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La Cina non è un altro pianeta, parte I — China is not another planet, part I

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Tempo di lettura: 5 minuti
di emigrazione e di matrimoni

La Cina non è un altro pianeta, parte I

di Marco Andreozzi

Da qualche settimana studi e giornali anche autorevoli constatano come l’economia cinese abbia raggiunto il picco. Ad onor del vero, alla fine del 2004 dalla Cina chi scrive aveva previsto e pubblicato per la Regione Toscana (“idee sulla toscana”) che sarebbero rimasti quattro-cinque anni per investire in modo più profittevole nella repubblica popolare, e che la crescita economica sarebbe calata. Così è stato e la crisi globale del credito amplificò gli eventi, cui il regime cinese rispose con investimenti massicci nell’immobiliare. Si costruirono le note città-fantasma, stravolgendo in via definitiva obiettivi e finalità dello sviluppo, ovvero considerando il PIL proprio come un obiettivo, mentre è invece una misura quantitativa – peraltro incompleta – dello sviluppo.

In questo contesto, nel 2011 la banca d’affari Goldman Sachs aveva previsto che il PIL cinese avrebbe superato quello USA nel 2026, stimando una crescita media della produttività del lavoro per il successivo ventennio di circa il 4,8 % l’anno, una valutazione sorprendente ed inaccettabile per qualsiasi espatriato presente nel Paese ed esperto delle buone pratiche industriali delle nazioni ricche. Oggi la stessa Goldman Sachs ha aggiornato i dati della crescita, che sono più pessimisti di quelli dell’OCSE (entità diplomatica), ma ancora fallaci per eccesso rispetto alle previsioni di chi scrive; circa la produttività del lavoro, la banca parla ora del 3% e anche qui sbaglia, visto il problema del calo demografico e una situazione di controllo totale delle persone che è senza dubbio fattore demotivante al miglioramento, nella accresciuta paura di commettere errori. Sempre più ad eseguire direttive, a tutti i livelli.

Proviamo a ripercorrere le ultime tre decadi della Cina e in particolare gli ultimi tre lustri per far capire un po’ meglio la vera situazione del Paese, a partire dal nuovo rallentamento della crescita proprio di fine 2011, questa volta insieme ad un aumento drammatico del debito. Nel mentre, l’inflazione erodeva il potere d’acquisto della classe media sorta dalla fine degli anni Novanta, e che fino a poco più di un lustro prima poteva anche rappresentare il vanto di un modello di sviluppo. Tante imprese chiudevano in quel 2011 e molte andavano in sofferenza per la contrazione della domanda mondiale. Lo stesso China Daily – il quotidiano in lingua inglese più diffuso, voce del regime per il resto del mondo – era impossibilitato a negare l’evidenza e parlava spesso di “atterraggio” certo del Paese, ricordando che il problema era solo il come sarebbe avvenuto: morbido o duro? Frattanto contraeva anche la costruzione di nuove centrali elettriche (a carbone).

Di fatto, la Cina presentava già un’alta correlazione tra internazionalizzazione e spesa in R&S, e nel 2011 avviava una strategia volta a facilitare i partenariati internazionali. In patria però si registravano numerose bancarotte, fughe di imprenditori all’estero (“dimenticando” il conferimento di stipendi arretrati e interessi bancari) e addirittura suicidi, riportati in particolare nella regione di Wenzhou. Quanto alle produzioni ad alta intensità di lavoro, già i primi anni duemila vedevano produttori cinesi installati in Indocina, Myanmar e dintorni. Nel 2012 Xi Jinping prese il potere e il regime sterzò ancora verso l’apertura di nuovi mercati di sbocco tra i Paesi omologhi in via di sviluppo, incrementando altresì gli investimenti esteri del 3%. In sintesi, maggior fuoco sull’estero invece di affrontare seriamente i problemi strutturali in casa.

La Cina non è un altro pianeta – Marco Andreozzi – Libro – Mondadori Store

di emigrazione e di matrimoni

China is not another planet, part I

by Marco Andreozzi

For some weeks now, studies and even authoritative magazines have noted that the Chinese economy has reached its peak. To be honest, at the end of 2004 in China I predicted and published for a Tuscany government online journal (“ideas on Tuscany”) that there would be four-five years left to invest more profitably in the people’s republic, and that economic growth would drop. So it was and the global credit crisis amplified the events, to which the Chinese regime responded with massive investments in real estate. The well-known ghost-cities were built, definitively distorting the objectives and goals of development, i.e. considering GDP precisely as an objective, while it is instead a quantitative measure – and incomplete – of development.

In this context, in 2011 the investment bank Goldman Sachs predicted that the Chinese GDP would have exceeded that of the USA in 2026, estimating an average growth in labor productivity for the following twenty years of around 4.8% a year, an assessment surprising and unacceptable for any expat then in the country as an expert on the good industrial practices of rich nations. Today Goldman Sachs itself updates the growth data, which are more pessimistic than those of the OECD (a diplomatic organization), but still fallacious in excess compared to myself’s forecasts; with regard to labor productivity, the bank now speaks of 3% and here too it is wrong, given the problem of demographic decline and a situation of total control of people which is undoubtedly a demotivating factor to improvement, in the increased fear of making mistakes. More and more to carry out directives, at all levels.

Let’s try to retrace the last three decades of China and in particular the last fifteen years to make the true situation of the country better understood, starting from the new slow down in growth at the end of 2011, this time together with a dramatic increase of the debt. Meanwhile, inflation was eroding the purchasing power of the middle class that has arisen since the end of the 1990s, and that until just over five years before could have also represented the pride of a development model. Many companies closed business in 2011 and many suffered from the contraction in global demand. China Daily itself – the most widely circulated English-language newspaper, voice of the regime for the rest of the world – was unable to deny the evidence and often spoke of the country’s certain “landing”, recalling that the only problem was how that would happen: soft or hard? In the meantime, the construction of new (coal-fired) power plants also contracted.

Indeed, China already had a high correlation between internationalization and R&D spending, and in 2011 launched a strategy to facilitate international partnerships. At home, however, there were numerous bankruptcies, escapes abroad of entrepreneurs (“forgetting” the provision of back wages and bank interest) and even suicides, reported in particular in the Wenzhou region. As for labor-intensive productions, already the early 2000s saw Chinese manufacturing located in Indochina, Myanmar and surroundings. In 2012, Xi Jinping took power and the regime steered further towards the opening of new markets among similar developing nations, also increasing foreign investments by 3%. In summary, greater focus abroad instead of seriously addressing the structural issues at home.

La Cina non è un altro pianeta – Marco Andreozzi – Libro – Mondadori Store

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino), tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale; nomade digitale dal 2004, e sinologo, parla correttamente il mandarino.
Marco Andreozzi, is Doctor of mechanical engineering (polytechnic of Turin – Italy), industrial technologist and energy sector specialist, comes from professional experiences in five global corporates in Italy and extra-European countries, and as business leader; digital nomad since 2004, and China-hand, he is fluent in Mandarin.

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