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Diritti umani

Il “Noi” di Papa Francesco e i Sicari della Vita

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Noi. Gettati sul baratro sconvolgente della terza guerra mondiale, oramai già proclamata da tempo, in forma geograficamente diffusa

Di Annamaria Antoniazza

Parla Papa Francesco, dieci gennaio 2021. Incollati alla televisione, commossi, finalmente ritroviamo il senso del Noi e nella figura del Papa il grande indirizzo dell’Umanità. La sospensione temporanea della dimensione dell’Io, quell’Io tragicamente divorato dalla filosofia, brandello inutile di una umanità in estinzione di valori. Gettati sul baratro sconvolgente della terza guerra mondiale, oramai già proclamata da tempo, in forma geograficamente diffusa. Perché di terza mondiale si può già parlare come ricorda il Papa: non c’è bisogno di una esplosione nucleare. Basta sommare algebricamente le tante guerre che sono state e sono tutt’ora in corso di svolgimento nel mondo. Del resto basterebbe un brandello della spesa militare per sfamare praticamente tutti.

La dimensione dell’infanzia violata nel suo diritto allo studio, il diritto all’alimentazione, la moltiplicazione dei pasti dispensati dalla Caritas. Il senso della vicinanza e la cultura dello scarto che si materializza nei Sicari della Vita. Quei sicari che dovrebbero far proprio “Lettera ad un bambino mai nato” (Oriana Fallaci, 1975): “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore”

I Sicari della Vita che accelerano la morte dei malati, che impediscono alla vita di venire alla luce, i Sicari della Vita che escludono gli improduttivi (bambini e anziani in primis).

Quei Sicari che simili ad assassini contribuiscono nella quotidianità ad ungerci con la loro ricerca di facile mortalità, che ci prendono per mano a colpi di finta democrazia per trasportarci verso la cultura del suicidio imminente, come se nessuno servisse veramente, come se vivere e morire fosse la stessa cosa. In realtà sono solo esseri vestiti di carne per errore, anime mai sviluppate in grado di abbracciare esclusivamente la fine e mai l’inizio di ogni cosa.

“A ridere c’è il rischio di apparire sciocchi;

a piangere c’è il rischio di essere chiamati sentimentali;

a stabilire un contatto con un altro c’è il rischio di farsi coinvolgere;

a mostrare i propri sentimenti c’è il rischio di mostrare il vostro vero io;

a esporre le vostre idee e i vostri sogni c’è il rischio d’essere chiamati ingenui;

Ad amare c’è il rischio di non essere corrisposti;

a vivere c’è il rischio di morire;

a sperare c’è il rischio della disperazione e

a tentare c’è il rischio del fallimento.

Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla.

La persona che non rischia nulla, non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l’angoscia, ma non può imparare a sentire e cambiare e progredire e amare e vivere. Incatenata alle sue certezze, è schiava.

Ha rinunciato alla libertà.

Solo la persona che rischia è veramente libera.” 

(Leo Buscaglia, “Vivere, amare, capirsi”, 1982)

In sostanza siamo noi, chi come noi è nato scampando l’incubo del mai.

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