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Arte & Cultura

La Creta Indocile di Ivano Mugnaini, dalla parte di chi non cede.

Titty Marzano

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L’attualità della poesia di Mugnaini in questo tempo, sentirsi liberi seppur prigionieri e la necessità di divenire progetto.

Nel suo ultimo libro di poesie Ivano Mugnaini racconta l’uomo ed i suoi istanti: “Ciò che fa di me/ un uomo è l’avere imparato/ l’arte di plasmare/con dita goffe ma tenaci / la creta indocile dell’esistere.”

Laureato con una tesi sul teatro rinascimentale, Ivano Mugnaini si è occupato in particolare di lingua, letteratura e traduzione presso varie Università, tra le quali quelle di Londra e Lipsia. Ciò lo ha portato, professionalmente, ad occuparsi di traduzioni e relazioni per aziende operanti nel settore della comunicazione.

Dopo un periodo dedicato all’insegnamento, inizia la collaborazione in qualità di redattore e curatore di note critiche, redazioni e schede di libri e volumi antologici. Scrive per riviste del settore editoriale, collabora come consulente per varie case editrici, ha curato rubriche per Bompiani RCS e cura un blog letterario.

È autore di romanzi, racconti, poesie e saggistica, scrive inoltre critica letteraria e teatrale. I suoi testi sono stati più volte letti e commentati in trasmissioni radiofoniche (Rai – Radiouno) e in emittenti televisive regionali e nazionali.

Alcuni dei suoi testi divengono spettacoli teatrali diretti dai registi Bulgarelli e Contartesi e diversi critici si interessano alla sua attività letteraria. Per fare alcuni nomi, Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Roberto Pazzi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Bevilacqua, Luigi Fontanella, Paolo Maurensig, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Saviane, Michele Dell’Aquila, Walter Mauro e altri. 

Pubblica sillogi, raccolte di poesia e racconti, di questi ultimi “Desaparecidos” viene pubblicato da Marsilio e “Un’alba” da Marcos Y Marcos.

Dirige con Mauro Ferrari e Gianni Caccia la collana di narrativa AltreScritture e cura, assieme a Luca Ragagnin e Mauro Ferrari, i “Quaderni Dedalus”, annuari di narrativa contemporanea. Collabora con magazine culturali e di critica cinematografica, blog e periodici, sia cartacei che on line, tra cui Il Quorum, Rome Central, Quarto Potere, Arte e luoghi, Libera il libro, La Notizia H24, Itinerari Letterari.

I titoli delle sue opere sono sempre particolari e contengono al contempo più letture come del resto ciò che di lei leggiamo. Vuole darci una prima interpretazione del titolo?

Ringrazio innanzitutto per l’invito e per l’attenta lettura del mio libro.

Sì, scelgo titoli sempre particolari, o forse sono loro che scelgono me. Nel senso che, alla fine, il titolo dovrebbe in teoria rappresentare una sintesi del contenuto. Ma ben sappiamo che un libro, come ogni forma di comunicazione e in fondo di dialogo, contiene istanze complesse, spesso contraddittorie, di sicuro costituite da molteplici livelli e significati.

Nel caso specifico La creta indocile rappresenta la vita stessa o l’essere umano, o entrambi gli elementi, nella loro costante interazione. La creta, ossia l’esistenza, è indocile, spesso sfugge al tentativo di plasmarla alle nostre esigenze e aspirazioni e soprattutto sul modello di ciò che riteniamo giusto, bello, vivibile. Eppure, ogni giorno, l’energia, l’impegno ad avvicinare anche di un centimetro la materia caotica all’ideale, anzi agli ideali che riteniamo essenziali, è un esercizio prezioso, vitale in senso stretto e lato, assolutamente umano.

Nelle sue opere emerge il quotidiano ed il malessere dell’epoca, i sentimenti profondi e le emozioni, eppure tutto viene colorito con una discreta ironia “Ti accade di pensare di aver sbagliato direzione […] dalla luce verso il buio”. A chi si rivolge principalmente e quale messaggio, tra i tanti importantissimi, è il fil rouge dell’opera?

In effetti l’ironia è spesso presente nel libro. Non per stemperare o edulcorare. Piuttosto per cercare una sorta di “umanizzazione” della correlazione tra autore e lettore. Rendendo tutto meno formale, meno impostato. L’ironia è l’arte del chiaroscuro, è una forma di sopravvivenza, un’arma incruenta che fa da scudo ai dolori, alle luci, a volte accecanti della verità. Direi che in questa prospettiva la citazione del verso è adeguata: l’ironia è allo stesso tempo un filtro contro le luci eccessive ma anche un modo per illuminare e dare calore al buio. Non è una via di fuga dalla realtà. È un modo per cercare un angolo, una visuale che consenta di ripartire, agendo per quanto ci è concesso, sulla realtà, cercando di plasmarla in una forma più umana. Questo aggettivo credo sia un Leitmotiv, anche delle risposte a questa intervista.

L’indagine sull’esistenza e sul fondo dell’umano, precariamente in bilico sul filo della quotidianità, trovano forza e consistenza nell’esigenza di trovare il “senso” del vivere, “È questa la beffa e la sfida; / perdere sangue ad ogni passo, / ogni sogno, ogni pensiero, e generare / nonostante questo un sentiero arcano, intenso […]”. Una via già tracciata o una progettualità che porta a tracciarla?

La via non è tracciata. Credo che questo sia il fardello ma anche il grande privilegio. La strada si crea percorrendola, ed è altrettanto vero, a mio avviso, il noto detto che ci suggerisce che la meta non è un punto preciso ma il viaggio stesso. Ritengo in effetti si tratti di una progettualità, parola bella e anche coerente con quanto abbiamo già detto. Il progetto è un obiettivo ideale, che poi, ogni giorno, deve tenere conto del bello e del cattivo tempo, della pioggia e del vento. Ma il pensiero del sole genera il sole stesso. Ossia, la volontà, fattiva, concreta, di migliorare e migliorarci è uno dei bene più essenziali. Questo al di là della “indocilità” della creta.

Forte e prepotente è anche il senso di responsabilità attribuito alle scelte che debbono rendere la vita degna “[…] il crimine antico di ritrovarsi/ colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe/ le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso, / e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.”. In un momento così caotico che, al contrario di quanto si pensi, mostra un uomo debole, quasi incattivito, incapace di solidarietà, confuso, crede che i fondamenti etici connaturati all’uomo abbiano la forza di riemergere?

Questa domanda opportunamente riassume e racchiude il senso dell’intero discorso. Il momento caotico in realtà dura da molto tempo. E questa ulteriore prova, la pandemia, poteva perfino essere una dura, aspra occasione di mutamento. Ossia, al di là degli enormi disagi e dolori poteva almeno servire come insegnamento, come monito, come spunto di riflessione, come stimolo al miglioramento individuale e collettivo. Al contrario, l’ho anche scritto in un testo quasi diaristico, niente è cambiato. Anzi, temo si siano rafforzati solo gli egoismi, la ferocia, la sopraffazione, l’aggressività, il disprezzo verso il diverso, l’indifferenza verso la sofferenza altrui. Spero tanto di sbagliare. Spero immensamente di essere smentito dai fatti, magari quando la pandemia sarà un capitolo definitivamente chiuso. Ma al momento non intravedo segnali favorevoli, nelle strade, nelle piazze, nelle piccole e nelle grandi cose, E, sul piano internazionale, un’ennesima guerra, si affianca alle decine di guerre in atto nel mondo, spesso invisibili, di sicuro ignorate. Guerre che imperversano da anni, con fasi acute che si alternano a periodi di apparente latenza, in cui comunque l’odio sussiste, alimenta se stesso con infiniti gesti quotidiani. È una prova di fallimento: della diplomazia, del dialogo, dell’equità. La salvezza, forse, passa dalla giustizia, da una visione più equa e solidale delle cose. C’è pace se c’è giustizia. Se c’è rispetto anche per i più deboli. Credo che solo in tal modo la “creta” possa diventare meno “indocile” e consentire di dare alla vita una forma più armonica, più umana.

Concludo con un suo verso, sinonimo di speranza, che ho il piacere di condividere con i nostri lettori. “[…] Sarà bello smettere di voltare la testa di scatto, inutilmente, come un gatto che teme la sua immagine riflessa in uno specchio. In un istante di quiete sapremo condividere il tratto di strada che ci è dato in sorte con le gocce di rugiada di un mattino.”

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