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Italiani nel Mondo

La lingua che divide e unisce: l’italiano – The language that divides and unites: Italian

Pubblicato

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Tempo di lettura: 8 minuti
di emigrazione e di matrimoni

La lingua che divide e unisce: l’italiano

di Gianni Pezzano

Se esiste una singola cosa che dovrebbe definire chi sia o non sia “italiano”, questo cosa non può essere che la lingua italiana, almeno in teoria. Ma nella realtà quella lingua è diventata fonte di differenze tra italiani in giro per il mondo, e non solo per via dei dialetti delle regioni italiane, ma anche tra gli italiani all’estero e gli italiani in Italia.

Per avere un’idea di queste differenze basta dare uno sguardo alla foto sotto. La foto è un meme da Facebook di un presunto “dizionario” della lingua italiana parlata in Australia. E come ci sono queste parole in Australia ci sono versioni locali ovunque si trovino italiani nel mondo.

Mentre scrivo queste parole mi immagino già la reazioni di lettori in Italia come “Che fine ha fatto la lingua di Dante?”, ed il motivo è il fatto semplicissimo che troppi non hanno capito, oppure hanno dimenticato, che fino alla fine degli anni ’70, a causa delle loro origini rurali la maggioranza dei nostri emigrati non parlava l’italiano, bensì il proprio dialetto e, in modo particolare, i maschi che non raramente erano anche analfabeti.  

Però, prima di continuare, tengo a precisare che questo non vuole affatto dire che fossero stupidi. Anzi, il grandissimo successo ottenuto da molti all’estero è la prova che erano davvero intelligenti, ma prima della loro partenza non avevano avuto l’opportunità di poter utilizzare le loro capacità in Italia. 

Nel guardare questo “dizionario” notiamo due cose. La prima è l’adozione di parole inglesi in varianti “italiane” per riempire il vuoto creato dalla mancanza di vocabolario italiano degli emigrati man mano che incontravano concetti, come stabilimenti, che non avevano mai visto prima di partire. 

La seconda cosa è la presenza di due parole che mostrano benissimo perché la lingua crea equivoci e quindi il motivo per cui la lingua può dividere. Parliamo di due “falsi amici”, cioè parole che esistono nelle due lingue ma hanno sensi totalmente diversi. Queste parole sono “fattoria” e “marchetta”. Per gli emigrati, e soprattutto i loro figli e discendenti sembrano giuste, ma i parenti in Italia capiscono il senso italiano delle parole ed in modo particolare “marchetta”, cioè allusioni alla prostituzione. 

Per dare un esempio particolare di questo fenomeno vorrei fornire un caso simile da Adelaide in Australia. Quando fu aperto il casinò della città nel 1985, molti italiani ci andavano regolarmente, ma gli equivoci, e quindi il problema, sono nati poco dopo quando parenti dall’Italia arrivavano come ospiti. Quando gli italiani in Australia invitavano i propri ospiti dall’Italia a passare una serata al gioco spesso dicevano “Andiamo al casino stasera”, non sapendo che la parola italiana è casinò. Ci vuole poco per capire lo sgomento degli ospiti e senza dubbio anche di parenti in Italia sentendo i parenti australiani dire che andavano regolarmente al “casino”.  

Certo, questo è un caso buffo e facilmente spiegabile, ma altri casi hanno creato equivoci e tensioni tra parenti all’estero e parenti in Italia.  

Poi bisogna capire che per i figli e discendenti nati  e cresciuti all’estero, queste parole ed espressioni ibride di due lingue sono “italiane” semplicemente perché i loro genitori o nonni le utilizzavano, e solo all’arrivo di parenti dall’Italia, o nel corso del primo viaggio in Italia, oppure magari quando hanno cominciato a studiare la lingua a scuola, hanno scoperto che non sono affatto parole italiane. 

E sono questi aspetti della vita degli italiani all’estero che ci fanno capire perché qualsiasi programma o manifestazione con l’intenzione di promuovere la nostra lingua e la nostra Cultura, deve avere la partecipazione attiva di esperti dai paesi di emigrazione italiana. Senza dimenticare che bisogna anche capire benissimo i sistemi scolastici di ciascun paese, perché anche loro devono essere coinvolti in modo attivo nel futuro per incoraggiare i discendenti a studiare la lingua che li definisce. 

Ogni paese con grandi comunità italiane ha le proprie peculiarità e quindi ogni progetto/manifestazione deve essere modellato in base a queste esigenze. 

Non basta ripetere eternamente “abbiamo il Patrimonio Culturale più grande ed importante del mondo”. Nel ripeterlo diventa un luogo comune e questa mentalità non contribuisce a lavorare per il meglio, ma tende a creare un’atmosfera di ovvietà che ci impedisce di riconoscere i passi necessari per tali progetti e manifestazioni. 

Per capire questo ultimo punto basta fare una domanda: che cosa di concreto hanno creato le tre edizioni degli “Stati Generali della lingua italiana” organizzate dal Ministero degli Affari Esteri? Non mi riferisco ad espressioni di intenzioni, oppure discorsi pieni di belle parole, ma a progetti concreti messi in atto in altri paesi. E la mancata partecipazione dell’editoria italiana ci fornisce una risposta molto eloquente.  

Nella vita non contano le belle intenzioni ma i fatti prodotti, e in questo siamo molti bravi a proclamare ma non altrettanto capaci di produrre progetti concreti ma impossibili senza conoscere bene le realtà all’estero. 

In questo anche la RAI dovrebbe avere un ruolo determinante nell’attrarre i discendenti dei nostri amici e parenti all’estero a voler imparare la nostra lingua e conoscere meglio la nostra Cultura, ma diciamo la verità, che misura di successo a vasto raggio avremo se, come paese, insistiamo a fornire i nostri programmi tv, film, documentari, ecc., solo in italiano senza dare la possibilità di farli vedere con sottotitoli nelle lingue dei relativi paesi? 

E con questo pensiero diamo un ultimo sguardo alla foto con cui abbiamo iniziato questo discorso per capire che non è un semplice meme, ma una rudimentale Stele di Rosetta per darci una chiave per trovare il miglior modo per incoraggiare i discendenti degli emigrati italiani ad imparare la nostra lingua. 

 

di emigrazione e di matrimoni

The language that divides and unites: Italian

by Gianni Pezzano

If there is one thing that should define what is or is not “Italian” this can only be the Italian language, at least in theory. But in reality the language has become a source of differences between Italians around the world, not only due to the Italy’s regional dialects but also between Italians overseas and the Italians in Italy. 

To have an idea of these differences we only have to look at the photo below. The photo is of a Facebook meme of an alleged “dictionary” of the Italian language spoken in Australia. And just as there are these words in Australia there are local versions wherever there are Italians in the world.  

As I type these words I can already imagine the reactions of readers in Italy, such as “whatever happened to Dante’s language?” and the reason is the very simple fact that too many people have not understood or have forgotten, until the end of the ‘70s because of their rural origins the majority of our migrants did not speak Italian but their dialects and especially the males who, not infrequently, were also illiterate. 

However, before continuing I would like to point out that this does not at all mean that they were stupid. Indeed, the great success achieved by many of them overseas is proof they really were intelligent but before their departure they did not have the opportunity to be able to use their skills in Italy. 

In looking at this “dictionary” we notice two things. The first is the adoption of English words in “Italian” variants to fill the gap created by the migrants’ lack of Italian vocabulary as they encountered new concepts, such as factories, that they had never seen before leaving.  

The second thing is the presence of two words that show very well why the language creates misunderstandings and therefore is the reason why the language can divide. We are talking about two “false friends”, simply words that exist in both languages but have totally different meanings. These words are “fattoria” and “marchetta”. For the migrants, and especially their children and descendants, they seem correct but the relatives in Italy understand the Italian sense of the words and especially “marchetta” that alludes to prostitution.  

To give a particular example of this phenomenon I would like to provide an example from Adelaide, Australia that is similar to the second case. When the city’s casino opened in 1985 many Italians obviously went there regularly but the misunderstandings, and therefore the problem, came shortly after when relatives visited from Italy. When the locals invited the guests for a night at the gambling tables they often said “Let’s go to the casino” not knowing that the proper Italian word was casinò (with the accent on the “o” pronounced) and that the English word meant “brothel” in Italian. It takes little to understand the shock of the guests and undoubtedly also of relatives in Italy on hearing the Australian relatives say that they went regularly to the “brothel”. 

Of course this is a funny and easily explained case but many other cases created misunderstandings and tension between relatives overseas and relatives in Italy. 

And then it must be understood that for the children and descendants born and raised overseas these hybrid words and expressions of two languages are “Italian” simply because their parents or grandparents used them and only upon the arrival of relatives from Italy or the first trip to Italy or maybe starting to study the language at school they discover that they are not Italian at all.   

And these are aspects of the lives of Italians overseas that make us understand why any programme or event with the intention of promoting our language and our Culture must have the active participation of experts from the countries of Italian migration. Without forgetting that we must also understand very well the scholastics system systems of each country because they too must be actively involved in the future to encourage the descendants to study the language that defines them. 

Every country with a large Italian community has its own peculiarities and therefore every country must have a project/event modelled according to its needs. 

It is not enough to repeat endlessly, “We have the world’s biggest and greatest Cultural heritage”. By repeating it this becomes a cliché and this mentality does not contribute to working but tends to create an atmosphere of obviousness that prevents us from recognizing the steps needed for these projects and events. 

In order to understand this last point we have to ask one question: What concrete things have the three “Estates General of the Italian language” organized by Italy’s Foreign Affairs Ministry created? I do not refer to expressions of intentions or speeches full of fine words but to concrete projects implemented in other countries. The lack of participation of Italy’s publishing industry provides us with a very eloquent answer.  

In life good intentions do not count but the facts produced and in this we are very good at proclaiming but not as capable at producing feasible projects and these are impossible without knowing the realities overseas. 

In this too RAI, Italy’s State broadcaster, would also have a decisive role in attracting the descendants of our relatives and friends overseas to want to learn our language and to get to know our Culture better but let’s face it, what far reaching success will we have if, as a country, we insist on providing our TV programmes, films, documentaries, etc, only in Italian without giving the possibility of showing them with subtitles in the languages of the countries of residence? 

And with this thought let us take one last look at the photo with which we began this discussion to understand this is not a mere meme but a rudimentary Rosetta Stone to give us a key to finding the best way to encourage the descendants of Italian migrants to learn our language.