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La sottile logica della violenza – Intervista ad una donna come tante

By 18 Ottobre 2020 No Comments

Un’insidia silenziosa che non si manifesta da principio con atti fisici violenti, ma che giorno dopo giorno riduce in schiavitù la donna incapace anche di una semplice opinione autonoma dal partner. E’ su questo humus che si alimenta ed esplode la violenza fisica contro colei che tenta di ribellarsi

di Anna Maria Antoniazza

Erano in casa tutti i giorni, guardavano la tv, portavano i figli a scuola. Dicevano di amarsi. Sposati da anni, l’adolescenza insieme, i sogni più o meno realizzati. Lui dirigente, lei funzionaria. Una famiglia tradizionale. Nessun genitore uno o due. Un padre e una madre, esattamente secondo i dettami biblici. Peccato che dietro quell’apparenza ingannevole, lei era solo un vaso di cristallo tenuto sull’angolo di un baratro pronto a cadere. Perché il marito consapevole della dipendenza che danno le abitudini aveva trasformato la sua vita in un incubo silenzioso. Lei non poteva fare ciò che voleva: doveva fare quello che voleva lui. Comprare quello che voleva lui, cucinare quello che voleva lui, stare zitta e non manifestare un dissenso verso le sue posizioni, soprattutto in pubblico. Perché tutto ciò avrebbe leso la sua credibilità di padre di famiglia. Lei non veniva malmenata: il suo corpo non portava lividi o cicatrici. Non veniva picchiata, non era vittima di strani giochi carnali. Anzi fare l’amore con il marito era addirittura un atto tranquillo e vissuto con serenità. Era la quotidianità però a devastare la sua libertà: di esprimersi, di vivere, di manifestare ciò che lei viveva dentro. In quel clima di orrore domestico, vestito di normalità scorreva il tempo della sua vita. Tra figli amati che a breve se ne sarebbero andati chi all’università chi all’estero. In una casa che per quanto bella nascondeva un terrore interiore indecifrabile e violento. Perché l’orco era un simpatico signore borghese, che nessuno si sarebbe mai immaginato. Non era un delinquente, non portava tatuaggi in viso, non aveva modi da bullo. Comandava con il solo potere della parola, del richiamo, spesso inflitto con lo sguardo e l’assenza di attenzioni. Perché è anche questa la strada che si percorre per uccidere chi dici di amare. Per svilirlo, per annientarlo.

La donna rimane silenziosa ad accudire il grande patrimonio della sua vita che sono i figli, finché ci sono, finché condividono l’ambiente domestico. Sono il suo campo energetico, la sua piccola caverna dove rifugiarsi per donare quella parte del cuore ancora non pietrificata dalle pesanti logiche matrimoniali.


Questa donna, che potresti essere tu, potrebbe essere la tua vicina di casa, tua figlia un domani, magari è stata tua madre stessa è molto più comune di quanto non si immagini: perché è proprio nella sudditanza psicologica che si annida il primo vero grande pregiudizio verso la condizione femminile. E’ lì che nasce la legittimazione di un ruolo confinato e dipendente, mai libero e felice, sempre succube e vigliaccamente vestito di normalità. In realtà è solo una ferita aperta dentro la Persona e nella società.

E’ da contesti come questo che poi nascono le terribili violenze domestiche, quelle che dalla parola sfociano nelle sberle, nei calci, negli omicidi. E’ nei contesti di apparenza borghese che si annidano i vermi della discriminazione, dell’abbattimento del ruolo femminile a semplice angelo del focolare, che deve stare in silenzio, anche quando soffre e nessuno la ascolta.

E quanto sono bravi questi mariti a fingere un ruolo che non gli è mai appartenuto, di grandi compagni di vita e padri impeccabili quando in realtà una volta chiusa la porta di casa sono in grado solo di generare l’inferno.


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