Il dilemma del migrante – The plight of the immigrant

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Il dilemma del migrante

Nel corso degli anni ho sentito spesso dire “Go back to where you come from!” (“Torna da dove vieni!”). Come fai a spiegare a chi ti tormenta che il tuo paese di nascita è anche il loro?
Di Gianni Pezzano


Mentre leggiamo la terza storia da quando abbiamo chiesto ai nostri lettori di inviare le storie personali troviamo una storia che riflette la lotta interna di molti immigrati riguardo i loro paesi del cuore, quello di nascita e quello di residenza.

Però quel che potrebbe sorprendere chi non ha esperienza diretta dell’emigrazione, è che la lotta personale non esiste solo nei genitori ma, come dimostra la scrittrice di oggi, anche in molti figli di immigrati. Non è facile spiegare questa situazione ai   coetanei a scuola e a lavoro e, non raramente, nemmeno ai genitori che credono che se nasci in un paese appartieni a quel paese. Non è affatto facile e un dettaglio in questa storia ci fa intravvedere il motivo importante di sentirsi stranieri nel proprio paese.

Parole chiave


Mentre leggiamo bisogna notare certe parole che appaiono nel testo. Sono pesanti come macigni perché rivelano la lotta interna di chi si sente straniero sia nel paese di nascita che nel paese dei genitori. La stessa lotta che sente anche il padre nel corso della sua vita.

Parole come “spaesata”, “attrazione”, “straniera”, “desiderio”, “capire”, “appartiene” e “tra”, non rivolte solo a chi agisce con lei e gli altri come lei, ma sono riferite anche a se stessa mentre, per molti anni, cerca di capire perché non si sente a suo agio. Poi, appare la parola “Wog”, cioè quella più utilizzata dagli australiani verso i figli di immigrati, particolarmente mediterranei, e capisci che ci sono anche fattori esterni che amplificano il senso di isolamento che questi giovani possono sentire verso i compagni di scuola e in molti casi, anche dagli insegnanti e poi anche nel mondo di lavoro.

Nel corso degli anni ho sentito spesso dire “Go back to where you come from!” (“Torna da dove vieni!”). Come fai a spiegare a chi ti tormenta che il tuo paese di nascita è anche il loro? Da esperienza diretta, posso dire che è quasi impossibile e con ogni insuccesso di spiegare la barriera tra te e gli altri, a volte anche i genitori, diventa ancora più grande..

La storia è ambientata in Australia e la Sicilia, ma dalle reazioni agli articoli del passato, e negli innumerevoli scambi sul social media con altri figli di emigrati italiani, le emozioni descritte dalle parole chiave sono sparse ovunque ci siano immigrati. E non solo italiani…

Nell’ultima frase altre due parole segnano la forza delle emozioni sentite, “benedizione” e “maledizione”.

Il dilemma del migrante
da Lorena Millo, Adelaide, Australia

Per molto tempo non sapevo se mi sentivo italiana o australiana, spaesata in qualche parte tra i due.

Sono nata ad Adelaide nel 1960, figlia di genitori italiani. I miei si sono incontrati in Australia dopo esserci emigrati nel 1957.

Mio padre era uno di sette fratelli, ma era l’unico folle o coraggioso abbastanza da cercare una vita migliore, però l’attrazione della famiglia e della casa si sarebbe dimostrata troppo forte.

Allora le comunicazioni erano così diverse, non c’erano telefoni, social media o Skype, soltanto lunghe pause in attesa di lettere con notizie da casa.

Nel 1966 il richiama della casa era troppo per mio padre e abbiamo fatto il primo di due viaggi in Sicilia.

Mi ricordo l’inizio della scuola in Sicilia e di sentirmi un pesce fuori d’acqua, uno straniero che non capiva la lingua o le usanze però, come la maggioranza dei bambini, dopo poco tempo mi sono abituata.

Dopo 12 mesi mio padre ha deciso che non era stata la decisione giusta e ci siamo trasferiti di nuovo ad Adelaide a rifarci la vita daccapo.

Di nuovo, mi sono trovata un pesce fuori d’acqua, dovendo fare amici nuovi, abituarmi al nuovo quartiere, la nuova scuola. Negli anni 60 l’immigrazione era ancora molto nuova and alla vita scolastica non mancavano le sfide. Mi ricordo le difficoltà da giovanissima per le prese in giro mentre mangiavo i miei sandwiches di mortadella e di essere chiamata Wog. Una parola che ancora oggi trovo molto disgustosa.

I miei genitori hanno lavorato sodo per rifare le loro vite, entrambi i genitori hanno trovato lavori nuovi, comprando una casa nuova che nel corso degli anni è diventata una casa bellissima. Circondati da amici cari, la vita era buona. Malgrado questo, quel desiderio di casa e della famiglia è tornato di nuovo.

Nel 1972, dopo 5 anni, siamo tornati di nuovo in Sicilia, lasciando i nostri amici e la vita che conoscevamo. Sentivo triste, ma un capitolo nuovo ci aspettava.

Era meraviglioso trovarci in mezzo così tanti parenti, qualcosa che davvero ci mancava molto in Australia. Mia sorella ed io abbiamo avuto istruzione privata per prepararci per i nostri rispettivi esami di scuola in attesa della scuola normale. Con entrambe di noi che abbiamo superato gli esami con successo, ci siamo sistemate e abbiamo goduto una lunga estate meravigliosa. Godevo la mia vita nuova, gli amici nuovi e cominciavo a trovare il mio posto, ma tra poco stava per cambiare.

Mio padre sentiva che non poteva più resistere alla vita in Italia, le cose semplicemente non andavano come in Australia dove la vita sembrava molto più semplice. Allora, dopo 12 mesi, siamo tornati ad Adelaide.

Di nuovo ho avuto difficoltà a trovare il mio posto, persa in quella zona tra i due paesi. Era solo quando ho finito il liceo che io ho capito che quel qualche parte voleva dire che non ero italiana o australiana, ma una miscela meravigliosa di entrambi, italo-australiana.

Come mio padre, anch’io ho lottato con questa costante attrazione tra i due paesi perché mi sentivo legata a entrambi i paesi e lo sarò sempre.

Il dilemma del migrante è difficile non solo per i genitori, ma anche per la prima generazione di australiani di genitori immigrati. Conosci entrambi i mondi e ti senti che appartieni a entrambi. È, allo stesso tempo, una benedizione e una maledizione.

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The plight of the immigrant

Over the years I have often heard directed at me “Go back to where you come from!” How do you explain to those tormenting you that your country of birth is also theirs?
By Gianni Pezzano

As we read the third story since we asked our readers to send in their personal stories we find story that reflects the internal struggle of many migrants towards the two countries of their hearts, the country of birth and the country of residence.

Yet what could surprise those with no direct experience of migration is that this inner struggle exists not only within the parents but, as today’s author shows, also within many children of migrants.

Key words

As we read we must note certain words which appear in the text. They are as heavy as boulders because they reveal the inner struggle of those who feel like strangers in both their countries of birth and their parent’s country; the same inner struggle that the father also feels during his life.

Words such as “displaced”, “attraction”, “foreigner”, “desire”, “understand” and “between” are aimed not only at those who interact with her and others like her, but are also referred to herself as, for many years, she seeks to understand why she does not feel at ease. Then the word “Wog” appears, in other words the word most used by Australians towards the children of migrants, especially from the Mediterranean, and we understand that there are also external factors why magnify the sense of isolation that these young people feel towards their school mates, in many case also their teachers, and then in the workplace.

Over the years I have often heard directed at me “Go back to where you come from!” How do you explain to those tormenting you that your country of birth is also theirs? From direct experience I can say it is almost impossible and with every failure to explain the barrier between you and the others, sometimes even to your parents, it becomes even bigger.

The story is set in Australia and Sicily but from reactions to past articles and from innumerable exchanges on the social media with other children of Italian migrants, the emotions described by the key words are spread everywhere there are migrants. And not only Italian…

In the final sentence two other words mark the strength of the emotions felt, “blessing” and “curse”.

 

The plight of the immigrant
By Lorena Millo, Adelaide, Australia

For a long time I did not know if I felt Italian or Australian, displaced somewhere in between.

I was born in Adelaide in 1961 to Italian parents.   My parents met in Australian but both immigrated to Australia in 1957.

My father was one of 7 children but the only one crazy or brave enough to seek a better life, however the pull of the family and home would prove to be too strong.

In those days communication was so different, no telephones, no social media, no Skype, just long periods of waiting for letters with news from home.

In 1966 the call of home was too great for my father and we made the first of 2 trips back to Sicily.

I remember starting my school life in Sicily feeling so out of place, a foreigner not understanding the language or customs but like most children, soon adapted.

After 12 months, my father decided that it had not been the right decision and we moved back to Adelaide to rebuild our lives from scratch.

Once again, I remember feeling out of place, having to make new friends, get use to a new neighbourhood, new school. Immigration in the 60s was still quite fresh and school life was not without its challenges. I remember at that early age struggling with the teasing as I ate my mortadella sandwiches and being called a Wog, a term that today I still find very distasteful.

My parents worked hard to rebuild our lives, both my parents finding new jobs, buying a new house which over the next few years they restored into a beautiful home. Surrounded by many dear friends, life was good.   Despite this, that longing for family and home yet again came calling.

After 5 years, in 1972 we set sail again for Sicily, leaving our friends behind and the life we knew. It felt sad but a new chapter was waiting for us.

It was wonderful to be amongst so much family, something we truly missed in Australia.

My sister and I were privately tutored to prepare us for our respective school level exams in preparation for mainstream school. With both of us successfully passing the exams, we settled in and enjoyed a long wonderful summer. I was enjoying my new life, new friends, family and beginning to find my place but that was soon to change.

My father felt that he could no longer cope with life in Italy, things just didn’t work like they did in Australia, and life seemed so much easier back there.   So after 12 months we returned to Adelaide.

Yet again I struggled to find my place, lost in that somewhere in between.   It wasn’t until I finished High school that I understood that, that somewhere in between meant that I was neither Italian nor Australian but a wonderful blend of both, Italo – Australian.

Like my father, I too have struggled with this constant pull between the two countries because I feel very connected to both countries and always will.

The plight of the immigrant is hard not just for the parents but also for the 1st generation Australians of immigrant parents. You know both worlds and feel you belong in both.   It is both a blessing and curse.

2 Comments

  • Angela DeMarco ha detto:

    I can truly relate to this story…… although my family never moved back to Italy.
    I tried moving back myself in my late 20’s – as I was tired of feeling torn between 2 worlds in Australia. After 2 years living and working in Italy however, I understood that Australia was home for me and that in Australia I had the best of both worlds!!

  • Daniela Williamson ha detto:

    Comprendo alla perfezione il desiderio di appartenenza, in me ancor piu’ forte, perche’ sono emigrata in eta’ avanzata. Conosco anche lo smarrimento del cosidetto “ritornare a casa” che casa pero’ non e’ piu’. La vita dell’emigrante e’ cosa difficile da spiegare e solo chi la vive o l’ha vissuta, sa di cosa parliamo.

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