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Diritti umani

La condizione della donna nelle religioni – Corano e Torah

Anna Maria Antoniazza

Pubblicato

il

Intervista al prof. Mario Balzano – Teologo, esperto di storia delle religioni.

Nota fin IV millennio a.C. la circoncisione maschile e l’infibulazione femminili sono pratiche tuttora in voga, con una profonda differenza: al maschio non produce nulla di particolare, anzi igienicamente è anche consigliabile mentre per la donna le cose stanno in maniera profondamente diversa. Tutt’oggi l’infibulazione è una pratica che si può riscontrare in alcuni paesi, in tutto o in parte islamici: essenzialmente la parte meridionale dell’Egitto, Somalia, Eritrea, Senegal, Guinea. Dove viene consigliata come sistema ritenuto utile a mantenere intatta l’illibatezza della donna.

L’infibulazione determina varie conseguenze nella donna. A causa della cucitura della vulva, l’apertura della vagina non permette la penetrazione di un pene o di un altro oggetto di pari dimensioni: i rapporti sessuali vengono quindi impossibilitati fino alla defibulazione, che viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Dopo la defibulazione, i rapporti sessuali vaginali sono comunque dolorosi e difficoltosi, con le ferite che spesso sono fonte di infezione. Il piacere sessuale femminile viene fortemente inibito grazie all’asportazione del clitoride, che impedisce l’orgasmo clitorideo.

A causa sia della infibulazione, che delle defibulazione (eseguite spesso in ambienti sporchi o non sterili) spesso insorgono cistiti, uretriti, ritenzione urinaria, ematuria (sangue nelle urine), piuria (pus nelle urine), vulviti e vaginiti anche gravi. Tali rischi sono elevati anche nel periodo che va dall’infibulazione alla defibulazione a causa dell’eventuale accumulo di sporco e smegma favorito dalla cucitura.”[1]

Nell’Islam.

Ora se nel Corano non si cita l’infibulazione purtroppo nel mondo islamico tutt’oggi la vita per le donne non è facile. Nonostante sia scritto nella shura (16:97) “A chiunque, maschio o femmina, compie buone azioni e abbia fede, daremo una buona vita e li ricompenseremo secondo le migliori delle loro azioni”, una donna, finché rimane in famiglia, è sottoposta all’autorità del padre; dopo, quando si sposa, passa sotto l’autorità del marito. Paradossalmente esclusa da questa tutela (wilāya) è la nubile non più giovane (anīs), che può in tutto e per tutto gestirsi senza dipendere dall’altrui beneplacito.

Le fonti coraniche circa il diritto ereditario riportano una situazione di disparità. Nella medesima sura “delle donne”, è infatti detto in merito all’eredità ai figli “Iddio vi raccomanda di lasciare al maschio la parte di due femmine”.
“Dopo anni di lotte, oggi le donne in alcuni paesi del Mondo Arabo è permesso votare su base universale. Tuttavia, questo non basta a renderle libere o pari agli uomini. Ne è un esempio il fatto che in Medio Oriente ci sono ancora molti matrimoni forzati, in cui la donna non ha alcun potere decisionale. In Libano non è permesso passare la cittadinanza per matrimonio al coniuge e ai figli, cosa possibile con gli uomini. Alcuni movimenti femministi stanno combattendo da anni su tale proposito. Purtroppo, in Arabia Saudita le attiviste la pagano a caro prezzo. Subiscono abusi e sono portate in prigione dalla polizia per qualsiasi atto di protesta. Le ONG Afa e Baud sono accanto a queste combattenti. L’adesione all’abito tradizionale varia tra stato e stato ma in Arabia Saudita, la religione islamica impone alle donne di indossare l’abaya. Il profeta ha concesso alle donne diritti e privilegi nell’ambito della vita familiare, tuttavia la chiusura della religione islamica le relega nei contesti lavorativi sempre in una posizione di secondo piano rispetto agli uomini. Le donne infatti lavorano e sono istruite ma molte di loro sono impiegate in aziende familiari. In alcuni paesi arabi più ricchi come gli Emirati Arabi, invece, molte hanno la possibilità di fare carriera al pari degli uomini.”[2]

Parlando invece dell’ebraismo, è bene ricordare che nell’antichità, la condizione della donna ebraica era superiore a quella della donna ellenica o romana.

Vi è una preghiera che recita così “«… ti ringrazio per non avermi creato donna»; ma ogni parola della Torah va interpretata, non presa alla lettera come ci spiega il Talmud: «grazie per non avermi fatto donna perché io posso così onorarti con l’osservanza delle mitzvot» dal momento che alla donna, nel rispetto del suo ruolo, sono prescritte, invece, soltanto tre mitzvot. La Torah è piena di bellissime figure femminili: Miriam, la sorella di Mosè osa sfidare il Faraone; Sarah ha una profonda intesa con il marito e una immensa capacità di accoglienza (si dice che la tenda di Sarah fosse aperta da tutti e quattro i lati per poter accogliere i viandanti); Rachele e Lea hanno vissuto un intenso rapporto tra sorelle pur condividendo lo stesso uomo; Rebecca comprende l’anima dei propri figli e li asseconda; Deborah, profetessa e generalessa crea un esercito, vince e fa molto di più. Durante la preghiera per l’entrata dello Shabbat si usa leggere l’Eshet Chail, un vero e proprio inno alla donna, alle sue capacità, al suo ruolo essenziale per l’osservanza dello Shabbat; poi, per finire, il Cantico dei cantici in cui l’elogio alla donna raggiunge livelli di particolare apprezzamento. Nel Talmud è scritto: «La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata». Ciò nonostante, il ruolo della donna è sempre “subordinato” all’utilità dell’uomo: questo però non è particolarità dell’ebraismo, è storia del mondo e delle sue religioni. Malgrado i loro importanti impegni professionali e sociali, il ruolo che le donne sentono di più nell’ebraismo è comunque quello di testimone e custode della tradizione.”[3]

Particolare può sembrare il fatto che donne e uomini in sinagoga pregano separatamente, ma questo è dovuto alla tradizione e non è sentito discriminatorio.

Non è un segreto che i riformati cerchino di cavalcare il disagio che le donne avvertono negli ultimi anni. Nel loro spirito illuministico, nella loro euforia riformatrice, credono e fanno credere che si tratti di cambiare qui e là i testi, modificare mitzvòt, introdurre magari un nuovo minhag, per risolvere la «questione femminile». Perché mai pregare, ad esempio, sedute accanto agli uomini sarebbe preferibile? In che cosa ne verrebbe aumentata l’autostima? E se invece stare accanto ad altre donne, nei matronei, non significasse assaporare qualche ora di suggestiva intimità? Stare tra le donne non equivale ad essere relegate o emarginate. Vuol dire semmai vedere la realtà dalla prospettiva diversa da quella maschile, che non è l’unica. Fuori dall’alternativa tra protagoniste e comparse, quello che le donne desiderano è di poter partecipare, cioè essere coinvolte e coinvolgere a loro volta. Anzitutto nello studio. Senza perdere tuttavia la propria angolazione, senza abbandonare il proprio posto. La tradizione ebraica, che insegna la differenza delle donne, è perciò in questo senso una enorme risorsa. D’altronde negli Stati Uniti, in Israele, ma anche in molti paesi europei, le comunità che si definiscono ortodosse chiedono alle donne un’intensa partecipazione. Questo dovrebbe valere anche in Italia dove grande è il disorientamento nel mondo femminile. Che dei suggerimenti non vengano proprio dal mondo ebraico? Lo speriamo. D’altronde, in tante comunità, le donne hanno dimostrato di avere idee, iniziative e desiderio di impegnarsi.”[4]

[1] Staff medicina on line, Infibulazione: cos’è, etimologia, scopi, conseguenze, in Italia, in https://medicinaonline.co/2019/02/06/infibulazione-cose-etimologia-scopi-rischi-in-italia-leggi/ (02/06/2019).

[2] M. Losco, Condizione delle donne oggi: uno sguardo sul Medio Oriente, in https://cataldi.com/condizione-delle-donne-oggi-uno-sguardo-sul-medio-oriente/ (02/08/2020).

[3] L. Genah, D. Spagnoletto, Ebraismo, L’elogio della donna, in https://www.avvenire.it/agora/pagine/ebraismo (03/05/2016).

[4] D. Di Cesare, Il posto delle donne in sinagoga, in https://www.kolot.it/2012/06/06/kolot-il-posto-delle-donne-in-sinagoga/ (06/06/2006).

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