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Diritti umani

La laicità dei Diritti Umani si scontra con l’assolutismo religioso dei Talebani in un mondo diviso da percorsi storici in antitesi

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L’ incompatibilità di convivenza e comprensione pacifica tra la cultura occidentale dei Diritti dell’Uomo e quella Mediorientale dei diritti dell’Islam ha radici storiche profonde che vanno analizzate con attenzione perchè la natura umana sviluppa la propria coscienza a cominciare dall’influenza dell’ambiente circostante

di Fabio Ghia

Le differenze valoriali, comportamentali, sociali e morali che ancora oggi esistono tra i vari popoli del mondo derivano essenzialmente dall’influenza delle particolarità che la stessa natura, a livello locale, ingenera sul sistema di vita. In particolare, il vivere in regioni desertiche, così come in aree estremamente vaste, incide sul sistema di vita imponendo la necessità di instaurare sistemi “Tribali” di conduzione delle società in esse conviventi. Se a questa realtà si aggiunge una radice sociale dell’Islam delle “origini”, nasce evidente una certa incompatibilità di convivenza e comprensione pacifica tra la cultura occidentale dei Diritti dell’Uomo e quella Mediorientale dei diritti dell’Islam.

L’esempio più evidente è l’attualità di quanto sta accadendo in Afghanistan. Come scrive Francesca Musacchio su OCS.report (Afghanistan: i Talebani e la trappola del riconoscimento internazionale 25/8/21): “Gli Usa e tutto l’Occidente, che hanno intrapreso una guerra contro il terrorismo (ndr: vent’anni or sono), hanno sottovalutato il ruolo di un’ideologia tribale ma ben radicata nel Paese, soprattutto nelle aree periferiche. Nel Paese resistono realtà profondamente tribali, legate alle etnie che spesso riconoscono nei Talebani (ndr: studenti islamici) e nell’estremismo religioso la propria identità.”

Non vi è alcun dubbio, infatti, che l’interazione nata 1433 anni orsono (secondo il calendario islamico, con inizio della costituzione della Comunità Islamica nella città di Medina) tra la Rivelazione Coranica e lo stato “tribale” in cui vivevano le popolazioni di allora, persiste ancora oggi in molte parti del mondo, diventando un vero e proprio “sistema di vita” che ha ben poco a che fare con le nuove democrazie occidentali discendenti dalla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo” ONU del 1948.

Al tempo stesso, mi piace richiamare come il Profeta Maometto sentì per quella occasione la necessità di scrivere “la Carta (primo esempio al mondo di “Costituzionalità”) di Medina”. Un documento proposto dal profeta Maometto poco dopo l’arrivo a Medina nel 622. Si tratta di un documento costituito da un accordo formale tra Maometto e tutte le tribù e i clan maggiormente presenti in Medina, inclusi gli ebrei (maggioritari), i cristiani e i pagani. Il documento fu redatto per metter fine esplicitamente al conflitto intertribale tra i clan delle tribù medinesi. Per effetto di esso fu individuato un certo numero di diritti e di responsabilità per la comunità islamica emigrata dalla Mecca, per gli israeliti, i cristiani e per i pagani, collocandoli all’interno di una nuova struttura sociale che fu chiamata Umma (Comunità).

 

Anzi, sino al dopo battaglia di Badr (dove le forze Medinesi sconfissero i pagani Meccani) gli ebrei in particolare erano considerati parte integrante della Umma musulmana. Conseguenza però del ritiro (tradimento) anticipato durante la battaglia di molti ebrei, al rientro in Medina da “vincitore”, Maometto fece uccidere mediante taglio della testa più di 600 ebrei, fin quando il loro capo tribù non decise di abbandonare l’oasi. Gli ebrei di Medina, quindi, si trasferirono con i loro beni in Siria. In quella occasione Maometto annullò la “Carta” e diede la possibilità alle altre comunità di restare solo se sottomessi all’Islam.

La condivisione del substrato valoriale a livello tribale dei tempi della Carta di Medina formava la componente vitale nella costruzione e nello sviluppo dell’identità dell’intera popolazione medinese. Attingendo al retaggio valoriale delle singole tribù, l’idea iniziale di Maometto volgeva alla creazione di valori condivisi come strumento utile per modellare e rafforzare l’identità dell’intera popolazione medinese. Cioè un primo approccio al concetto di “cittadinanza”!

Per l’intero mondo islamico, inoltre, l’imposizione dell’unica lingua è dovuta solo ed essenzialmente a motivi religiosi legati alla divulgazione e adozione della rivelazione “Coranica”, per l’appunto in arabo, e alla sharia conseguente.

Venuta meno la peculiarità della differenziazione valoriale tribale, l’Islam religioso degli albori prese il sopravvento su qualsiasi forma di convivenza pacifica, diventando quindi fonte principale di organizzazione politica delle società in essa esistenti. Allora come oggi nell’Islam tradizionale, vedi l’Afghanistan, ben poco è cambiato.

Seppur sono ben da differenziare e considerare le forme di pluralismo religioso che si vanno sempre più affermando nell’Islam di oggi, soprattutto in Europa e, ancor di più, in alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo (Tunisia e Marocco, in testa).

Sta di fatto che le tre nazioni Guida del mondo Musulmano – Arabia Saudita, Qatar e Iran, diffondono nel loro proselitismo valori essenzialmente politici e sociali di estrazione shariatica. Sebbene queste forme di “pluralismo religioso” dovrebbero interessare solo l’interpretazione giuridica dei Sacri Testi (Corano e Hadith), nella pratica a livello di singola Nazione si sono tramutati in orientamenti politici, spesso sanciti nelle Carte Costituzionali.

Tra le norme che purtroppo ancora oggi diffondono i paesi arabi e musulmani di tradizione islam delle origini e che i movimenti salafiti (ivi compresi gli studenti Talebani) vorrebbero applicare dal punto di vista sociale, possono essere sintetizzate, in particolare: le ineguaglianza tra uomini e donne in argomenti quali il matrimonio, il divorzio, l’eredità, la “testimonianza”, l’occupazione e matrimonio minorile, concubinaggio, e circoncisione maschile e femminile (in particolare nell’Islam africano) sui bambini.

Dal punto di vista internazionale, viene quindi a tutt’oggi ufficializzato il confronto (mai dichiarato!) tra la Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo, proclamata nel 1981 presso l’UNESCO a Parigi e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948. Che, come noto, ancora oggi è la guida che è stata adottata dalla quasi totalità delle Nazioni aderenti all’ONU. Un paradosso questo, che va sempre più accentuandosi nel Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, nonché “Nel Comitato per la lotta al Terrorismo del Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite, dove sino ad ora stanno maturando forme di integrazione “consapevole”, legate sì alla base maggioritaria (i Cristiani nel mondo sono a tutt’oggi il 32%, mentre l’Islam è al 28% ma in rapida ascesa), ma anche ai notevoli “contributi” che il mondo Arabo Musulmano versa …. spesso a mero vantaggio dei tanti “qualunquisti – populisti egualitari” sparsi sempre più in tutta Europa.

A fronte di tutto questo e nella piena convinzione che anche molte norme “sociali” dovranno essere in futuro aggiornate a nuovi valori, in ragione del numero di credenti musulmani sempre più in aumento, mi chiedo quale futuro ci sarà per il mondo intero su una nuova possibile concezione della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?