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Il settimanale USA Time nomina i giornalisti “Guardiani della verità” per l’anno 2018

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Negli ultimi due anni novantotto reporter sono morti per aver  raccontato la verità e centinaia sono attualmente perseguitati in tutto il mondo.

di Vito Nicola Lacerenza

Dagli inizi del 1900, il settimanale americano Time rende omaggioogni anno ad una persona o a un gruppo di persone le cui azioni si sono rivelate altamente significative dal punto di vista sociale. I personaggi dell’anno 2018 definiti dal settimanale americano “Guardiani della Verità” sono proprio i giornalisti, molti dei quali hanno sacrificato la propria vita per raccontare la verità. Per questo, per la prima volta, il Time ha deciso di rendere omaggio a un defunto, il giornalista saudita Jamal Khashoggi, recentemente ucciso e fatto a pezzi per ordine del principe dell’Arabia Saudita Mohammad Bin Salman. Il sovrano ha sempre perseguitato i dissidenti all’interno del suo regno, chiudendoli in carcere o minacciandoli. Tra questi c’era anche  Khashoggi, il quale, da un anno era fuggito in America per continuare a denunciare le atrocità della monarchia saudita dalle colonne del Washington Post. Per farlo tacere,  Mohammad Bin Salman ha inviato 15 sicari in missione all’estero affinché lo uccidessero e ne occultassero il corpo. L’omicidio del giornalista ha sconvolto l’opinione pubblica internazionale, mettendo in luce la vulnerabilità dei giornalisti.

Novantotto di loro sono stati uccisi dai tiranni di vari Paesi, i quali vogliono cancellare la libertà di stampa uccidendone i “guardiani”, “colpevoli” di  raccontare la verità sui misfatti dei dittatori e di metterli in imbarazzo davanti al loro stesso popolo. In un’analoga situazione si è ritrovata Aing San Suu Kyi in Birmania. La donna,che nel frattempo ha ottenuto il premio nobel per la pace nel 1991 e oggi è stata eletta presidente del suo Paese, così è divenuta muta spettatrice del genocidio di cui è vittima la comunità islamica in Birmania.  Due giornalisti della testata The Reuters, lo scorso settembre sono stati arrestati per essersi recati dai musulmani della Birmania,o  Myanmar, e aver tentato di far luce sulla loro tragedia. Ma le autorità locali li hanno accusati di “fomentare l’odio etnico”. Se da un lato è vero che scrivere la verità può far tremare i regimi, dall’altro è altrettanto vero che raccontarla può costare la vita. Nella migliore delle ipotesi, i giornalisti “colpevoli” di aver fatto il proprio dovere vengono perseguitati e privati della loro “penna”.

È successo alla giornalista filippina Maria Ressa, fondatrice del giornale online Rapller che il governo del suo Paese vuole chiudere per “irregolarità col fisco”. In realtà  Maria Ressa ha raccontato al mondo la deriva autoritaria del presidente filippino Rodrigo Duerte, che, con il pretesto di aver intrapreso una guerra contro il narcotraffico, utilizza le forze dell’ordine per sopprimere i dissidenti. Numerose sono state le esecuzioni arbitrarie compiute dalla polizia. Ma anche nei Paesi democratici i reporter non possono dirsi al sicuro. Lo scorso giugno nello Stato americano del Maryland, cinque giornalisti del “The Capital Gazette” hanno perso la vita, uccisi da un folle che ha fatto irruzione all’interno della redazione. Il giorno dopo la tragedia, è stato proprio il “The Capital Gazette” a dare la notizia dei suoi giornalisti morti, per onorare il loro impegno per la libertà, di cui fino alla fine sono stati “guardiani”.

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