Il Mostro di Marcinelle: predatore sessuale solitario o pedina di una rete di pedofili?

By 3 agosto 2018Mondo, Primo piano

Persino i familiari delle vittime finiscono per credere a Marc Dutroux, l’uomo più odiato del Belgio.

di Luca Rinaldi


Come difendere un reo confesso? Come difendere il responsabile di atroci delitti che hanno scosso un’intera nazione? Come difendere un individuo sicuramente colpevole del crimine peggiore che si possa immaginare? Come difendere l’uomo più odiato del Belgio?

Siamo nel 1996 e sono queste le domande a cui devono trovare risposta gli avvocati del cosiddetto Mostro di Marcinelle, Marc Dutroux, nel prendere in carico la sua difesa. Il loro cliente è un ex elettricista quarantenne belga con un passato riconosciuto di sequestro e violenza su cinque adolescenti, già condannato per questo a 13 anni e mezzo di carcere nel 1989, e rilasciato in libertà condizionata nel 1992. Il loro cliente è considerato un serial killer pedofilo recidivo e reo confesso, accusato in questa nuova circostanza di aver sequestrato e seviziato altre sei adolescenti di età compresa tra gli 8 e i 19 anni tra il giugno del 1995 e l’agosto del 1996 e di averne lasciate morire quattro di stenti e per le sevizie subite. Il loro cliente, è certo, non ha agito da solo, tant’è che, insieme a lui, che verrà condannato in Corte d’Assise all’ergastolo, vengono condannati anche i complici, l’ex moglie Michèle Martin, a trent’anni e Michel Lelièvre, a venticinque, oltre a un terzo individuo, Michel Nihoul, che pur essendo stato condannato a cinque anni per associazione a delinquere e traffico di droga, verrà però assolto dall’accusa di complicità. Nonostante si accerti la presenza di questi complici, però, è Dutroux che l’accusa ritiene essere il predatore solitario, il pedofilo, l’assassino seriale, il Mostro. Le prove ci sono, la confessione anche, le testimonianze delle due ragazzine sopravvissute pure. Caso chiuso!

Nell’impossibilità morale di difendere un tale Mostro da accuse tanto evidenti, la risposta alle suddette domande, per gli avvocati di Dutroux, è stata una sola: instillare il dubbio nella giuria popolare che deve valutare il loro cliente e portare, paradossalmente, persino i familiari delle vittime e buona parte dell’opinione pubblica belga a sostenere l’allarmante teoria difensiva: Dutroux non è un serial killer solitario, ma è solo uno strumento, una pedina di una rete di pedofili più ampia che opera in tutto il Belgio, una sorta di secondo livello, per usare un termine tutto italiano legato alle tragiche vicendedi un altro Mostro, quello di Firenze.

Una tesi difensiva alternativa che non scagiona Dutroux ma che punta a ridimensionare le sue reali responsabilità nella vicenda, e che trae forza proprio dalle parole di quello che viene definito ormai da tutti il Mostro di Marcinelle, a ricordo della zona dove sono state trovate le vittime. Dutroux, infatti, pur confessando di aver commesso gli atti a lui attribuiti, rilancia il piatto e invita al tavolo da gioco l’intera nazione, svelando l’esistenza di una fitta ramificazione criminale di pedofili su cui la giustizia belga non vorrebbe indagare, in quanto formata, secondo Dutroux, da personaggi insospettabili, protetti e di potere, che si celerebbero tra i salotti eleganti dell’alta società belga, dei veri e propri intoccabili. Loro, i veri mostri, sarebbero i mandanti dei sequestri attuati da Dutroux, considerato dalla difesa come poco più che la bassa manovalanza di questa rete più estesa, il loro braccio armato.


Ed è qui che la tesi della difesa diventa virale – oggi si direbbe così -. I genitori della piccola Melissa Russo, una delle due vittime di otto anni lasciate morire di fame nella prigione sotterranea sotto l’abitazione di Dutrox, paradossalmente si pongono gli stessi dubbi della difesa sulle reali responsabilità del Mostro e sull’esistenza in Belgio di un’organizzazione di pedofili più ampia e stratificata. Non può che risultare insopportabile, per la famiglia Russo, pensare di potere, in qualche modo, dare ragione all’assassino della figlia, al Mostro che l’ha sequestrata, manipolata, seviziata e lasciata morire di fame. Eppure è quello che succede, nonostante la famiglia si renda conto che tutto ciò potrebbe essere solo uno stratagemma per rimandare ancora il verdetto. E con i Russo, anche l’opinione pubblica inizia a credere alla possibilità della tesi difensiva, tanto che l’88% della nazione si convincerà, a processo finito, che esso non abbia portato alla verità, avendo scartato i giudici a piè pari l’ipotesi difensiva che metteva in luce quelle zone d’ombra mai affrontate né tantomeno risolte dall’accusa legate alla famigerata organizzazione occulta svelata da Dutroux.

Vera o falsa che sia, quella della difesa, è una manipolazione intelligente della verità provata dall’accusa, essendo esposta oltretutto all’apice dei fatti processuali, così da ottenere la massima risonanza mediatica possibile. Una teoria in grado di sconvolgere ancora di più, se possibile, l’opinione pubblica, già scandalizzata dai fatti ormai conosciuti. Quello dei difensori suona come un avviso all’intera popolazione: di Dutroux ce ne sono a volontà in Belgio e lui non è che un capro espiatorio immolato da uomini più potenti e ben nascosti. Mettete in carcere lui e le vostre bambine non saranno comunque al sicuro.

Una manipolazione dell’opinione pubblica che non ha nulla da invidiare a quelle attuate dello stesso Dutroux ai danni delle sue giovani vittime. Sì, perché, predatore solitario o pedina di un gruppo, è indubbio che il Mostro abbia fatto ciò che ha ammesso. E lo ha fatto con tecniche manipolatorie raffinate, riuscendo per esempio a convincere la piccola Sabine, vittima dodicenne poi sopravvissuta, di essere stata sequestrata a scopo protettivo, perché “un uomo cattivo vuole farla pagare” a suo padre. La ragazzina ci crede, affascinata dai toni seducenti e ammalianti di Dutroux, il quale non esita a rinchiuderla nelle cantine di casa propria, a sua detta, un super nascondiglio per meglio proteggerla dai nemici del padre. Sabine non solo ci crede, ma è anche contenta che qualcuno cerchi di nasconderla e salvarla. Senza rendersi conto di essere in una prigione, che presto si trasforma in un inferno di sevizie, di visione di filmati pornografici, di do ut des del tipo “accesso alla tivù in cambio di soddisfazione delle voglie perverse del suo carceriere”, il tutto mediato dal rapporto altalenante instaurato con la doppia personalità del suo guardiano, a tratti amico e salvatore, in altri occasioni aguzzino abusante. Una carcerazione sempre vissuta, oltretutto, con quella spada di Damocle sulla testa, rappresentata dai fantomatici nemici del padre che la cercano, che impedisce alla piccola Sabine, per paura, di uscire allo scoperto e provare a scappare.

Una manipolazione, quella del Mostro di Marcinelle, che funziona fino all’ultimo, fino al momento dell’arresto di Dutroux, quando, Sabine e Laetitia, 12 e 14 anni, ormai fuori pericolo, accettano però di uscire dal loro nascondiglio solo a patto che sia lo stesso Dutroux ad autorizzarle. Una manipolazione che funziona talmente bene che Sabine, ormai libera, addirittura ringrazia quello che, nonostante tutto, considera ancora il suo salvatore. Fatti che dimostrano quanto il Mostro abbia imposto alle sue vittime un vero e proprio lavaggio del cervello in grado di alterareletteralmente le loro menti e convinzioni.

E allora come va considerato Marc Dutroux, un uomo la cui idea, emersa negli interrogatori, è quella “di commettere numerosi rapimenti di minori e creare” nelle gallerie e miniere presenti nella regione “una sorta di colonia sotterranea in cui avrebbero regnato il bene, l’armonia e la sicurezza”? Uno psicopatico, più che un perverso, come dichiara Alain Boudart, psichiatra che lo perizia; o un semplice “manovale” controllato da un’organizzazione occulta di pedofili altolocati e intoccabili, come lo vorrebbe la difesa; o ancora, un serial killer pedofilo solitario e manipolatore, come dimostrato dall’accusa in fase processuale. Tre ipotesi altrettanto agghiaccianti, che ne aumentano o diminuiscono semplicemente la responsabilità, ma che non fanno di Dutroux un innocente. In nessun caso.

Ma se è solamente una questione di responsabilità, quanta attribuirne a lui per la morte delle ragazzine, e quanta assegnarne all’ex moglie e agli altri complici? Quanta parte hanno avuto i presunti mandanti occulti di Dutroux, imprenditori, industriali e persino politici, nascosti nell’ombra a decidere indisturbati della vita di bambine innocenti? Sempre che essi esistano davvero, poi. E quanto hanno pesato le leggerezze e gli errori commessi dalla stessa polizia durante le indagini, rea per esempio di non aver compiuto alcun test su diversi resti umani (capelli, sangue e sperma) ritrovati nelle auto e nella cantina utilizzate per rapire e tenere segregate le giovani vittime? O ancora, quanto è giustificata la causa per inadempienze intrapresa dalla famiglia Russo nei confronti dello Stato o la “marcia bianca” a cui hanno partecipato 350mila belgi per chiedere giustizia per le ragazzine abusate da Dutroux e per tutte le vittime di pedofili e assassini?Va considerato, infatti, che la vicenda ha effettivamente portato alla luce mancanze e imperizie grossolane delle forze dell’ordine, ha condotto alle dimissioni dei due ministri della Giustizia e degli Interni, a capo della commissione parlamentare d’inchiesta che avrebbe dovuto stabilire se polizia e magistrati avessero colpe, e ha contribuito, ultima di diversi scandali, alla caduta, dopo 50 anni, del potere democristiano in Belgio, segno che qualche responsabilità ai piani alti sia stata effettivamente assegnata.

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