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Azzera la bolletta

Diritti umani

La tratta delle persone

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Il 30 luglio scorso è stata la Giornata Mondiale contro la tratta di Persone, stabilita dall’Assemblea generale dell’ONU. Ancora oggi ogni Paese del mondo è colpito dal traffico di esseri umani, sia come paese d’origine, di transito o di destinazione delle vittime.

di Antonio Virgili – pres. comm. Cultura Lidu onlus

Il 30 luglio scorso è stata la Giornata Mondiale contro la tratta di Persone, stabilita dall’Assemblea generale dell’ONU con risoluzione A/RES/68/192, nel 2013.  Sembra un tema antico, di altre epoche e secoli, o un tema collegato solo al periodo coloniale europeo.  Invece non è così, né storicamente e neppure temporalmente, visto che è un fenomeno ancora attuale, sebbene in regressione e sempre più illegale.   Ma è bene ricordare non solo della sua presenza odierna ma anche della sua storia, affinché l’esigenza di attuazione dei diritti umani fondamentali non sia descritta solo come una anomala rivendicazione culturale europea.    Ancora oggi ogni Paese del mondo è colpito dal traffico di esseri umani, sia come paese d’origine, di transito o di destinazione delle vittime. Le donne e le ragazze continuano ad essere le principali vittime dei trafficanti a livello globale. La stragrande maggioranza delle vittime del traffico a scopo di sfruttamento sessuale e il 35% di quelle trafficate per il lavoro forzato sono donne. I conflitti aggravano ulteriormente la vulnerabilità, con i civili vittime dei gruppi armati e i trafficanti che approfittano degli sfollati.  Il traffico di persone è un grave crimine e una grave violazione dei diritti umani. Ogni anno, migliaia di uomini, donne e bambini cadono nelle mani dei trafficanti, nei loro paesi e all’estero.

Il Protocollo definisce la tratta di persone come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o il ricevere persone, mediante la minaccia o l’uso della forza o di altre forme di coercizione, il rapimento, la frode, l’inganno, l’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o il dare o ricevere pagamenti o benefici per ottenere il consenso di una persona che ha il controllo su un’altra persona, a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o i servizi forzati, la schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, la servitù o il prelievo di organi.

Molte vittime della tratta di esseri umani hanno sperimentato l’ignoranza o l’incomprensione nei loro tentativi di ottenere aiuto. Hanno avuto esperienze traumatiche dopo il salvataggio, durante i colloqui di identificazione o i procedimenti legali. Alcune hanno affrontato la rivittimizzazione e la punizione per i crimini che sono state costrette a commettere dai loro trafficanti. Altre persone sono state sottoposte a stigmatizzazione o hanno ricevuto un sostegno inadeguato.  Il tema di quest’anno, Victims’ Voices Lead the Way, mette perciò le vittime del traffico di esseri umani al centro della campagna e sottolinea l’importanza di ascoltare e imparare dai sopravvissuti al traffico di esseri umani.  Il loro ascolto è importante non solo per prevenire questo crimine, ma anche per identificare e salvare le vittime e sostenerle nel loro percorso di riabilitazione.  Non è raro che le vittime, pure se “salvate” dalle situazioni più critiche, restino psichicamente spaesate e socialmente emarginate.  Ciò capita specialmente quando forme di violenza fisica e sessuale individuale si sommano a quella del contesto generale.    Tra i casi più eclatanti quello delle circa 3000 persone, tutte ragazze, donne e bambini, Yazide rapite e rese schiave dai musulmani dell’ISIS e da loro simpatizzanti, e delle quali si sono perse tracce ma che ancora si spera di riuscire, almeno in parte, a salvare se ancora vive.  Secondo i dati raccolti da Amnesty International, molte delle vittime Yazide di schiavitù sessuale erano ragazze di 14-15 anni, o anche più giovani, alcune sono state vendute, altre “regalate” in premio, altre hanno convissuto, da prigioniere, con le mogli ed i familiari dei loro “padroni”.

Una diversa ma non meno grave forma di sfruttamento, in incremento, è il traffico di organi.   Secondo i dati di una agenzia specializzata dell’ONU si tratterebbe di quasi centomila casi ogni anno di traffico di persone ed organi, con la prevalenza di minorenni in Africa, di donne, all’80%, in America latina. Per le donne latinoamericane molto frequente lo sfruttamento sessuale e forme estreme di violenza (rapimenti, scomparsa, torture, ec.) alimentate dai gruppi del narcotraffico.    Nel solo Messico oltre 50 mila persone sono scomparse in poco più di dieci anni, molte le donne, più volte incinte, i cui corpi, o loro resti, non sono sempre stati trovati, il che lascia supporre che, oltre alla violenza fine a se stessa, possa esserci stato pure un traffico di organi.  In molte altre aree del mondo lo sfruttamento, la violenza ed il traffico di persone proseguono, con maggiore o minore notorietà.

Alla diffusione della schiavitù e del commercio di persone non hanno dato un contributo solo gli europei, come comunemente si pensa o impropriamente si afferma per indebolire la richiesta di tutela dei diritti umani.  La tratta araba degli schiavi è nata prima di quella europea e dello stesso Islam, iniziatasi attorno al VII secolo è durata un migliaio di anni, seguendo percorsi terrestri interni all’area africana e dell’Asia occidentale, con la principale motivazione di ottenere forza lavoro coatta. Da notare che capi militari ottomani e Sultani erano ufficialmente tra gli stessi organizzatori della tratta degli schiavi.  Per quanti vogliano minimizzare tali eventi non europei, secondo alcuni storici il numero delle vittime di queste tratte è stato tra 14 e 17 milioni di persone, di questi 1,2 milioni sarebbero gli Europei vittime della tratta barbaresca in Età moderna.  Mancano invece stime attendibili sul numero di abitanti dell’Europa orientale e delle province asiatiche dell’Impero bizantino deportati nel mondo arabo nel corso del Medioevo.  Il silenzio è quasi sempre calato su questi eventi e gli storici locali non sembrano essere stati attenti a documentarli.  D’altronde, forme di schiavitù sono così diffuse e antiche che appare ridicolo descriverle come un prodotto del cosiddetto Occidente.  Il Codice di Hammurabi (1860 a.C.) babilonese, parla della schiavitù come di una istituzione consolidata e del tutto comune tra i popoli dell’antichità, ma ciò certamente non ne giustifica la permanenza oggi o l’assimilazione ad una normalità da accettare passivamente.

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