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Italiani nel Mondo

Il paese di nascita contro il paese d’origine— The country of birth Vs the country of origin

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Tempo di lettura: 11 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Il paese di nascita contro il paese d’origine

Qualche lettore si sarà già chiesto come mai il paese di nascita non è il paese d’origine e la risposta è semplice.

I figli di emigrati vivono, abitano ed interagiscono in due mondi, quella della famiglia dove in moltissimi, ma non tutti, i casi si vive come nel paese d’origine dei genitori, con la lingua e le tradizioni di famiglia del paese d’origine che, nella maggioranza dei casi, sono diversi di quelle del nuovo paese di residenza.

E sono queste differenze tra i due paesi che creano le condizioni in cui figli, e persino discendenti, di immigrati si trovano a disagio nel loro paese di nascita. Non per cattiveria o odio verso il nuovo paese, come alcuni pensano, ma perché queste differenze non si conformano con quel che la parte intollerante, se non addirittura razzista, del paese considera il modello del “cittadino” perfetto…

In quelle case in cui si parla la lingua d’origine, e spesso con poco contatto con gli autoctoni, i figli sono cresciuti pensando che sia la normalità, ma solo andando a scuola cominciano a capire che le loro case erano diverse.

Da primogenito di immigrati italiani in Australia del periodo post seconda guerra mondiale ricordo ancora il primo giorno a scuola e lo sgomento di non capire i miei coetanei perché parlavano in inglese, mentre io parlavo solo l’italiano.

Questo già rende la scuola difficile, e questa situazione era destinata a diventare più difficile e non solo i primi giorni. L’esempio lampante era il mio nome, per l’anagrafe Giovanni, quel che scrivevo sui temi sin dal giorno che ho imparato a scrivere, ma inevitabilmente, per tutto il mio percorso scolastico, gli insegnanti cercavano di farmi metter John, la versione inglese del nome che non ho mai accettato come imposizione da altri.

Poi, nelle scuole medie e superiori, in un paese dove il calcio non era considerato “degno” di “veri uomini” australiani, al punto che i miei coetanei autoctoni lo chiamavano “Wogball” con l’epiteto più odiato da noi figli di immigrati nei nostri riguardi, le scuole non permettevano nemmeno l’uso del pallone di calcio sui vasti campi sportivi che erano riservati esclusivamente al cricket ed l’ “Australian Rules Football”, una derivazione del rugby molto popolare nel paese.

Peggio ancora, nelle scuole che frequentavo, il giudizio dei nostri insegnati verso noi figli di immigrati, e non solo italiani, era condizionato dalla nostra pronuncia della lingua inglese, che frequentemente era imperfetta per via di certi suoni della lingua, particolarmente quelli legati a “th”, “ph” e “gh”, e non importava se i nostri voti fossero almeno nella media se non superiore. Quindi, le classi di materie particolarmente “impegnative” erano frequentate maggiormente da studenti anglofoni, anche in scuole con un’alta percentuale di studenti figli di immigrati.

Una situazione resa ancora più paradossale e ridicola, quando una delle materie “proibite” era il Latino, visto che noi parlavamo a casa la “figlia” di quella lingua….

E tutto questo reso più crudele dalle inevitabili battute e scherzi di cattivo gusto che dovevamo subire grazie alla nostre origini e differenze, anche nei cibi che portavamo da casa. Ed era in queste circostanze che ho sentito per la prima volta la domanda “Se l’Australia e l’Italia andassero in guerra per chi combatteresti?”.  Io rispondevo sempre, “Per nessuno, andrei in Svizzera”.

Solo anni dopo ho capito che i miei coetanei autoctoni sentivano questa domanda a casa perché era stata fatta dal padre che aveva combattuto proprio contro gli italiani durante la guerra, ma quella consapevolezza non avrebbe cambiato niente a scuola.

Questi pochi esempi dimostrano come sin da piccoli i figli di immigrati si domandano se siano “australiani” (o americani, inglese, francesi, tedeschi, argentini, ecc…) o “italiani” come considerati dai loro coetanei autoctoni.

Poi, l’occasione del primo viaggio in Italia diventava uno spartiacque perché abbiamo scoperto che non siamo nemmeno “italiani” per via del nostro italiano imperfetto, e la nostra ignoranza del nostro Patrimonio Culturale che quasi mai è insegnato a scuola all’estero, partendo dal nostro autore più importante, Dante…

Allora, messe insieme, queste esperienze diventano tappe importanti della ricerca per la nostra, cioè di noi figli di immigrati italiani, identità personale che spesso è stato difficile e ha anche portato a litigi con i genitori e parenti, comprese ribellioni perché non eravamo capaci di spiegare i nostri disagi, e scrivo per ricordi personali dolorosi.

Poi, come già scritto nel passato, c’erano famiglie italiane, particolarmente negli Stati Uniti, che hanno preso una decisione sicuramente dolorosa, di non parlare l’italiano in casa e di non insegnarlo ai figli.

Indubbiamente questa decisone era stata presa per rendere la vita più facile per i figli e aiutare loro a diventare buoni cittadini del nuovo paese il più presto possibile. Ma questa decisione ha avuto anche un effetto particolare, quello di fargli perdere una parte della loro identità.

Certo, i genitori hanno voluto aiutarli, ma online sulle pagine social i commenti di molti figli e discendenti esprimono il loro rammarico nel saper poco o niente delle loro origini, e ora cercano di capire il senso di parole e frasi che ricordano vagamente, vorrebbero saperne il significato, un segno non indifferente che la decisione dei genitori non ha impedito loro di volere sapere di più delle loro origini…

E tutto questo si trasforma spesso in una domanda assurda “ma che sei italiano o australiano (o altra nazionalità)?”, che ancora oggi sentiamo da parte di chi non tollera cose nuove nel loro paese. E questo atteggiamento è quel che più fa male perché ci sono quelli che pensano che “odiamo” il nostro paese di nascita, oppure il nostro paese d’origine.

Una cosa assolutamente falsa perchè io, come tutti i miei parenti e amici, amiamo sia l’Australia che l’Italia, ma voler bene a qualcuno o qualcosa non vuol dire non riconoscere i loro difetti e semmai vogliamo fare tutto il possibile per risolverli.

Ma non possiamo evitare di prendere posizione perché siamo tutti figli del nostro passato, sia del paese in cui siamo nati, sia del paese d’origine dei nostri genitori, l’Italia.

Ieri, qualcuno qui a Faenza (RA) dove abito attualmente mi ha chiesto, “ma che sei inglese?” per via del mio accento in italiano e la risposta è stata quel che ho sempre detto da quando ho capito quel che sono davvero, “Sono italo-australiano” ed è la semplice verità.

Ma questa risposta non vale per quelli che mi hanno chiesto per chi combatterei nel caso di una guerra tra i due paesi.

Quella guerra esiste già nella mia anima ed esiste sin da giovane. I due paesi hanno sempre lottato dentro di me, e credo nell’anima di molti altri, non perché non amiamo entrambi i paesi, ma perché, malgrado la nostra volontà di riconoscere chi siamo, ci sono sempre quelli, sia in Italia che all’estero, che vedono le nostre esperienze solo dal loro punto di vista, senza capire che pensiamo in certi modi proprio perché siamo cresciuti in un altro paese, cioè una parte di noi è del nostro paese di nascita, ma pensiamo in altri modi precisamente perché abbiamo imparato i nostri valori dai nostri genitori e famiglie e quindi in questo siamo anche italiani.

E questo succede ancora oggi in ogni paese dove figli di immigrati di ogni tipo vanno a scuola con ragazzi autoctoni.

Non possiamo dire che siamo “100% italiani” come alcuni vogliono imporci, ma siamo i figli di due paesi, di due culture ed esprimiamo il meglio di entrambi, e tristemente, in certi casi, anche il peggio.

E anche questi aspetti delle realtà degli italiani all’estero devono essere studiati e documentati come parte della Storia dell’Emigrazione italiana, perché, come questo articolo vuole spiegare, l’esperienza di emigrazione non è affatto bianco o nero, sia per la vita dei nostri migranti, sia per la vita dei loro figli e discendenti…

 The country of birth Vs the country of origin

Some readers will already have wondered how the country of birth is not the country of origin and the answer is simple.

The children of migrants live and interact in two worlds, the world of the family where in many, but not all cases, they live as in the country of origin of the parents with the language and family traditions of that country which, in most cases, are different from those of the new country of residence.

And the differences between the two countries are what create the conditions in which children and even the descendants of migrants find themselves ill at ease in their country of birth. Not due to malice or hatred towards the new country, as some think, but because these differences do not conform with what the intolerant, if not outright racist, part of the country considers the model of the perfect “citizen”

In those homes in which the language of origin is spoken, and often with little contact with the natives, the children grew up thinking that this was the norm but only on going to school did they begin to understand that their homes were different.

As the eldest child of Italian migrants in Australia of the post World War Two period

I still remember the first day at school and my confusion at not understanding my peers because they spoke English, while I spoke only Italian.

This already makes school difficult and this situation was destined to become harder and not only the first days. The striking example was my name, registered at birth as Giovanni which is what I wrote from the day I learnt to write but inevitably, for almost all the course of my education, teachers tried to make me put John, the English version of my name that I never accepted as an imposition from others.

Then in middle and senior school in a country where football (soccer) was considered “unworthy” for “real Australian men”, to the point that my native peers called it “Wogball” with the epithet most hated by us children of migrants in our regards, the schools did not even allow us to use soccer balls on the vast sports fields which were reserved for cricket and Australian Rules Football, a derivation of rugby very popular in the country.

Worse still, in the schools I attended the judgment of our teachers towards us children of migrants, and not only Italians, was conditioned by our pronunciation of the English language that was frequently imperfect due to certain sounds in the language tied to “th”, “ph” and “gh” and it did not matter if our marks were at least average if not superior. So, the classes of subjects considered “demanding” were frequently attended mainly by native English speakers, even in schools with a high percentage of students who were children of migrants.

A situation made even more paradoxical and ridiculous when one of the “forbidden” subjects was Latin, considering that we spoke the “child” of that language at home…

And all this became even crueller by the inevitable jokes and pranks of poor taste that we had to endure thanks to our origins and differences, even in food that we brought from home. And it was in these circumstances that I heard for the first time the question; “Who would you fight for if Australia and Italy went to war?” I always answered, “For neither, I would go to Switzerland”.

I understood only years later that my native peers heard that question at home because it was asked by their fathers who had fought against the Italians during the war but that awareness would not have changed anything at school.

These few examples demonstrate how from an early age the children of migrants wonder if they are “Australians” (or Americans, English, French, German, Argentineans, etc…) or “Italians” as they were considered by their native peers.

Then the occasion of the first trip to Italy became a watershed because we discovered we were not even “Italian” due to our imperfect Italian and our ignorance of our Cultural Heritage which is almost never taught at school overseas, starting with our most important author, Dante…

So, put together, these experiences became major stages in the search for our, that is, for us children of Italian migrants, personal identity which has often been difficult and also led to arguments with parents and relatives, including rebellions because we were unable to explain our discomfort and I write from painful personal memories.

And then, as I have already written in the past, there were those Italian families, particularly in the United States, that made a decision that was surely painful, to not speak Italian at home and not to teach it to the children.

Undoubtedly this decision was taken to make life easier for the children and to make them become good citizens of the new country as soon as possible. But this decision also had a particular effect, that of making them lose a part of their identity.

Of course, the parents wanted to help them but now on the online social media pages many of the children and descendants express their regret at knowing little of nothing of their origins and they are now looking to understand words and phrases they remember vaguely and they would like to know what their meaning, a not indifferent sign that the parents’ decision did not prevent them from wanting to know more about their origins…

And all this often turns into an absurd question, “But are you Italian or Australian (or other nationality)?” that I still hear today from those who do not tolerate new things in their country. And this attitude is what hurts most because there are those who think we “hate” our country of birth or our country of origin.

This is absolutely false because, like all my relatives and friends, I love both Australia and Italy but loving someone or something does not mean not recognizing their faults and, if anything, we want to do everything possible to resolve them.

But we cannot avoid taking a position because we are all children of our past, both of the country in which we were born and the country of origin of our parents.

Yesterday someone here in Faenza in Italy where I now live asked me “Are you English?” due to my accent in Italian and the answer was what I have always said since I understood who I truly am, “I am Italo-Australian” and this is the simple truth.

But this answer does not apply to those who have asked me who I would fight for in the event of a war between the two countries.

That war already exists in my soul and it has existed since I was a child. The two countries have always fought inside me and I believe in the souls of many others, not because we do not love both countries but because, despite our willingness to recognize who we are, there are always those in both Italy and overseas who see our experiences only from their point of view without understanding that we think in certain ways precisely because we grew up in another country, in other words a part of us is from our country of birth, but we think in other ways precisely because we learnt our values from our parents and families and therefore in this we are Italian.

And this is still happening today in every country where children of migrants of every kind go to school with native children.

We cannot say we are “100% Italian” like some people would like to impose on us, but we are children of two countries, of two cultures and we express the best of both and, sadly, in some cases even the worst.

And these aspects of the realities of Italians overseas must also be studied and documented as part of the history of Italian Migration because, as this article wants to explain, the experience of migration is by no means black and white, for both the life of our migrants and the life of their children and descendants…

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