bloody episodes.

We also thank Miro Gamberini, director of the website historiafaentina.it for his kind collaboration in allowing us to use articles for our readers around the world.

The Massacre of the Castellina

by Luigi Solaroli

In the region of the Romagna we can ascertain that the historical development that leads from the “Comuni” (the local administrations between the 11th and 13th centuries) to the Signorie (effectively Ruling Houses) of our territories started with the Traversari family in Ravenna and then in Rimini with the Malatesta family from Verrucchio in 1248 but only at the end of the century did every city of the Romagna have its own Signoria.

In the 27th Canto of his Inferno in the Divina Commedia, Dante traces a sort of map: Ravenna and Cervia were subject to the Da Polenta family, Forlì to the Ordelaffi, Rimini to the Malatesta, Cesena to Galasso di Montefeltro and Faenza and Imola to Maghinardo di Susinana.

Having died without sons Maghinardo left Imola to the Alidosi family and Faenza to the Manfredi family that had emerged as the winners in the struggles between the most dominant families, in particular, the Domizi, the Zambrasi and the Accarisi. But the Manfredi also had to resolve a few small internal problems, in order to decide who was to be the ruler. This would emerge from the massacre of the Castellina on May 2, 1285.

At the time killings between relatives for reasons of property and greed for power were common enough and the protagonist of one of these bloody episodes was friar Alberigo Manfredi. Why was he called a “friar”? The word “Friar” meant a person enrolled in a religious order, in this case Alberigo belonged to the “Militant Order of Our Glorious Lady of the Joyful Friars” founded in 1261 with the purpose of setting peace amongst the factions and to abolish arms. The members presented themselves with a simple rod in hand to quell the riots.

At the time of the matter our “pious friar Alberigo”, who the poet Dante defined as the “worst spirit of the Romagna” in the 28th Canto of the Inferno, was the Podestà (ruler) of Bagnacavallo not far from Faenza. On the death of his son Alberghetto he assumed guardianship of his grandson Francesco and defended the rights of his ward against his cousin Manfredo. One day Manfredo slapped Alberigo during a serious dispute. This was a terrible offense and in order to avoid grief the Podestà of Faenza sent Manfredo and his son, also named Alberghetto, into exile in the territory of Ravenna.

In the meantime relatives and friends of the two factions tried in every way possible to settle the dispute. Alberigo pretended to accept peace, for which he was invited to take part in a banquet, also reassured by the presence of a mutual friend, a certain Serruccio da Pretella. The place chosen for the reconciliation was Francesco’s castle called the “Castellina” located between Faenza and Russi near the ancient Pieve (parish church) at Cesato.  On the evening of May 2, 1285 Alberigo with his son Ugolino (a poet and fine rhymer), his twenty year old nephew Francesco (who will be the real head of the family’s dynasty) met with cousin Alberghetto and his father Manfredo. At the end of the dinner Alberigo gave the order to “bring in the fruit” and, as agreed, the unfortunate guests were assaulted and killed by Ugolino, cousin Francesco and paid thugs. The historian Castellini affirms that Serruccio may also have taken part in the massacre. The fact was so well known and aroused such horror that all Italy’s major Signorie talked about it. Dante wrote about this in the 28th Canto of the Inferno when Alberigo accuses himself by telling the poet ”…Rispuose adunque “Io son frate Alberigo / io son quel delle frutta del mal orto / che qui riprendo dattera per figo” (…he then replied “I am friar Alberigo / I am the one of the fruit of the evil garden / who took back dates for figs”).

Dante places Alberigo in the deepest pit of Inferno’s chasm: in the frozen river Cocytus reserved for traitors and since Dante’s trip to the afterlife took place in 1300 when the pleasure seeking friar was still alive, the expedient to put him in the Inferno anyway was, in cases of exceptional wickedness, that the soul is condemned before time and the devil takes its place in the body.

Alberigo, with his ward Francesco, was only subjected to a fine and expelled from Faenza by the Papal Legate. He stayed in the castle at Oriolo, even if this was owned by Ravenna’s Bishop Boniface since 1281.

There was a reconciliation a few years later at the Monastery of the Poor Clares at the Isle of San Martino between Beatrice, daughter of the murdered Manfredo, and her husband Alberigo di Cunio on one side and the killers Manfredo and Alberghetto on the other. Alberigo retired to Ravenna in 1409 and “since he always believed he observed divine law he wanted to be buried in the church of the minor friars of Saint Francis”. It was Dante who then decided to place him in the Inferno while he was still alive.

The small castle at Cesato no longer exists as it was buried on February 13, 1354 by Giovanni Zigardi of the Manfredi so that it would not be taken over by the partisans of the Church. In 1700, thanks to the noblewoman Renata Caldesi Casalini, a building was constructed on its foundations that respected some of its architectural details. Inside there is a squalid octagonal room with four entry doors in which, according to tradition, the massacre took place. Currently the building is used as a farmhouse.

Known to the people of Faenza, and especially the locals, as “e palaz de Gêvul”, it can be glimpsed to the left before reaching the Felisio bridge, at the height of the two red brick columns well visible on the road to Ravenna or you can go there by taking the road parallel to the road to Ravenna after the roundabout.

The farmlands where the small castle was located were inherited by Galeotto’s lover Cassandra when she entered the Convent of Saint Maglorio.

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La Storia in Musica: NCCP – History in Music: NCCP

Gianni Pezzano

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La Storia in Musica: NCCP

La musica può narrare non solo la Storia, ma anche aspetti delle tradizioni

Una delle grandi attrazioni dell’Adelaide Festival of Arts in Australia del 1982, uno dei festival più grandi del mondo del suo genere, era un complesso napoletano che quasi nessuno conosceva, nemmeno nelle comunità italiane della città. Per questo motivo la prevendita per i loro due concerti in programma era bassissima, confesso d’essere stato tra questi. 

Quindi gli organizzatori hanno deciso di presentarli al pubblico del concerto d’apertura del festival sulle sponde del Torrens River, il fiume della città. Ero presente anche quella sera ed ho visto la reazione entusiasta alla loro presentazione che era tale che la mattina dopo i biglietti per i loro due concerti sono stati esauriti in  tre ore. Il complesso si chiamava la Nuova Compagnia del Canto Popolare, in modo più semplice la NCCP. 

Il primo concerto, al quale ero presente, ha entusiasmato così tanto il pubblico che molti australiani, anche non capendo le canzoni in dialetto napoletano, e alcuni brani persino di secoli fa, si sono messi a ballare al ritmo fortissimo dei tamburi e gli altri strumenti. 

In quelle serate il complesso storico aveva presentato al pubblico australiano pezzi di musica che rappresentavano episodi importanti della Storia di Napoli. Infatti, come dice il sito ufficiale del complesso, NCCP è nata nel 1970 con lo scopo di “diffondere gli autentici valori della tradizione del popolo campano”. 

Nei decenni da allora i componenti del complesso sono cambiati ma hanno sempre ricercato e presentato al pubblico in tutto il mondo, canzoni che risalgono anche a molti secoli fa, come hanno anche scritto pezzi nuovi che continuano la tradizione napoletana di mettere in musica ogni episodio della sua Storia, felice e tragica. 

Quindi vorrei presentare ai nostri lettori, non solo all’estero, ma anche in Italia, come la musica può narrare non solo la Storia, con due canzoni che narrano vicende storiche importanti, uno recente in termini storici, ma anche aspetti delle tradizioni campane come il giorno che abbiamo festeggiato un mese fa, il Natale. Nel caso della canzone natalizia che sarà la prima raccontata, molti lettori saranno sorpresi a scoprire che era la versione originale di quel che è la canzone natalizia per eccellenza della tradizione italiana. 

Il Ninno 

Infatti la prima canzone si chiama “Quanno nascette Ninno” (Quando nacque il Bimbo) e, secondo lo storico della musica padre Paolo Saturno, è stato scritto a Nola nel 1754 da Sant’Alfonso Maria di Liguori che, per il testo ha seguito la sua usanza di utilizzare canti popolari locali in dialetto per insegnare i Vangeli ai fedeli analfabeti, ed in questo caso specifico la Storia di Natale. La canzone ha avuto un grande impatto sin dall’inizio e nell’ascoltarla il lettore capirà il perché. Chi non capisce il napoletano può seguire la traduzione sul link .  

Nel 1779 il sacerdote Mattia del Piano ha capito l’impatto del canto ed ha deciso di riadattarla in italiano per i fedeli che non capivano il dialetto. Anche se questa traduzione è stata ispirata dal canto di Sant’Alfonso, l’inizio della nuova versione è diverso della versione originale ed è diventato poi il titolo della canzone che ancora cantiamo a Natale “Tu scendi dalle stelle”… 

Sarebbe bello dire che la musica racconta solo gli episodi felici della Storia di Napoli, ma la città ha vissuto molti episodi tragici. Anzi, possiamo dire che negli ultimi 220 circa anni la città ha subito tre invasioni importanti e le seconda canzone racconta la reazione del popolo delle regioni del sud al primo di questi avvenimenti bellici. 

I Sanfedisti 

Nel 1799 l’esercito napoleonico ha invaso Napoli cacciando i Borboni che vi regnavano. Naturalmente i sudditi fedeli, ed in modo particolare quelli legati alla chiesa cattolica, si opponevano alle forze militari francesi che, oltre a cacciare la famiglia reale, metteva ancora di più a rischio la chiesa che non vedeva affatto di buon occhio le idee rivoluzionarie e ancora di più anticlericali della Rivoluzione Francese di un decennio prima.

Possiamo anche dire che questa invasione ha lasciato molte tracce nelle città, una delle quali è anche una dimostrazione degli effetti della guerra allo sviluppo culturale di ogni paese/città. In questo caso i soldati francesi hanno portato con loro la ricetta di un dolce che era stato creato in Polonia nel 1736 per volontà del suo Re Stanislao Lesczyński, il babka. Il dolce è poi arrivata a Parigi con sua figlia Maria, moglie di Luigi XV, Re di Francia dove è diventato uno dei dolci preferiti dell’aristocrazia. Il lettore acuto avrà già capito che al suo arrivo a Napoli questo dolce ha subito un cambio di nome diventando uno dei dolci tipici della città, il babà. 

Uno dei capi della reazione contro l’invasione napoleonica era il Cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara in Calabria che ha deciso di formare un esercito composto dalla popolazione più povera delle regioni del sud per cacciare i giacobini e i napoleonici da quel che era diventata la Repubblica Partenopea. 

Questo “esercito popolare” si chiamava “le Masse della Santa Fede” e di conseguenza i suoi soldati si chiamavano i “sanfedisti”. Roberto de Simone della NCCP, che aveva una passione particolare per la musica del passato, ha riscoperto l’inno che i soldati di questo esercito cantavano mentre marciavano, come facevano molti eserciti dell’epoca, compreso quello napoleonico. 

La parole della canzone descrivono perfettamente i cambiamenti alla società napoletana a causa delle idee rivoluzionarie, in ogni senso, introdotte dai francesi. Per chi non capisce l testo originale la traduzione in italiano si trova sul link

Ma per quanto fossero traumatiche le invasioni di Napoli prima di Napoleone e poi dalle camice rosse di Giuseppe Garibaldi del 7 settembre 1860 che ha segnato la fine definitiva del regno borbonico a Napoli, la terza invasione ha avuto effetti ancora più grandi sulla città. 

Tammurriata Nera 

L’invasione di Napoli da parte degli alleati che cercavano di cacciare i tedeschi dalla penisola italiana durante la seconda guerra mondiale ha avuto grandissimi effetti sulla popolazione di Napoli e la terza canzone, e senza alcun dubbio la più conosciuta della NCCP, descrive in modo inesorabile il prezzo pagato dalla popolazione partenopea per la presenza di truppe di occupazione straniere nella città. 

”Tammurriata nera” è stata scritta da Eduardo Nicolardi ed E. A. Mario nel 1944, cioè dopo un anno dell’occupazione alleata della città, e prende spunto da quel che non era un caso isolato nella città all’epoca, la nascita di un bambino nero a una donna napoletana. La parola “tammurriata” descrive un tipo di canzone napoletana caratterizzata dal forte ritmo dei tamburi, che è certo il caso di questo brano, ma la musica e le parole della canzone fanno riferimento anche a una canzone americana “Pistol packin’ mama” allora molto popolare tra le truppe americane che ne rinforza il messaggio. 

Non perdo tempo a descrivere quel che diventa ovvio ascoltando la canzone, ma quei lettori che vorrebbero sapere di più di questo periodo tragico e fondamentale della città farebbero meglio a leggere il libro “La Pelle” dell’autore/giornalista Curzio Malaparte che ha visto con i propri occhi gli incidenti descritti. Il libro e il film tratto dal libro con Marcello Mastroianni e Burt Lancaster non sono facilmente digeribili, e non solo a chi non ha mai sentito sulla propria pelle gli effetti della guerra. Difatti, nel caso del grande comico Totò, lui era così offeso da quel che Malaparte ha scritto della sua amata Napoli che gli ha tolto il saluto. 

Per chi non capisce il napoletano, che in questa canzone è spesso difficile, la traduzione in italiano si trova nel link

La musica è un mezzo potente e questi due brani ci fanno capire in modo esemplare la forza sia delle parole che la musica nel trasmettere incidenti del passato. Perciò gruppi come la NCCP hanno un ruolo importante per farci capire il nostro passato. 

Ma non dobbiamo pensare che quel ruolo sia finito per la NCCP. Quest’anno il complesso è stato riconosciuto al Premio Tenco con una targa per il miglior nuovo album in dialetto. Inoltre le sue rappresentazioni teatrali, a partire dallo stupendo “La Gatta Cenerentola”, sono da vedere per chi vuol davvero capire i misteri della città che ha ispirato innumerevoli canzoni che raccontano storie d’amore, tradimento, felicità e tragedie con canzoni che sono riconosciute in tutto il mondo. 

Allora noi italiani abbiamo molti mezzi per imparare la nostra Storia e queste canzoni dimostrano che i libri di Storia ne sono soltanto uno e che anche la Musica e il Cinema, come vediamo nel filmato, possono essere mezzi potenti per capire il passato che ha creato l’Italia d’oggi. 

 

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History in Music: NCCP

Music can narrate not only history but also aspects of the traditions

One of the big attractions of the 1982 Adelaide Festival of Arts in Australia, one of the biggest such festivals in the world, was a group from Naples that almost nobody knew, not even in the city’s Italian community. For this reason the presale of tickets for their two concerts was very low. I confess I was one of them.

So the organizers decided to present them to the audience of the Festival’s opening concert on the banks of the city’s River Torrens. I was there that evening and I saw the enthusiastic reaction to their performance that was such that the next morning the tickets for their two concerts sold out in three hours. The group was the Nuova Compagnia del Canto Popolare (New Company of Popular Music), NCCP for short.

The first concert, where once again I was present, thrilled the audience so much that even though they did not understand the songs in Neapolitan dialect, and some even centuries old, many Australians started dancing in the aisles to the very strong rhythm of the drums and the others instruments.

On those evenings the historic group presented to the Australian public pieces of music that represented major episodes of Naples’ history. In fact, as the group’s official website states, NCCP was created in 1970 for the purpose of “spreading the authentic values of the traditions of the people of the Campania Region”.

The members of the group have changed in the decades since then but they have always researched and performed for their audiences around the world songs that go back even many centuries, just as they have also written new pieces that continue Naples’ tradition of putting to music every episode of its history, happy and tragic.

Therefore I would like to present to our readers, not only overseas but also in Italy, how music can narrate not only history with two songs that tell us major historic events, one recent in historical terms, but also aspects of the Campania Region’s traditions such as the day we celebrated a month ago, Christmas. In the case of the Christmas song, which will be the first described, many readers will be surprised to discover that it was the original version of the Christmas song par excellence of Italian tradition.

The Child

In fact the first song is called Quanno nascette Ninno (When the Child was born) and according to the music historian Father Paolo Saturno was written in 1754 in Nola, a town near Naples, by Saint Alphonse Maria di Liguori who for the lyrics followed his custom of using local folk songs in dialect to teach the illiterate faithful the Gospels, in this specific case the story of Christmas. The song had a strong impact from the start and the readers who listen to it will understand why. Those who do not understand Neapolitan dialect can follow a basic English translation on the link

In 1779 the priest Mattia del Piano understood the impact of the song and decided to adapt it into Italian for the faithful who did not understand dialect. Even though this translation was inspired by Saint Alphonse’s song the beginning of the song was different from the original version and this then became the title of the song that we still sing at Christmas time, Tu scendi dalle stelle (You come down from the stars).

It would be nice to say that music tells only happy episodes of Naples’ history but the city has experienced many tragic episodes. Indeed, we can say that in the last 220 odd years the city has undergone three major invasions and the second song describes the reaction of the people of Italy’s southern region to the first of these wartime events.

The Sanfedisti 

 In 1799 Napoleon’s army invaded Naples driving out the Bourbons who ruled there. Naturally the faithful subjects, and especially those linked to the Catholic church, were opposed to the French forces who, in addition to expelling the Royal family, put even more at risk the Church that did not look at all kindly on the revolutionary and, even more, the anti-clerical ideas of the French Revolution a decade before.

We can also say that this invasion left many traces in the city, one of which is also a demonstration of the effects of war on the cultural development of cities and countries. In this case the French soldiers brought with them a recipe for a sweet that had been created in Poland in 1736 at the will of its King Stanislao Lesczyński, the babka. The sweet then arrived in Paris with his daughter Maria, the wife of King Louis XV of France, where it became one of the favourite desserts of the aristocracy. The acute reader will already have understood that at its arrival in Naples this sweet underwent a change of name and became one of the city’s typical sweets, the babà.

One of the leaders of the reaction to Napoleon’s invasion was Cardinal Fabrizio Ruffo of Bagnara in Calabria who decided to form an army made up from the poorest people of the peninsula’s southern regions to kick out the Jacobins and the Napoleonic forces from what had become the Neapolitan Republic.

This “people’s army” was called the Masse della Santa Fede (Masses of the Holy Faith) and as a result its soldiers were called the sanfedisti. Roberto de Simone of the NCCP, who had a particular passion for music of the past, discovered this chant that the soldiers of this army sang as they marched, as many armies did at the time, even Napoleon’s.

The song’s words perfectly describe the changes to Naples’ society due to the revolutionary in every way, ideas introduced by the French. For those who do not understand Neapolitan but understand Italian can find the translation on this link

But, as much as the invasions of Naples were traumatic, first by Napoleon and then by Giuseppe Garibaldi’s red shirts on September 7, 1860 that marked the definitive end of the Bourbon Kingdom of Naples, the third invasion had even greater effects on the city.  

Tammurriata Nera 

The invasion of Naples by the Allies who were trying to drive the Germans out of Italy during the Second World War had huge effects on the city’s population and the third song, and undoubtedly NCCP’s best known, relentlessly describes the price paid by Naples’ population for the presence of foreign occupation troops in the city.

Tammurriata nera (Black tammurriata) was written by Eduardo Nicolardi and E. A. Mario in 1944, that is after a year of Allied occupation of the city, and takes its cue from what was not an isolated case in the city at the time, the birth of a black child to a Neapolitan woman. The word tammurriata describes a type of Neapolitan song characterized by the strong rhythm of the drums, which is certainly the case in this song, but the song’s music and words also refer to an American song “Pistol packin’ mama”, that was very popular with the American troops at the time, which reinforces its message.

I will not lose time describing what becomes very obvious listening to the song but readers who would like to know more about this tragic and fundamental period of Naples’ history would be better to read the book La Pelle (The Flesh) by author/journalist Curio Malaparte who saw with his own eyes the incidents described. The book and the film based on the book with Marcello Mastroianni and Burt Lancaster are not easily to digest and not only for those who have never personally felt the effects of war. In fact, in the case of the great comedian Totò, he was so offended by what Malaparte had written about his beloved Naples that he stopped talking to him.

Those who do not understand Neapolitan dialect, which in this song is often difficult to understand, the English translation can be found on the link

Music is a powerful means and these two songs let us understand in an exemplary way the strength of both words and music in conveying incidents of the past. Therefore groups like the NCCP have a major role to play to let us understand our past.

But we must not think that this role is over for the NCCP. This year the group was recognized at the Tenco Awards with a plaque for the best new album in dialect. Furthermore, its theatrical presentations, starting with the wonderful La Gatta Cenerentola (The Catnip Cinderella) are worth seeing for those who truly want to understand the mysteries of the city that has inspired countless songs of love, betrayal, happiness and tragedies that are known around the world.

So we Italians have many means to learn our history and these songs show that history books are only one of them and that Music and Cinema, as we see in the video, can also be powerful means of understanding the past that created today’s Italy.

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L’Arma Illusoria: i Parlamentari dall’estero – The Illusory Weapon: the Parliamentarians from overseas

Gianni Pezzano

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L’Arma Illusoria: i Parlamentari dall’estero

Il concetto dei parlamentari italiani all’estero è stato il progetto del cuore di Mirko Tremaglia, un Deputato del Movimento Sociale Italiano che era anche il responsabile degli italiani all’estero.

In un articolo recente (Le ricette e i nomi ingannevoli – The deceptive recipes and names) ho trattato il tema degli italiani nel mondo e come dobbiamo diventare una vera comunità internazionale per mostrare all’Italia che siamo una vera risorsa per il paese e non solo il ricordo del passato.

Ora continuo con un tema che spiega l’aggettivo usato alla fine dell’articolo che alcuni penseranno sia una provocazione, ma non lo è affatto. Voglio dare un’occhiata a un aspetto del Parlamento italiano che doveva fare proprio lo scopo dell’articolo, ma che, per motivi che saranno spiegati, è diventato un impedimento per realizzare i progetti che potrebbero nascere da una vera collaborazione internazionale degli italiani in tutti i continenti.

Però, prima di iniziare nel cuore dell’articolo vorrei fare capire al lettore che non ho alcuna intenzione di criticare e/o giudicare l’operato dei Deputati e Senatori eletti nelle circoscrizioni estere in questi ultimi anni. Prima di tutto perché gli unici che hanno quel ruolo e diritto sono i loro elettori che esprimono questo giudizio con il voto, ma poi perché l’articolo vuole trattare i problemi del sistema stesso che spesso non permette ai parlamentari di svolgere un ruolo che potrebbe cambiare la vita dei loro elettori residenti all’estero.

Lotta politica

Il concetto dei parlamentari italiani all’estero era il progetto del cuore di Mirko Tremaglia, un Deputato del Movimento Sociale Italiano di cui era anche il responsabile degli italiani all’estero. Per anni ha girato il mondo per conoscere gli italiani e svolgere quelle attività politiche necessarie per presentare una proposta legge per realizzare il suo sogno di rappresentanza parlamentare dei nostri connazionali emigrati.

Benché fosse il simbolo della legge che porterà il suo nome, la Legge Tremaglia (Legge 459 del 27 dicembre 2001), ebbe l’appoggio anche dei Ds e la Margherita che formerà poi l’Ulivo di Romano Prodi che contesterà per le seguenti elezioni. Ma per capire i problemi inerenti alla presenza dei parlamentari eletti all’estero bisogna guardare come la proposta è arrivata in aula.

Infatti, la svolta arrivò con l’appoggio del Governo di cui lui faceva parte. Tremaglia aveva assicurato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che gli elettori all’estero avrebbero ripagato la legge votando per il suo partito. Ovviamente il calcolo di Berlusconi era quello normale per qualsiasi partito, cercare di vincere le elezioni. Purtroppo per le intenzioni di Tremaglia, i risultati ottenuti dall’estero non rispettarono affatto le sue previsioni.

Il destino ha voluto che nel primo voto con la nuova legge del 9 e 10 aprile 2006 la maggioranza degli eletti all’estero non è andata ai partiti della coalizione berlusconiana, bensì al neonato Ulivo e sono stati proprio questi voti a dare la vittoria, e quindi il Governo, a Romano Prodi, non solo alla Camera dei Deputati, ma e più importante, anche la maggioranza nel Senato, anche se minima.

Ci vuole poco per capire la delusione, e varie cronache politiche dell’epoca riferiscono anche la rabbia, di Berlusconi a questa svolta politica che avrebbe dovuto ripagare il suo gesto verso gli italiani all’estero.

Non ci tratteniamo su questo punto tranne per dire che da allora Forza Italia non ha espresso mai, oltre un certo sforzo, gli stessi interessi verso le circoscrizioni estere nelle elezioni, al punto che in Argentina è nato poi un gruppo il MAIE (Movimento Associativo Italiani All’Estero) che è riuscito a fare eleggere i suoi parlamentari al nostro Parlamento.

Ma sin dall’inizio, e particolarmente per via delle maggioranza minima nel Senato, abbiamo cominciato a vedere le debolezze del sistema dei Parlamentari eletti all’estero, non importa per quale partito. Ed è per via di queste debolezze che i parlamentari eletti all’estero sono diventati un’arma illusoria per realizzare progetti grandi per gli italiani all’estero.

Realtà politiche

Chiunque abbia partecipato alla politica, in qualsiasi forma e livello, capisce che c’è una regola di ferro: chi ha i numeri in Aula vince. Dunque, per il Governo i voti dei parlamentari, siano eletti in Italia oppure all’estero, erano destinati a garantire la sopravvivenza e per l’opposizione a cercare di farlo cadere.

Nelle due Camere del Parlamento italiano ci sono mille parlamentari tra Deputati e Senatori (che ora saranno ridotti per via del recente referendum) ed i diciotto parlamentari dall’estero, dodici Deputati e sei Senatori, erano visti solo come numeri in questo gioco eterno dei numeri che è la realtà della politica.

Inoltre, per via del loro numero questi parlamentari, sparsi tra vari partiti, non avrebbero potuto mai dare un contributo efficace e a largo raggio in favore dei loro concittadini all’estero. Magari questo sarebbe potuto cambiare se questi parlamentari avessero lavorato insieme per ottenere vantaggi per gli italiani all’estero, ciascuno all’interno del proprio partito, ma non lo sapremo mai perché questo non è successo.

Purtroppo, anche altri aspetti altrettanto crudeli e potentissimi hanno determinato quel che i parlamentari potevano fare per i loro territori.

Il primo aspetto è certamente economico. In un periodo difficile economicamente per il paese negli anni dall’introduzione della legge, l’economia italiana non poteva permettersi molte spese che gli elettori in Italia, e non pochi parlamentari, avrebbero considerato “inutili” e, dobbiamo dire che i progetti a favore degli italiani all’estero fanno parte di questa categoria.

Per loro non importa il fatto che promuovere la nostra Cultura, l’insegnamento della nostra lingua e altri progetti importanti simili, abbiano il potenziale di aumentare la vendite dei nostri prodotti nel mondo e quindi anche gli introiti dall’estero di cui la nostra economia ha davvero bisogno.

Ed in questo cadiamo nel tranello di non capire che la nostra Cultura, compresa la lingua, deve essere considerata come un’industria e non soltanto un gioiello prezioso da tenere in cassaforte e da mostrare nelle occasioni di prestigio come simbolo della nostra grandezza.

Il secondo aspetto, una realtà che molti italiani all’estero non capiscono, è che il Parlamento italiano può fare poco per cambiare il tenore della loro vita quotidiana, tranne per quei pochi che hanno pensioni italiane, oppure hanno proprietà nel Bel Paese.

Perciò devono capire che il ruolo effettivo dei nostri Parlamentari eletti all’estero per i loro elettori è davvero molto limitato. Ma non per questo dobbiamo pensare che non possano fare qualcosa.

Visione e azioni

In primis, i parlamentari danno voce agli italiani all’estero, ma non lo possono fare senza il contributo dei nostri parenti e amici all’estero. Non solo le poche migliaia che votano, ma tutti, cittadini italiani e non, perché sono loro che devono formare vere comunità italiane all’estero e non solo assembramenti di individui con interessi personali come fin troppo spesse accade, anche in Italia.

Parliamo di “italiani all’estero” ma in realtà non esiste una vera rete degli italiani nel mondo e per realizzare i nostri sogni dobbiamo assumerci la responsabilità di essere più attivi non solo creando questa rete, ma anche e soprattutto per promuovere la nostra Cultura e la nostra lingua, a partire dai figli e particolarmente i discendenti oltre la terza generazione che, per via che dei sistemi scolastici dei loro paesi di nascita/residenza, non sanno niente della vera grandezza del loro Patrimonio Culturale, il più grande del mondo.

E per fare questo dobbiamo fare squadra, per realizzare progetti volti alla promozione di scambi di tutti i tipi tra l’Italia e le sue comunità nel mondo. Dobbiamo incoraggiare e aiutare i discendenti degli emigrati italiani nel corso dei secoli a riscoprire le loro origini. Dobbiamo anche farci carico della promozione di prodotti italiani di ogni genere per fare capire agli italiani in Italia che siamo una vera risorsa e non solo un dettaglio storico da ricordare come gesto simbolico.

E purtroppo i parlamentari eletti all’estero sono diventati un gesto simbolico perché la loro elezione ha dato l’impressione di fare qualcosa, ma per i motivi spiegati sopra, effettivamente la loro presenza nella Camera dei Deputati e nel Senato ha bloccato la volontà politica di fare progetti seri per il bene del paese che coinvolgano i nostri parenti e amici all’estero.

Dobbiamo tutti capire che la loro presenza nel Parlamento, insieme alle azioni delle comunità italiane all’estero, ha il potenziale di fare crescere gli scambi con l’Italia di ogni genere, culturali e commerciali, che farebbe bene a tutti, a partire dall’Italia stessa.

E per fare questo tutti dobbiamo finalmente capire, come l’esempio di Tremaglia ci mostra benissimo, che le buone intenzioni non valgono niente se non sono seguite da azioni. In parole povere, dobbiamo agire tutti e non pensare che un manipolo di parlamentari da soli hanno i mezzi per migliorare i rapporti tra l’Italia e i suoi figli all’estero.

di emigrazione e di matrimoni

The Illusory Weapon: the Parliamentarians from overseas

The concept of Italian Parliamentarians overseas was the project closest to the heart of Mirko Tremaglia, a Deputy of the Movimento Sociale Italiano (Italian Social Movement) for which he was also the person responsible for the Italians overseas.

In a recent article (Le ricette e i nomi ingannevoli – The deceptive recipes and names) I dealt with the issue of Italians in the world and how we must become a true international community to show Italy that we are a real resource for the country and not only a memory of the past.

I now continue with an issue that explains the adjective used at the end of the article that some readers will consider provocative but it is not at all. I want to take a quick look at an aspect of Italy’s Parliament that was supposed to carry out the very purpose of the article but that, for reasons that will be explained, has become an impediment to setting up the projects that could arise from real international collaboration between Italians in all the continents.

However, before starting at the heart of the article I would like to make the reader understand that I have no intention of criticizing and/or judging the actions of the Deputies and the Senators elected in recent years in the overseas electorates. First of all because the only ones who have this role and right are their electors who express this judgment with their vote and then because the article wants to deal with the problems of the system itself that often do not allow the parliamentarians to play a role that could change the lives their electors residing overseas.

Political battle

The concept of Italian Parliamentarians overseas was the project closest to the heart of Mirko Tremaglia, a Deputy of the Movimento Sociale Italiano (Italian Social Movement) for which he was also the person responsible for the Italians overseas. For years he travelled around the world to get to know the Italians and to carry out the political activities needed to present a Bill to fulfil his dream of parliamentary representation of our countrymen and women who migrated overseas.

Although he was the symbol of the law that would bear his name, the Tremaglia Law (Law 459 of 27 December, 2001), the proposal had the support of the Democratici di Sinistra (Democrats of the Left) and the Margherita that together would form Romano Prodi’s Ulivo (Olive Tree) Coalition that went on to contest the following elections. But to understand the problems inherent in the presence of parliamentarians elected overseas we have to look at how the bill reached the Chambers of Parliament.

In fact, the turning point came with the support of the Government of which he was a part. Tremaglia had assured Prime Minister Silvio Berlusconi that the electors overseas would have rewarded the law by voting for his party. Obviously Berlusconi’s calculation was the normal one for any Party, to try and win the elections. Unfortunately for Tremaglia’s intentions the results obtained overseas did not at all respect his expectations. 

Destiny wanted that in the first vote under the new law on 9 and 10 April, 2006 the majority of the candidates elected overseas did not go to Berlusconi’s coalition but to the newly born Ulivo and these were the votes that gave the victory, and therefore the Government, to Romano Prodi, not only in the Chamber of Deputies but also and even more importantly, the majority in the Senate even if with the slimmest of margins.

It takes little to understand the disappointment, and a number of political reports of the time say also the anger, of Silvio Berlusconi at this political turnaround that should have repaid his gesture towards the Italians overseas.

We will not linger on this point except to say that since then Berlusconi’s Forza Italia party has never expressed beyond a certain effort the same interest towards the overseas elections to the point that a group was created in Argentina, the MAIE (Movimento Associativo Italiani All’Estero / Associative Movement of the Italians overseas), that has managed to get its parliamentarians elected to our Parliament.

But from the very beginning, and particularly due to the minimal majority in the Senate, we started to see the weaknesses of the system of Parliamentarians elected overseas, no matter for which party. And it is because of these weaknesses that the Parliamentarians elected overseas have become an illusory weapon for setting up large projects for Italians overseas.

Political reality

Whoever has taken part in politics, in any form or level, understands that there is a golden rule: who has the numbers on the floor wins. Therefore, for the Government the votes of the Parliamentarians, whether elected in Italy or overseas, were destined to guaranteeing its survival and for the opposition to try and make the Government fall.

There are a thousand parliamentarians in the two Chambers of Italy’s Parliament between Deputies and Senators (which will be reduced due to the recent referendum) and the eighteen Parliamentarians from overseas, twelve Deputies and six Senators, were seen only as mere numbers in the eternal game of numbers that is the reality of politics.

Furthermore, due to their number these parliamentarians, spread amongst various parties, could never make an effective and wide ranging contribution in favour of their fellow citizens overseas. Maybe this would have changed if these parliamentarians had worked together to obtain advantages for Italians overseas, each one working within his or her party, but we will never know because this did not happen.

Unfortunately other issues, just as cruel and very powerful, also determined what the parliamentarians could do for their territories.  

The first issue is certainly economical. In a difficult period economically for the country in the years since the introduction of the law, Italy’s economy could not afford many expenses that voters in Italy, and not a few parliamentarians, would have considered as “useless” and we must say that projects for Italians overseas are part of this category.

For them it does not matter that promoting our Culture, teaching our language and other similar major projects have the potential to increase the sales of our products internationally and therefore also the income from overseas that our economy truly needs.

And here we fall for the trap of not understanding that our Culture, including our language, must be considered like an industry and not just a precious jewel that is kept in a safe to be shown on prestigious occasions as a symbol of our greatness.

The second issue, and a reality that many Italians overseas do not understand, is that Italy’s Parliament can do little to change the tenor of their daily lives, except for the few who have Italian pensions or own property in Italy. Therefore, they must understand that the effective role of our parliamentarians elected overseas for their voters is truly very limited. But this does not mean that they cannot do something.

Visions and actions

First of all, the parliamentarians give Italians overseas a voice but they cannot do this without the contribution from our relatives and friends overseas. Not only the few thousand who vote but everybody, whether or not they are Italian citizens, because they are the ones who must form real Italian communities overseas and not just gatherings of individuals with personal interests that happens all too often, even in Italy.

We talk about “Italians overseas” but in reality there is no real network of Italians around the world and to fulfil our dreams  we must take the responsibility of being more active not only by creating this network but also and above all by promoting our Culture and language, starting with the children and particularly the descendants beyond the third generation who, due to the school systems of their countries of birth/residence, know nothing of the true greatness of their Cultural Heritage, the world’s greatest.

And to do this we must come together as a team to create projects aimed at the promotion of exchanges of all types between Italy and her communities around the world. We must encourage and help the descendants of Italian migrants over the centuries to rediscover their origins. We must also take charge of the promotion of Italian products of every kind to make Italians in Italy understand that we are a true resource and not only a historical detail to be remembered as a symbolic gesture.

And unfortunately the parliamentarians elected overseas have become a symbolic gesture because their election has given the impression of doing something but, for the reasons explained above, their presence in the Chamber of Deputies and the Senate has effectively blocked the political will to carry out serious projects for the country’s good that involve our relatives and friends overseas.

We must all understand that their presence in the Parliament together with actions of the Italian communities overseas have the potential to increase the exchanges of every kind with Italy, cultural and commercial, which would be good for everyone, starting with Italy herself.

And to do this we must all finally understand, as Tremaglia’s example shows very well, that good intentions are worth nothing if they are not followed by actions. Put simply, we must act together and not think that a handful of parliamentarians alone have the means to improve relations between Italy and her children overseas.

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Italiani nel Mondo

L’Emissario del Diavolo: Niccolò Machiavelli – The Devil’s Emissary: Niccolò Machiavelli

Gianni Pezzano

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L’Emissario del Diavolo: Niccolò Machiavelli

Generalmente una frase viene utilizzato per descrivere il libro “Il Principe” di Niccolò Machiavelli, “i fini giustificano i mezzi”, ma questa è un’interpretazione superficiale del saggio di meno di 140 pagine

Nel 1516 Sir Thomas More, il teologo e poi Cancelliere d’Inghilterra sotto il Re Enrico VII, ha scritto un libro il cui titolo descrive un’isola dello stesso nome con una società perfetta. Infatti, quel nome è entrato nel vocabolario del mondo per descrivere una società ideale, Utopia.

Quel che More non poteva sapere è che tre anni prima un autore fiorentino aveva già scritto un libro che mostrava in modo freddo e meticoloso perché il sogno del teologo inglese era irrealizzabile, non perché non volesse una società perfetta ma perché, per la prima volta un autore aveva il coraggio di mettere sulla carta le realtà dure e crude della politica vera, e in modo particolare dei giochi necessari prima per ottenere e poi mantenere il potere.

Il destino ha voluto che More fosse giustiziato dal suo sovrano per aver mantenuto fede alla dottrina della sua religione, ma nel 2000 Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato Thomas More, ora santo, sia per i cattolici che per gli anglicani, il Santo Patrono dei politici. Al contrario, qualche decennio dopo la morte del suo autore l’uscita del libro italiano in Inghilterra ha sconvolto così tanto i lettori del paese, che hanno inventato un soprannome nuovo per il Diavolo, Old Nick, ispirato dal nome dell’autore perché, secondo loro, il libro poteva essere stato scritto solo dall’Emissario del Diavolo. L’autore era Niccolò Machiavelli.

Generalmente una frase viene utilizzato per descrivere il libro “Il Principe” di Niccolò

Machiavelli, “i fini giustificano i mezzi”, ma questa è un’interpretazione superficiale del saggio di meno di 140 pagine e per capire il perché diamo un’occhiata breve alla sua vita.

Tempi burrascosi

Niccolò Machiavelli nato a Firenze il 3 maggio 1469 era un autore, funzionario e diplomatico per la sua città. Questi mestieri volevano dire, soprattutto nel suo ruolo di ambasciatore, che doveva essere non solo intelligente, ma anche un osservatore acuto e capace di dedurre velocemente da quel che osservava personalmente e dai documenti che doveva leggere per il suo lavoro.

Inoltre, viveva in quel che erano davvero tempi burrascosi ed ha visto personaggi storici, uno dei quali, Cesare Borgia, era il modello del Principe del libro, sia nei pregi che nei difetti. Ha visto rivolte contro il governo fiorentino, particolarmente la cacciata dei Medici da parte di Savonarola e lui stesso è stato esiliato dalla sua città di nascita.

“Il Principe” quindi era il risultato di quel che aveva visto nel corso della sua vita e doveva essere considerato una specie di “guida” per un “Principe” capace. Anche se il libro è dedicato a Lorenzo de Medici, Duca di Urbino, nipote del celebre Lorenzo il Magnifico, le crude verità rivelate dal libro erano troppo per chi voleva predicare le utopie e non ammetteva pubblicamente quel che facevano davvero i regnanti per ottenere e mantenere il potere.

Per Machiavelli, il Principe non era un “uomo perfetto” ma un essere umano, e sapeva che ogni essere umano era soggetto a regole come anche a desideri personali e questi vengono descritti nel libro. Lui sapeva che ci voleva un uomo forte per poter sopravvivere in un luogo, l’Italia rinascimentale, che in molti modi poteva essere anche l’ambiente dei giochi politici spietati della serie televisiva “Trono di Spade”, senza i draghi e la magia, ma certamente con i suoi massacri, assassini e guerre continue.

Quindi “Il Principe” non mostra solo gli esempi di forza e crudeltà, e a volte anche atti spietati e furbi necessari in tempi burrascosi, e che sono gli incidenti che ispirano l’interpretazione sbagliata della frase citata sopra, ma ci sono anche i mezzi per giudicare il suo lavoro.

Regole

Benché l’aggettivo “machiavellico” sia stato inventato in risposta al libro pensando alle realtà crude dell’epoca, Machiavelli va oltre per dire che il Principe non deve pensare solo a se stesso, ma anche, e soprattutto, alla popolazione la cui vita dipende dalle sue decisioni.

Difatti, quando il Principe decide di andare in guerra deve farlo in modo da poterlo finire il più presto possibile e per motivi che sono davvero molto moderni. Le guerre sono periodi che fanno male a tutti, dai più poveri ai più potenti, sia in termini di vite umane, sia per quel che ora consideriamo condizioni economiche, e quindi il Principe che decide di ricorrere al mezzo più atroce deve essere deciso e spietato, anche se per motivi “etici” il ricorso alla guerra deve essere evitato, se possibile. Questo è il mezzo con cui il Principe è giudicato.

L’autore fiorentino riconosce anche i fattori che possono decidere la sorte dei Principi come la “Fortuna”, che spessa è cieca e può cambiare da un momento all’altro per moltissimi motivi non controllabili dal Principe. Un esempio di questo è stata la morte prematura di Papa Alessandro VI che fu decisiva per la caduta di suo figlio Cesare Borgia.

Dopo l’interregno brevissimo di Papa Pio III è subentrato Giuliano Della Rovere con il nome Giulio II che, non solo per motivi di potere personale, ma anche e soprattutto perché era anche disposto a entrare in guerra personalmente, ha messo fine alle ambizioni della famiglia Borgia. Inoltre, questo Papa è ora considerato uno dei mecenati d’Arte più importanti della Storia e, per chi non lo sapesse, è stato proprio questo Papa guerriero a commissionare Michelangelo a dipingere la Cappella Sistina.

Allo stesso modo Machiavelli aveva anche riconosciuto i pericoli delle compagnie di mercenari stranieri dei “Capitani di ventura” che combattevano per chi pagava di più, e quindi spesso non erano leali con chi li pagava.

Infine, Machiavelli fa appello a Lorenzo de Medici di prendere atto di quel che scriveva per mettere fine alle azioni dei francesi e spagnoli in Italia, e di mettersi a capo dei molti stati “italiani” che esistevano all’epoca. In un certo senso il primo sentore dei pensieri che porteranno poi al Risorgimento quattro secoli dopo la sua morte.

Purtroppo pochi hanno voluto capire questo aspetto del suo pensiero. Anzi, basta pensare che, per mantenere la loro Signoria, i Gonzaga di Mantova hanno stabilito rapporti forti con gli austriaci e per questo motivo non è proprio un caso che la loro è stata la Signoria più longeva della penisola, e certamente molto più lunga dei celebri de Medici fiorentini.

Quel che scrive Machiavelli è moderno perché riconosce molti aspetti della vita della politica che oggigiorno consideriamo normali con la parola “pragmatico”. Il Principe deve agire entro i limiti della legge e la moralità, ma in certi tempi, come in guerra, per dare l’esempio più lampante, si trova a dover prendere decisioni dure che non si prenderebbero mai in altri tempi.

Italia

Per capire davvero Machiavelli e per rendersi conto perché la frase spesso citata sia sbagliata, bisogna leggere bene e attentamente non solo “Il Principe” ma anche i suoi “Discorsi su Tito Livio”, dove spiega in modo più dettagliato i suoi pensieri. Sarebbe bello pensare che se i “Principi” dell’epoca di Machiavelli gli avessero dato retta con ogni probabilità l’Italia sarebbe nata molto prima, ma così non è stato e per un motivo molto semplice.

Per quanto Machiavelli fosse un grande osservatore un suo amico, Francesco Guicciardini, anche lui diplomatico e grande autore politico e pensatore, era ancora più realista. Con la sua frase “O Franza o Spagna purché se magna” ha dimostrato d’aver capito perfettamente le debolezze dei “Principi” italiani che pensavano solo ai propri interessi invece di agire insieme, e di conseguenza hanno creato le condizioni per cui la nostra penisola è rimasta un campo di battaglia per eserciti stranieri per secoli.

Infine, non possiamo scrivere un articolo su Niccolò Machiavelli senza nominare un’altra sua opera, la commedia teatrale “La Mandragola” considerata la più grande commedia del Rinascimento. Nel farci vedere le vite dei fiorentini della sua epoca non solo ci fa ridere, e molto anche, ma ci fa vedere che le debolezze umane non son mai cambiate e i messaggi di questa opera sono ancora validi oggi quanto i messaggi politici de “Il Principe”, e perciò vediamo chiaramente anche nelle sue opere che Machiavelli non è affatto “machiavellico” quanto l’aggettivo moderno potrebbe farci pensare. Per chi ha voglia di vederlo vale la pena cercare online il film “La Mandragola” del regista Alberto Lattuada interpretato magistralmente dal grande Totò e Philippe Leroy che ci fa rivivere quell’epoca affascinante.

Se i nostri lettori vogliono davvero capire l’Italia e la sua Storia farebbero bene a cercare autori come Machiavelli e Guicciardini, perché hanno visto con i propri occhi quel che ora esiste solo nei libri di Storia e dunque sono capaci di trasportarci in un mondo che non esiste più, ma senza il quale il nostro paese sarebbe molto diverso.

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The Devil’s Emissary: Niccolò Machiavelli

One phrase is generally used to describe Niccolò Machiavelli’s book Il Principe (The Prince), “the ends justify the means”. But this is a superficial interpretation of the book of less than 140 pages

In 1516 the English theologian Sir Thomas More, later King Henry VIII’s Chancellor, wrote a book whose title described an island of the same name with a perfect society. In fact, that name entered the world’s vocabulary to describe an ideal society, Utopia. 

What More could not have known was that three years earlier a Florentine author had already written a book that coldly and meticulously showed why the English theologian’s dream was unattainable, not because he did not want a perfect society but because, for the first time, an author had the courage to put on paper the harsh and crude reality of real politics and especially of the games needed first to obtain and then to maintain power.

Destiny wanted that More be executed by his sovereign for having kept faith with the doctrine of his religion but in 200 Pope John Paul II declared Thomas More, now a saint for both the Catholics and the Anglicans, the Patron Saint of Politicians. On the other hand, a few decades after its author’s death the publication of the Italian book in England horrified that country’s readers so much that they invented a new nickname for the Devil, “Old Nick” inspired by the author’s name because, according to them, the book could only have been written by the Devil’s Emissary. The author was Niccolò Machiavelli.

One phrase is generally used to describe Niccolò Machiavelli’s book Il Principe (The Prince), “the ends justify the means”. But this is a superficial interpretation of the book of less than 140 pages and to understand why let us take a quick look at his life.

Stormy times

Niccolò Machiavelli, born in Florence on May 3, 1469, was an author, functionary and diplomat for his city. These professions meant, especially in his role as an ambassador, that he had to be not only intelligent but also a keen observer and to be able to deduce quickly from what he observed personally and from the documents he had to read for his work.

Furthermore, he lived in what were truly stormy times and he saw firsthand historic characters, one of whom was Cesare Borgia, the model for the book’s Prince, both in strengths and weaknesses.  He saw revolts against Florence’s government, especially the expulsion of the de Medici family by Savonarola, and he himself was exiled from his city of birth.

“The Prince” therefore was the result of what he had seen in the course of his lifetime and had to be considered a sort of “guide” for the good “Prince”. Even though the book is dedicated to Lorenzo de Medici, the Duke of Urbino, grandson of the famous Lorenzo the Magnificent, the harsh truths revealed in the book were too much for those who preached Utopia and did not admit publicly what rulers really did to obtain and keep power.

For Machiavelli the Prince was not a “perfect man” but a human being and he knew that every human being was subject to rules and also personal desires and these are recognized in the book. He knew that a strong man was needed to be able to survive in a place, Renaissance Italy, which in many ways could have been the setting for the ruthless political games of the TV series “Game of Thrones”, without the dragons and the magic but certainly with its massacres, murders and continuous wars.

Therefore, “The Prince” shows not only examples of strength and cruelty but sometimes also the ruthless and cunning actions necessary in stormy times and these are the incidents that inspire the wrong interpretation of the phrase quoted above, but there are also the means to judge his work.

Rules

Although the adjective “Machiavellian” was invented in reply to the book thinking about the harsh reality of the period, Machiavelli goes further to say that the Prince must not only think of himself but also and above all of the population whose life depends on his decisions.

Indeed, when the Prince decides to go to war he must do so in a manner to be able to end it as quickly as possible and for reasons that are truly modern. Wars are periods that hurt everybody, from the poorest to the most powerful, both in terms of human lives and of what we now consider economic conditions and therefore the Prince who decides to resort to the most atrocious means must be decisive and ruthless, even if for “ethical” reasons resorting to war must be avoided, if possible. This is the means by which a Prince is judged.

The Florentine author also recognizes the factors that can decide the fate of Princes, such Fortuna (Fortune, effectively Luck) that is often blind and can change from one moment to the next for many reasons beyond the control of the Prince. One example of this was the premature death of Pope Alexander VI that was decisive in the eventual fall of his son Cesare Borgia.

After the very short interregnum of Pope Pius III, Giuliano Della Rovere took over with the name Julius II and it was he who, not only for reasons of personal power but also and above all because he was also prepared to go to war personally, put an end to the ambitions of the Borgia family. In addition, this Pope is now considered one the greatest patrons of Art in history and, for those who do not know, it was this warrior Pope who commissioned Michelangelo to paint the Sistine Chapel.

In the same way Machiavelli had recognized the dangers of the companies of foreign mercenaries that fought for those who paid the most and therefore they often did not remain loyal to those who paid them.

Finally Machiavelli appealed to Lorenzo de Medici to take note of what he wrote to put an end to the actions of the French and the Spanish in Italy and to put himself at the head of the many “Italian” states that existed at the time. In a certain sense this was the first glimpse of the thoughts that would lead to Italy’s Unification four centuries after his heath.

Unfortunately, few wanted to understand this aspect of his ideas. Indeed, we only have to think that, in order to keep its status, the Gonzaga family of Mantua established strong relations with the Austrians and for this reason it was not at all a coincidence that theirs was the peninsula’s longest lived Ruling House that was certainly much longer than that of the famous de Medici family of Florence.

What Machiavelli wrote is modern because it recognizes many aspects of political life that we today consider normal with the word “pragmatic”. The Prince must act within the Law and morality but in certain times, such as in a war to give the most striking example, he finds himself having to make difficult decisions that he would never make in other times.

Italy

In order to truly understand Machiavelli and to understand why the phrase often quoted is wrong we must read well and carefully not only “The Prince” but also his Discorsi su Tito Livio (Discourses on Livy) in which he explains his thinking in a much more detailed way. It would be nice to think that if the “Princes” in Machiavelli’s time had listened to him in all likelihood Italy would probably have been born much earlier but this was not so and for one very simple reason.

As much as Machiavelli was a great observer one of his friends, Francesco Guicciardini, also a diplomat and a great author and thinker, was even more realistic. With is phrase O Franza o Spagna purché se magna (Either France or Spain as long as we eat) he showed that he had understood perfectly the weaknesses of the Italian “Princes” who thought only of their own interests instead of acting together and, as a result, they created the conditions that our peninsula remained a battlefield for foreign armies for centuries.

Finally we cannot write an article about Niccolò Machiavelli without mentioning another one of his works, the play La Mandragola (The Mandrake), considered the Italian Renaissance’s greatest comedy. In letting us see the lives of the Florentines of his times he not only makes us laugh, and very well at that, he lets us see human weaknesses that have never changed and the messages of this work are still just as valid as the political messages of “The Prince” and in these works we clearly see that Machiavelli was not at all as “Machiavellian” as the adjective might lead us think. For those who want to see the play it is worth searching online for the film La Mandragola by director Alberto Lattuada interpreted masterfully by the great Totò and Philippe Leroy which lets us relive that fascinating time.

If our readers truly want to understand Italy and her history they would do well to look for authors such as Machiavelli and Guicciardini because they saw with their own eyes what now exists only in history books and therefore they can transport us to a world that no longer exists but without which our country would be very different.

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