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Attualità

Il problema dei suicidi tra militari e Forze dell’ordine

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Considerato per certi versi un argomento poco gradito ai vertici militari e gerarchici, è invece un tema che merita la giusta attenzione nell’interesse sia delle migliaia di cittadini che svolgono tale difficile lavoro che nell’interesse della collettività stessa, che è bene valorizzi e tuteli quanti sono incaricati di tale lavoro.

di Antonio Virgili – vicepresidente Lidu onlus Odv

Periodicamente emerge dalle cronache qualche caso di suicidio avvenuto tra militari o appartenenti alle Forze dell’ordine, essi appaiono eventi di cronaca come altri ma il fatto che riguardino corpi destinati alla tutela della collettività induce ad una maggiore attenzione.  Tale necessità di attenzione fu confermata dall’istituzione, nel 2019, attraverso un decreto del Ministero dell’Interno, di un “Osservatorio permanente interforze sul fenomeno suicidario tra gli appartenenti alle forze di polizia”. La questione fu affrontata nel provvedimento, del Prefetto Gabrielli, in termini certamente concreti, da tenere presente in tutti gli ambiti lavorativi, e si richiama in parte alla opportuna “Direttiva sul Benessere Organizzativo nella Pubblica Amministrazione”, promulgata il 23 marzo 2004 dall’allora Ministro della Funzione Pubblica Mazzella.    Considerato per certi versi un argomento poco gradito ai vertici militari e gerarchici, è invece un tema che merita la giusta attenzione non per pura cronaca o scandalismo ma nell’interesse sia delle migliaia di cittadini che svolgono tale difficile lavoro che nell’interesse della collettività stessa, che è bene valorizzi e tuteli quanti sono incaricati di tale lavoro. Si tratta certo di una questione delicata, su cui i Corpi preferiscono spesso la strada della riservatezza anche a tutela di chi ha compiuto questo gesto estremo.

Che si tratti di un lavoro difficile lo conferma, indirettamente, la stessa presenza dei suicidi, che sono sempre un segnale di malessere, difficoltà e crisi personale.  Secondo le fonti principali e i dati dell’Osservatorio Nazionale sui Suicidi delle Forze dell’Ordine -ONSFO (parte integrante dell’Associazione No Profit Cerchio Blu), i suicidi sono stati 252 dal 2010 al 2018, e 275 dal 2019 al dicembre 2023, con una incidenza quasi doppia rispetto a quella media della popolazione italiana.  I numeri rilevati in Italia si inseriscono in una tendenza generale, in gran parte del mondo si è riscontrato che tra forze dell’ordine ed esercito l’incidenza di suicidi è più che doppia rispetto alla media della popolazione locale. Ciò evidenzia il fatto che, per quanto ciascuna motivazione individuale possa essere diversa dalle altre, anche in culture e società diverse, queste restano attività faticose e stressanti.  Secondo uno studio pubblicato sulla Rivista di Psichiatria (“Suicide among Italian police officers from 1995 to 2017”, anno 2019, Vol. 54, N. 1), si evidenziano i seguenti fattori scatenanti:

  • 39,11% problemi personali e familiari;
  • 33,95% motivi sconosciuti;
  • 14,02% disturbi fisici o psichiatrici;
  • 6,27% difficoltà economiche;
  • 5,17% questioni legate all’onore;
  • 1,48% problemi professionali.

Sebbene vi siano prove attitudinali di accesso che dovrebbero già operare una adeguata selezione per queste attività, certo alcune peculiarità proprie delle organizzazioni di appartenenza portano a incrementare il tasso complessivo: l’esposizione e situazioni violente, lo stress del tipo di attività, il fatto che siano a maggioranza maschile (il tasso di suicidi maschile è quasi sempre maggiore di quello femminile, anche per il personale in servizio) e la organizzazione fortemente gerarchica e rigida con la quale confrontarsi costantemente. Non ultimo, il fatto che, per esigenze di lavoro, il personale disponga facilmente di armi e sia abituato al loro uso.  Anche la durata e le modalità del servizio possono incidere sul contesto esistenziale, familiare e personale, ad esempio la difficoltà di conciliare turni lavorativi e vita familiare. Tuttavia, questo aspetto sembra secondario considerato che molti altri lavori, da quelli sanitari ai vigili del fuoco al personale di controllo dei trasporti, hanno turni notturni, rotazioni e complessità. Probabilmente più rilevante è invece lo stigma legato alla salute mentale in ambienti spesso dominati da una certa rigidità e cultura dell’onore e dove, spesso, rivolgersi a uno psicologo interno è reso problematico dal fatto che, in caso di disturbo acclarato, potrebbe essere ritirata l’arma di ordinanza e il militare potrebbe essere riformato o vedere totalmente bloccate le possibilità di carriera.  Su questi aspetti, certo delicati e complessi, si potrebbe intervenire in modo progressivo, pur senza snaturare le caratteristiche base delle organizzazioni e delle funzioni.  I sindacati di categoria stanno formulando alcune ipotesi e proposte, ma meglio sarebbe se le innovazioni non risultassero frutto di contrapposizioni o solo di parti limitate dei Corpi, proprio nello spirito di considerare interesse comune il benessere di chi vi lavora, tuttavia il confronto e la diversità di prospettive possono apportare frutti positivi.  Probabilmente soluzione principale potrebbe non essere solo l’aumento delle possibilità di consultazione psicologica, che pure è utile, quanto piuttosto quello di un mutamento culturale e socio-relazionale dei gruppi e delle dinamiche comunicative.  Una questione di equilibri delicati per i quali però oggi ci sono competenze ed esperienze adeguate a poter intervenire in senso migliorativo.

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