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Italiani nel Mondo

Il pesce fuori d’acqua – Fish out of water

Gianni Pezzano

Pubblicato

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Il pesce fuori d’acqua

di emigrazione e di matrimoni

C’è qualcosa di amletico nel sentirti un pesce fuori d’acqua nel tuo paese di nascita e, peggio ancora, nel capire che c’è una parte dei tuoi coetanei che non ti accettano come uno di loro.

“Essere o non essere” non è solo una frase che appartiene a un principe che si chiede se suicidarsi o non, quelle quattro parole sono il tema che molti figli di immigrati, non importa in quale paese,  si ripetono in ogni fase della loro vita e che non sparirà mai del tutto perché i coetanei che a scuola ti deridevano per le tue origini continuano a farlo anche da adulti perché la loro immagine d’essere “australiano”, “italiano”, “americano”, “argentino”, “brasiliano”, “canadese” e così via appartiene a un “mondo perfetto” che esiste solo a chi non capisce che la realtà è che nessun paese ha una popolazione omogenea al 100% e che ci sono differenze di accento, colore di pelle, oppure di religioni in tutti i paesi del mondo, di nuovo senza eccezione.

Ciascuno di noi figli di immigrati deve trovare una soluzione personale a quelle quattro parole e la ricerca non è facile. Molto spesso, e sono tra i colpevoli, abbiamo tenuto di nascosto queste difficoltà perché non siamo stati capaci di spiegare ai nostri genitori, tantomeno a non parenti, lo sconforto che sentivamo quasi ogni giorno della nostra vita.

Ora, da adulti di una certa età, mentre batto queste ultime parole penso ad altri miei coetanei figli di immigrati italiani che hanno avuto problemi a scuola e nella vita in generale, e mi domando se non fossero proprio questi problemi a creare le condizioni per le loro difficoltà perché non avevano trovato uno sfogo, o una via d’uscita, dal sentirsi un pesce fuori d’acqua nel paese di nascita.

Nel mio caso la prima esperienza di questo è stato proprio il primo giorno di scuola. Come quasi tutti i primogeniti di immigrati parlavo solo la lingua di casa, l’italiano e non l’inglese dell’Australia. Eravamo arrivati solo poco prima ad Adelaide e allora non avevamo rapporti con i vicini australiani e gli unici rapporti erano solo con altri italiani.

Ricordo solo la confusione di non capire niente e certamente non mi ricordo quel che era destinato a diventare quasi un rito da scuola a scuola, di dire agli inseganti come mi chiamo. Inevitabilmente quando il nuovo insegante mi chiedeva il nome e rispondevo “Giovanni”, il mio nome d’anagrafe, lui o lei diceva “You mean John” (Vuoi dire John) ed io, altrettanto inevitabilmente, ripetevo Giovanni. Certamente sarebbero stati confusi se avessi risposto con il nome con cui mi chiamavano a casa, Gianni, che poi è la versione che preferisco.

Alla fine il mio soprannome alle scuole era “Gio” dalle prime tre lettere del mio nome. E questo è stato l’inizio della mia personale battaglia per trovare la mia identità.

Questo problema di lingua nei primi anni di scuola ha avuto una conseguenza infelice per noi figli di immigrati. Molti insegnanti consideravano le nostri difficoltà iniziali come mancanza di intelligenza invece che problemi di ambientamento, ed allora non eravamo considerati alla pari dei nostri coetanei australiani e questo atteggiamento spesso andava avanti per tutto il percorso scolastico. Per esempio, nella mia scuola, un collegio cattolico, pochissimi italiani hanno potuto studiare il latino perché era considerato troppo difficile per noi, malgrado il fatto che il latino fosse l’antenato della lingua che parlavamo ogni giorno a casa…

Crescere in un quartiere popolare ha reso questa battaglia ancora più difficile, particolarmente dopo i primi tentativi di giocare con i locali ragazzi australiani quando il padre di una di loro ha rifiutato di farmi entrare con gli altri per una bibita urlando “Quel bastardo italiano non entrerà mai in questa casa!”. Avevo circa otto anni ed è stata l’ultima volta che ho giocato con i ragazzi australiani del quartiere.

Benché ci fossero zone della città con molti italiani, Adelaide non ha mai avuto una vera “Little Italy” come Lygon Street o Sydney Road a Melbourne, oppure Leichhardt a Sydney e sarebbe interessante conoscere le differenze di esperienze dei giovani figli di immigrati italiani in queste città. Ma non ho dubbi che anche in queste città la vita girava attorno le famiglie e allora i contatti tra italiani e australiani non erano tanto comuni nei primi anni della nostra immigrazione nel paese.

Eppoi,  con l’arrivo dell’adolescenza la vita ha cominciato a cambiare e le differenze tra noi e i nostri coetanei non italiani diventavano più evidenti. Siamo il popolo di “donne e buoi dei paesi tuoi” e con la nostra usanza quasi universale di scambiare visite con parenti, paesani e compari/comari cominciava il giro di mettere insieme figli e figlie nella speranza che si sposassero. Inoltre, le ragazze sentivano ancora di più queste usanze.

Nel 2021 pochi in Italia capirebbero che in quasi tutti i casi della prima generazione nata all’estero le ragazze italiane non avevano una vita facile. I fratelli avevano molto più libertà e se ne approfittavano. Le ragazze invece spesso non potevano uscire facilmente e sempre sotto condizioni molte specifiche. Al contrario dei luoghi comuni, questi comportamenti non si limitavano solo alle famiglie meridionali, ma anche alle famiglie del Veneto ed il Friuli.

Inevitabilmente ragazze hanno cominciato a conoscere ragazzi non italiani e non poche di queste hanno avuto rapporti burrascosi con i genitori, in modo particolare con i padri. Non poche hanno dovuto lasciare i potenziali fidanzati non italiani, oppure da regioni italiane non gradite ai genitori. Ci sono ragazze che non si sono mai sposate perché i padri avevano rifiutato le loro scelte e in un caso che conosco, la ragazza ha continuato il rapporto di nascosto dai genitori per molti anni per poi sposarsi dopo la morte del padre di lei.

Questa era anche la fase dove i ragazzi dovevano pensare al futuro mestiere e anche in questo le ragazze hanno dovuto affrontare i pregiudizi a causa del loro sesso, oltre alle loro origini. Nelle scuole private i consiglieri che aiutavano loro a scegliere il futuro lavoro consigliavano loro a fare le parrucchiere, le pulizie, commesse, ecc., perché “adatte alle loro origini”. Per fortuna molte di loro si sono ribellate scegliendo studi universitari per diventare professioniste come medici, dentisti, avvocati, ecc. Però, non ho dubbi che ci sono ragazze che non hanno mai realizzato il loro vero potenziale perché hanno accettato questi consigli assurdi.

Eravamo davvero pesci fuori d’acqua sin da giovani. Nella lingua, nelle usanze, nei nostri passatempo e ciascuno di noi ha dovuto trovare il modo di riconciliare le nostre due vite, quella in casa con le nostre famiglie e amicizie italiane e la vita fuori casa, prima a scuola e poi al lavoro.

In ogni senso vivevamo in due mondi diversi, spesso in contrasto tra di loro anche perché, essendo cattolici, in certi paesi la nostra religione poteva creare problemi nell’essere accettati dagli autoctoni.

Per esempio, fino a non tanti anni fa, i collegi privati più prestigiosi ed importanti in Australia e altri paesi anglosassoni erano protestanti e i pochi cattolici dove andavamo non erano trattati affatto bene. Infatti, abbiamo capito sin da giovani che l’acronimo “W.A.S.P.”, cioè White Anglo Saxon Protestant (protestante bianco anglosassone) definiva ogni aspetto delle gerarchie alte del paese e si vede chiaramente oggigiorno negli Stati Uniti dove, per solo la seconda volta oltre secoli di Storia, il Presidente è cattolico.

Questa era la vita per noi figli di emigrati italiani nati in Australia. Pochissimi in Italia sanno queste cose del mio paese di nascita, come sappiamo pochissimo delle esperienze negli altri paesi, compresi in Sud America che ha le due comunità italiane più grandi del mondo, l’Argentina e il Brasile.

Ma queste esperienze sono anche parte della Storia d’Italia perché, nel bene e nel male, la partenza dei nostri genitori, nonni e bisnonni hanno svolto un ruolo fondamentale nella Storia del paese. Ed oggi i figli, nipoti e pronipoti di questi immigrati ancora svolgono ruoli importanti perché queste comunità sono volani importanti per prodotti italiani e non solo cibi, ma anche automobili, prodotti industriali e di tutti gli altri generi.

Ed è ora che cominciamo a conoscere queste storie anche perché nel capire le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero capiremmo meglio come aiutare gli immigrati che ora vengono in Italia ad integrarsi al meglio e di evitare il ripetersi di incidenti tristi creati dal non sapere cosa vuol dire davvero essere immigrato o figli di immigrati…

Fish out of water

di emigrazione e di matrimoni

There is something Hamletic feeling like a fish out of water in your country of birth and, worse still, to understand that some of your peers do not accept you as one of them.

“To be or not to be” is not only phrase that belongs to a prince who wonders whether or not to commit suicide, those six words are the theme that many children of immigrants, it does not matter in which country, repeat to themselves in every stage of their lives and that will never completely disappear because the peers from school who mocked you because of your origins continue to do so even as adults because their image of being “Australian”, Italian”, “American”, Argentinean”, Brazilian”, Canadian” and so forth belongs to a “perfect world” that exists only for those who do not understand the reality that no country has a 100% homogeneous population and that there are differences of accent, skin colour, or religions in every country around the world, again without exception.

Each one of us children of immigrants must find a personal solution to those six words and the search is not easy. Very often, and I am one of the culprits, we kept these hardships hidden because we were not able to explain to our parents, much less to non relatives, the discomfort that we felt every day of our lives.

Now as an adult of a certain age, while I type these words I think about my other peers, children of Italian migrants, who had problems at school and in life in general and I wonder if these very problems were not what created the conditions for their difficulties because they never found an outlet or a way out of feeling like a fish out of water in their country of birth.

In my case the first experience of this was on my very first day at school. Like almost all the first born of immigrants I spoke only the language we spoke at home, Italian, and not Australia’s English. We had come to Adelaide only a short time before and so we had no relations with the Australian neighbours and the only relationships were with other Italians.

I remember only the confusion of not understanding anything and I certainly do not remember what was destined to become a ritual from school to school, telling teachers my name. Inevitably when the new teacher asked me for my name and I answered Giovanni, my registered name, he or she would say “You mean John” and just as inevitably I repeated Giovanni. They would certainly have been confused if I had answered with the name they called me at home, Gianni, which is the version I prefer.

In the end my nickname at school was “Gio” from the first three letters of my name. And this was the start of my personal battle to find my identity.

This language problem in the first years of school had an unfortunate consequence for us children of migrants. Many teachers considered our early difficulties as a lack of intelligence instead of a problem of settling in and so we were not considered on a par with our Australian peers and this attitude often continued throughout our schooling. For example, at my school, a Catholic college, Latin was considered too difficult for us, despite the fact that Latin was the ancestor of the language we spoke every day at home…

Growing up in a working class suburb made this battle even harder, especially after the first attempts of playing with local Australian children when the father of one of them refused to let me into the house for a soft drink yelling “That Italian bastard will never come into this house!” I was about eight years old and it was the last time I played with Australian children in that suburb.

Although there were areas of the city with many Italians, Adelaide never had a real “Little Italy” like Lygon Street and Sydney Road in Melbourne or Leichhardt in Sydney and it would be interesting to know the differences in experiences of young children of Italian migrants in those cities. But I have no doubts that life in these cities life revolved around the families and so the contacts between Italians and Australians were not so common in the first years of our migration into the country.

And with the arrival of adolescence life began to change and the differences between us and our non-Italian peers became more evident. We are the people of the saying “donne e buoi dei paesi tuoi” (Women and cattle from you own towns) and our almost universal custom of visiting relatives, paesani (people from the same town) and compari/comari started the rounds of bringing together sons and daughters in the hope that they would marry. Moreover, the girls felt these customs even more.

In 2021 few in Italy would understand that in almost all the cases of the first generation born overseas Italian girls did not have an easy life. Their brothers had much more freedom and they took advantage of it. The girls on the other hand often could not go out easily and always under very specific conditions. Unlike the stereotypes, this behaviour was not limited only to families from Italy’s southern regions but also to families from the Veneto and the Friuli.

Inevitably the girls began to meet non-Italian boys and not a few of them had stormy relations with their parents, especially with their fathers. Not a few had to leave potential non-Italian boyfriends or boys from Italian regions not liked by the parents. There are girls who never married because their fathers refused their choices and in one case I know the girl continued the relationship for many years in secret from her parents and they married only after the death of her father.

This was also the stage when the young people had to think about their future profession and even in this case the girls also had to deal with the prejudices caused by their sex, as well as their origins. In private school the counsellors who helped them to choose their future work advised them to work as hairdressers, cleaners, shop assistants, etc., because they were “suited to their origins”. Luckily many of them rebelled by choosing university studies to become professionals such as doctors, dentists, lawyers, etc. However, I have no doubts that there are girls who never realized their true potential because they accepted this absurd advice. 

We were truly fish out of water from an early age. In our language, our customs, our pastimes and each one of us had to find the way to reconcile our two lives, the one at home with our Italian families and friends and life outside, first at school and then at work.

In every way we lived in two different worlds, often in contrast with each other also because, being Catholics, in certain countries our religion could create problems in being accepted by the locals.

For example until not many years ago the most prestigious private colleges in Australia and other Anglo Saxon countries were Protestant and the few Catholics who attended them were not treated at all well. In fact, we learnt from any early age that the acronym W.A.S.P.  (White Anglo Saxon Protestants) defined every aspect of the country’s upper hierarchy and we see this very clearly today in the United States where, for only the second time in more than two centuries of history, the President is Catholic.

This was the life of us children of Italian migrants in Australia. Very few people in Italy know these things about my country of birth, as we know very little about the experiences in other countries, including in South America that has the world’s two biggest Italian communities, Argentina and Brazil.

And these experiences are also part of Italy’s history because, for better or for worse, the departure of our parents, grandparents and great grandparents played an essential role in the country’s history. And today the children, grandchildren and great grandchildren of these emigrants still play major roles because these communities are important driving forces for Italian products and not just food but also cars, industrial products and products of every kind.

And it is time that we started to know these stories also because by understanding the experience of our relatives and friends overseas we would understand better how to help the migrants who now come to Italy to integrate better and to avoid repeating sad incidents caused by not knowing what it really means to be a migrant or the children of migrants…

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