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La crisi sudanese, la Russia e lo scacchiere africano

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L’opinione pubblica di molti Paesi è concentrata sulla guerra in Ucraina, che ha sostituito nei media i temi della pandemia da Covid-19, ma le vicende del Sudan si intrecciano anche con tali crisi e con i nuovi scenari internazionali

di Alexander Virgili

Il Sudan è il terzo produttore africano di armi dopo il Sudafrica e l’Egitto, in esso l’influenza dei militari coinvolge numerosi settori vitali per l’economia del paese, ciò aiuta a comprendere perché il 25 ottobre 2021 vi sia stato un nuovo colpo di Stato da parte delle forze armate guidate dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. Già nel 2019 i militari avevano realizzato un colpo di Stato che aveva deposto, dopo trenta anni, il presidente Omar al-Bashir.  Il Sudan è un paese travagliato da guerre civili, forti conflittualità interne, ampia discriminazione verso le donne e da presenze di fondamentalisti di matrice islamica (nel 1991 al-Bashir aveva ufficializzato la Sharia).  L’opinione pubblica di molti Paesi è oggi concentrata sulla guerra in Ucraina, che ha sostituito nei mass media i temi della pandemia da Covid-19, ma le vicende del Sudan si intrecciano anche con tali crisi e con i nuovi scenari internazionali.  Infatti circa l’80% del grano arriva in Sudan da Russia e Ucraina, così che l’attuale crisi bellica quasi certamente determinerà un aggravarsi della situazione alimentare nel Paese.  Anche il previsto apporto statunitense di grano sembra ora rimesso in discussione dalla crisi internazionale, anche tenendo conto del fatto che gli attuali dirigenti sudanesi vantano legami con la Russia, che il gruppo Wagner già gestirebbe due società minerarie (oltre alla presenza di personale militare di sicurezza), e che il Sudan si è dichiarato disponibile a ospitare una infrastruttura militare russa che si affaccia sul mar Rosso[1].    Nel novembre del 2021 la TASS aveva infatti informato che il vice ministro degli Affari esteri russo aveva espresso la speranza che il Sudan -grazie all’accordo con la Russia firmato nel luglio del 2019 -concedesse la possibilità alla Russia di costruire un’infrastruttura militare presso Port Sudan che si prevede sia gestita dai russi per 25 anni.

L’infrastruttura militare di fatto consentirà alla Russia una proiezione di potenza navale sul Mar Rosso, strategico per le rotte petrolifere e per l’Oceano indiano, oltre ad una presenza stimata in circa 300 militari. La domanda che si pone è quali siano gli obiettivi geopolitici della Russia e della Cina nella prospettiva di un ridisegno delle reti di alleanze e potere che appare oramai sempre più evidente. 

Al ritiro, o ridimensionamento, delle tanto criticate presenze europee e statunitense in Africa non ha fatto seguito una maggiore indipendenza o autonomia di quei Paesi, bensì un riposizionamento entro le reti che Russia e Cina tendono con sempre maggior impegno verso quel continente, offrendo investimenti e cibo in cambio di agevolazioni commerciali e militari.  Secondo il tipico atteggiamento neocolonialista di molti dichiarati anticolonialisti ed antioccidentali.  Il consolidamento della presenza russa bilancia in parte quella cinese (non si dimentichi l’infrastruttura militare cinese a Gibuti).  

Scavalcati gli Stati Uniti già nel 2009, la Cina si è mantenuta da allora il primo partner commerciale del continente africano, con un valore più del doppio di quello europeo. L’interesse di Pechino per l’Africa ha coinciso con l’emergere di esigenze interne: alla necessità di sostenere la crescita nazionale attingendo a nuove risorse energetiche, si è aggiunto l’aumento del costo del lavoro in patria, spingendo le aziende cinesi verso mercati più economici per la produzione manifatturiera. La regione, con i suoi giacimenti minerari, le riserve di idrocarburi, e una popolazione giovane e in continua espansione è presto entrata negli obiettivi dei dirigenti cinesi. Il 1° gennaio 2021 è entrato in vigore l’African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA), l’accordo commerciale più grande al mondo per numero di Paesi coinvolti (ben 54), che punta a incrementare la spesa interna – tra consumatori e imprese – a quota 6,7mila miliardi di dollari entro il 2030. Si prevede che la Cina sarà tra gli outsider a trarne maggiori benefici e le esportazioni cinesi verso i Paesi AfCFTA potrebbero aumentare del 50%.

In sintesi, l’accordo bilaterale tra Russia e Sudan rientra in una più ampia architettura di proiezione di potenza in Africa per realizzare la quale la Russia ha firmato ben 21 accordi con 21 Stati africani, fra questi, Egitto, Repubblica centrafricana, Eritrea, Madagascar e Mozambico.  Ma la situazione è ancora in trasformazione ed il Sudan, nel breve periodo, rischia una grave carenza di cibo ed un acuirsi della povertà e della conflittualità interna.

 

[1] Come riferito dalla Reuters questa dichiarazione di rilevanza strategica è stata fatta il 2 marzo scorso, dopo il viaggio a Mosca del vicecapo di Stato del Sudan nel mese di febbraio. 

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