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Diritti umani

Insieme per combattere la violenza domestica e gli abusi sessuali

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Corpo Italiano di San Lazzaro, con il supporto di NO MORE Foundation, e in collaborazione con la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo – LIDU, per dire basta alla violenza domestica e agli abusi sessuali

di Antonio Virgili – Presidente Commissione Cultura della LIDU

Il Corpo Italiano di San Lazzaro, con il supporto di NO MORE Foundation, e in collaborazione con la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo – LIDU, promuove da quest’anno una serie di azioni (incontri, seminari, webinar, raccolta di dati, supporto psico-sociale, produzione di audiovisivi, ecc.) per contribuire alla prevenzione e riduzione della violenza domestica e degli abusi sessuali, due fenomeni ancora troppo diffusi nella società. Tali azioni saranno orientate a tutela di ogni persona, indipendentemente dal genere e dall’orientamento, particolare attenzione sarà rivolta alle persone minorenni.

Siamo convinti che una parte cospicua della prevenzione si basi sul mutamento quotidiano della cultura sociale e sulla percezione della gravità di tali azioni, più che sul deterrente della sola azione repressiva penale. Occorre affrontare il tema radicando buone pratiche, valori positivi, rispetto reciproco, comportamenti ancorati alla attuazione dei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed ai relativi doveri. Inoltre, quando tali eventi si verifichino, le persone danneggiate devono ricevere sostegno, solidarietà, non essere costrette a restare in ombra o addirittura essere oggetto di tacita emarginazione.

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Diritti umani

Riflettendo in attesa della Giornata della Memoria

Benedetta Parretta

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È importante non dimenticare la tragicità dello sterminio di milioni di esseri umani tra il 1939 e il 1945

di Benedetta Parretta

 

Shoah, Olocausto, Sterminio degli Ebrei, Auschwitz. Bastano queste parole per riportare alla mente di ognuno di noi una serie di immagini tragiche. Abbiamo visto film, letto libri, sfogliato antiche fotografie, visitato musei e sentito persino storie in prima persona da alcuni sopravvissuti dei campi di concentramento.

Dovremmo avere una sorta di corazza su questo tema, non dovrebbe quasi più scomporci, ma per fortuna non è così.

Ognuna di queste parole porta con sé un carico di dolore, come una ferita ancora aperta nel cuore e nello stomaco di ogni essere umano.

Ed è bene che questo non cambi mai. È importante non dimenticare la tragicità dello sterminio di milioni di esseri umani tra il 1939 e il 1945, perché dagli errori del passato si impara sempre qualcosa e, in un periodo storicamente delicato come quello che stiamo vivendo, è bene ricordarsi tutte le cose sciocche fatte in passato per la bramosia di potere. Ripetiamoci allora nella mente la parola Shoah, perché questa, più di ogni altra, porta con sé un valore particolare. Si tratta di un termine ebraico che significa Tempesta Devastante. Questo è il modo che è stato scelto per indicare lo sterminio di milioni di esseri umani innocenti, soprattutto ebrei.

Era il 1935 quando le leggi razziali volute dalla Germania Nazista cominciarono a mietere le prime vittime. L’importanza delle parole, come abbiamo già detto precedentemente, vale sia in positivo che in negativo. Ecco perché ogni termine scritto da Hitler del 1925 ha avuto presa su una popolazione disperata e vessata da condizioni economiche e sociali infelici. La popolazione aveva bisogno di un capro espiatorio e chi meglio degli ebrei, ritenuti in modo superficiale “tutti ricchi, colti e lavoratori”? Quando un popolo è stanco, arrabbiato e deluso, cerca di capire perché sia finito in questa condizione e se si trova davanti una persona che gli versa nelle orecchie come fiele una spiegazione (giusta o sbagliata, logica o irrazionale che sia) alla sua povertà, ci crede. Per i tedeschi dell’epoca chi aveva causato tutto il disagio erano gli ebrei, colpevoli di aver “sporcato la razza ariana” mitizzata con foto e leggende metropolitane. Così, dalla notte dei cristalli del 1938 quando tutte le vetrine dei negozi ebraici furono distrutte, l’odio nei confronti della popolazione ebraica crebbe notevolmente e le vessazioni nei loro riguardi non ebbero più alcun freno.

Al di là della storia dell’Olocausto in sé, che conosciamo tutti anche se magari a grandi linee, la riflessione che va fatta è su quel “click” che ha dato il via a questa follia omicida che ha portato allo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento. Una prima risposta al quesito arriva dall’odio. Odio nei confronti di chi è più ricco, odio verso coloro che sembrava riuscissero a “galleggiare” in una situazione di disagio economico. Odio per chi sopravvive. Non è un sentimento facile da gestire, è una sorta di invidia ancestrale che ogni tanto punzecchia anche noi. Come quando a scuola un compagno di classe prende un voto più alto di noi. Se pensiamo che non se lo meriti affatto, non siamo felici per lui anzi, ci dà fastidio. Ovvio, non è un odio o un sentimento paragonabile a ciò che ha smosso i nazisti e li ha portati a compiere questi atti folli nei confronti degli ebrei, ma è un piccolo esempio che rende più facile capire da dove possa essere nato tutto.

La seconda riflessione che si fa in merito all’Olocausto, una volta chiarito il tema dell’odio, è la paura del diverso. Anche se specificatamente Hitler e i suoi seguaci non temevano gli ebrei in quanto “cattivi”, l’antropologia ci spiega come, ancora oggi, vi sia una necessità umana di riconoscersi in un gruppo ben definito per sentirsi a casa. Abbiamo il gruppo di scuola, il gruppo del bar, il gruppo di calcio… la concezione di gruppo ci fa sentire al sicuro. Come fare allora a sentirsi al sicuro nella Germania di fine anni ’30 in cui tutto andava male? Unendosi. Facendo gruppo o creando una comunità chiusa tra persone “simili”: ossia persone che odiavano gli ebrei. La popolazione ebraica è diventata “il diverso da combattere”, il Golem della sofferenza della popolazione ariana. Prima si creano i ghetti, poi la popolazione ebraica viene deportata nei campi di lavoro, di concentramento e di sterminio, dove trova la morte. E il famigerato diverso viene sconfitto, ma la popolazione unita sotto il segno del nazismo, ben presto si rende conto di come questo sterminio, di fatto, non giovi alla loro condizione sociale.

Auschwitz è senza dubbio il luogo più emblematico su cui riflettere quando si parla di Olocausto e Shoah. Sul cancello le parole “Il lavoro rende liberi” suonano come una macabra presa in giro, ma allo stesso tempo quasi una promessa di morte e quindi di “liberazione”, se così si può definire, dalla sofferenza cui erano costretti gli ebrei. Auschwitz è un’industria di morte, massacro e orrore. Non vi sono altri modi per definirla ed è anche l’esempio che dobbiamo tenere tutti a mente quando si parla di Shoah. Ciò che ora ci sembra così folle, in un attimo potrebbe tornare attuale. Probabilmente con modalità diverse rispetto al passato, ma l’odio e la paura sono due motori molto potenti che in un momento storico come il nostro, dove ci sentiamo attaccati dai terroristi, minacciati dall’Isis, sotto l’occhio di Kim Jong Un e dei suoi missili e terrorizzati dai “diversi” che arrivano sulle coste di Lampedusa scappando dalla guerra, in un attimo potrebbero scatenare un nuovo inferno. Ecco perché, come dice Josè Saramago, “Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.

Ama il prossimo tuo come te stesso, non fare al tuo prossimo quello che non vorresti il tuo prossimo facesse a te, ognuno di noi nel profondo della sua anima sa  cosa è giusto e cosa è sbagliato, la coscienza, questa è la legge morale.

“Il male nell’uomo non ha alcuna motivazione, il male è banale e volgare “

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Diritti umani

“La Santità in Politica”, intervista all’autore Agostino Siviglia. Avvocato e criminologo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale

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La Pira , De Gasperi o Aldo Moro andavano a messa tutte le mattine, per trovare ispirazione e conforto, dovendosi cimentare quotidianamente con la complessità dell’azione politica, vissuta come servizio e non come strumento di potere fine a sé stesso

di Titty Marzano

 

Sono stati avviati, da qualche tempo, processi di beatificazione nei confronti di uomini che hanno avuto nel nostro recente passato responsabilità politiche. “Che cosa hanno a che fare i politici con la santità?” – ci si chiede e non a torto dopo le vicende, certo non edificanti, di Tangentopoli e dintorni. In questo voler intrecciare santità e politica – ci si chiede ancora – non c’è il rischio di far perdere alla gente il senso e della santità – comunque la si voglia intendere – e della politica?

L’interrogativo c’è ed è dunque utile affrontarlo. Lo facciamo con Agostino Siviglia. Avvocato e criminologo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, curatore del volume “La Santità in Politica”, edito da Città del Sole. All’interno del volume le Conversazioni  abbracciano circa 150 anni di tradizione storica del cattolicesimo italiano da Giuseppe Toniolo ad Aldo Moro.

Papa Francesco ha evidenziato qualche tempo fa che “anche la politica è occasione per vivere la santità” e ci troviamo a conclusione dell’anno intitolato alle celebrazioni Sturziane, le chiedo quindi che hanno a che fare i politici con la santità? Ovvero la politica come vocazione per Lei è ancora attuale?

La santità è sempre attuale! Non passa mai di moda. E dunque anche la vocazione politica può assurgere a santità. Certo, accostare santità e politica, oggi, appare “scandaloso”, ma non è sempre stato così. Basti pensare a Giuseppe Toniolo, don Luigi Sturzo, Alcide De Gaspei, Giorgio La Pira, solo per citarne qualcuno, per comprendere che la via della santità può essere percorsa anche e soprattutto attraverso l’impegno politico. Del resto, la politica dovrebbe essere “la forma più alta di carità”, per dirla con Paolo VI, e ci sono stati politici che l’hanno interpretata così, consumando un’intera esistenza al servizio del bene commune.

Santo vero e politico vero dovrebbero assoggettarsi entrambi a disciplina interiore ed a regole inflessibili.

Oggi come potrebbe essere riproposta questa “spiritualità civica”? E soprattutto un modello di santità in cui la vita torni ad essere legata all’esercizio di un potere pubblico è ancora attuale ed attuabile?

Lo è di certo. La Pira o De Gasperi o Aldo Moro andavano a messa tutte le mattine, per trovare ispirazione e conforto, dovendosi cimentare quotidianamente con la complessità dell’azione politica, vissuta come servizio e non come strumento di potere fine a se stesso. Nutrivano lo spirito, in sostanza, e da questo nutrimento quotidiano traevano sicurezza di ideali, fiducia nell’umanità, coraggio d’azione.   

Trascinare fuori la politica dal suo regno, quello della terra, delle cose relative, sarebbe auspicabile, ma innalzare la politica sugli altari è renderle un buon servizio? E sono compatibili per lei santità e compromesso?

La Politica non deve, a mio avviso, essere proiettata in una dimensione diversa da quella che le è propria: la presenza fra le persone. Ecco, i politici dovrebbero ritrovare questo senso di “presenza” e dare un segno autentico di “vicinanza”, come ha ribadito di recente Papa Francesco, per farsi prossimi e cooperare con la comunità di riferimento per il perseguimento del bene comune, partendo dagli ultimi.

A volte si dovranno fare anche dei compromessi, certamente, ma esistono compromessi al “rialzo” che qualificano ed edificano l’impegno politico. Questo tipo di compromessi non solo sono compatibili con la santità, ma sono indispensabili per perseguirla. Si tratta, in altre, parole di fare il possible, a seconda delle circostanze e poi, magari, così facendo, come diceva San Francesco d’Assisi, trovarsi a realizzare l’impossibile.

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Diritti umani

Quando le straordinarie fragilità umane camminano verso il Mistero

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Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni

di AnnaMaria Antoniazza

Ogni essere umano cammina con le sue straordinarie fragilità verso Dio. Inciampa, si rialza, corre e si ferma a pensare. Ma è sempre in movimento. La vera morte non è la morte del corpo ma della mente perché a quella non esiste rimedio. Puoi pure avere due gambe da maratoneta ma se il tuo cervello e’ spento, se il tuo cuore e’ arido, se non aiuti te stessa o chi ti e’ vicino a vivere meglio, in realtà dall’alto dei cieli chi ti guarda vede solo un povero pagliaccio che si agita miseramente pronto a bruciare al primo scoppio. Per questo la preghiera, il rapporto personale con Dio sono così importanti. Perche’ mettono in contatto il noi che vive nell’anima con l’Altro. E non esiste fioritura migliore di una persona che dialoga con l’Immenso. Non importa in cosa si crede. Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni.

E’ talmente intima, e’ cosi cucita alla tua anima che solo viverla come un dono cambia completamente la struttura della tua Persona. Non importa la condizione personale che vivi, la situazione di difficoltà in cui ti trovi. Non conta neanche essere religiosi per avere Fede. Perche’ la Fede come atteggiamento di fiducia nell’altro e’ qualcosa che viene prima di qualsiasi scoperta umana, di qualsiasi credenza, di qualsiasi storia possa essere raccontata su Dio e sull’ aldilà. E’ un orizzonte antropologico e interiore, un DNA che rinasce in ogni creatura che viene al mondo. Non conosce un collocamento nello spazio o nel tempo. Ti e’ semplicemente data. L’importante e’ non perderla di vista anche quando credi di non averla mai ricevuta o di non essere meritevole di un regalo tanto grande. Chi prega prima di tutto parla, non si sa con chi, non si sa con cosa. E’ a suo modo un gesto di totale follia la preghiera dell’uomo, di abbandono a quel Mistero che quando chiudi gli occhi sai solo che c’e’ e che ti abbraccia senza chiederti nulla in cambio.

Credit Photo: Paolo Buralli Manfredi

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