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Il Debito d’Italia ai suoi Emigrati – Italy’s Debt to her migrants

By 7 Luglio 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Il Debito d’Italia ai suoi Emigrati

La prima generazione di emigrati spesso faceva due o anche tre lavori non solo per pagare le spese quotidiane, ma soprattutto perché una bella parte degli stipendi veniva inviata a casa ai genitori e i fratelli e sorelle in Italia

Di Gianni Pezzano

L’ultimo articolo degli italiani all’estero (https://thedailycases.com/nascere-italiano-all-estero-being-born-italian-overseas/) ha avuto molti commenti e reazioni da tutto il mondo, però uno mi ha sbalordito, non perché era l’unico commento negativo, ma perché lo scambio con il lettore ha dimostrato proprio quel che cerchiamo di dire, che Italia capisce pochissimo delle realtà all’estero e, peggio ancora, quasi tutti hanno dimenticato il debito che il paese ha verso i suoi emigrati, come anche verso i loro discendenti.


Non nomino il lettore e nemmeno il suo paese di residenza, diciamo soltanto che è un recente emigrato italiano non molto giovane. Da esperienza in Italia possiamo solo dire che il suo atteggiamento verso i nostri parenti e amici all’estero non è raro in Italia e quello scambio ci ha fatto capire come sia ora di mettere nero su bianco cosa sia il debito d’Italia.

Risposta

La mattina dopo l’uscita dell’articolo c’era un commento molto succinto sull’articolo sul social Fb, “Tu non sei italiano”, ma nessuna parola sul contenuto. Ero curioso di sapere il perché di quel parere e la sua risposta mi ha lasciato di stucco.

Bah, ho conosciuto tanti finti italiani che erano per niente solidali e non conoscevano nulla della nostra terra parlavano ma non sapevano convinti che è come gli raccontava il papà o il nonno

Già il “finti italiani” mi ha colpito, ma il resto della frase non ha fatto altro che confermare che il lettore non ha capito il senso dell’articolo, come di tutti gli articoli della nostra rubrica sugli “Italiani all’estero”. Infatti, non abbiamo mai trattato i nostri parenti e amici come “santi”, ma come esseri umani che hanno dovuto emigrare e per molte ragioni. Abbiamo sempre riconosciuto che tra i milioni di emigrati era inevitabile che alcuni di loro si sarebbero comportati in quel modo.

Il lettore ha giudicato gli emigrati italiani e i loro discendenti in quel lontano continente secondo le misure di chi non conosce la loro Storia che poi, come abbiamo sempre ritenuto, è anche la Storia d’Italia. Una Storia che ha segnato un passaggio essenziale per lo sviluppo d’Italia da un paese in rovine a essere ora una delle superpotenze economiche mondiali. E in gran parte grazie al contributo non solo degli emigrati italiani negli anni immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ma anche dei loro figli e nipoti e in molti casi anche dei loro pronipoti oggi.

Debito

L’emigrato italiano dell’immediato dopo guerra spesso non partiva per sua spontanea volontà. Molti di loro erano costretti a emigrare certamente dalle circostanze del paese all’epoca, ma anche dalle pressioni più o meno aperte anche delle autorità locali che non sapevano come gestire il grande numero di giovani disoccupati. Furono stabiliti accordi con altri paesi per lavoro in altri continenti e molti sono partiti per le pressioni. Sin dall’inizio questo ha creato tra molti d loro, compresi i miei genitori, un rapporto di amore/odio verso il loro paese di nascita.

Bisogna anche ricordare che la maggioranza di quella generazione, sia del sud del paese che dal nord, era di origini contadine e che avevano avuto poca scuola perché iniziarono il lavoro nei campi giovanissimi e nella maggioranza dei casi non parlavano che il loro dialetto. Inoltre, erano stati anche soldati durante la guerra ed anche per questo quel “finti italiani” è un’offesa per chi ha svolto il proprio dovere verso il paese.

Nei nuovi paesi di residenza non esistevano i servizi di assistenza tra italiani come ci sono oggi in molte di queste communità. Anzi, non avevano il tempo nemmeno di imparare la nuova lingua perché dovevano fare molto lavoro e non solo per permettersi di comprare la casa nel nuovo paese ed è questo la prima parte del debito d’Italia.

Quella generazione di emigrati spesso faceva due o anche tre lavori non solo per pagare le spese quotidiane, ma soprattutto perché una bella parte degli stipendi veniva inviata a casa ai genitori e i fratelli e sorelle in Italia. Ricordiamoci anche che molti dei nostri emigrati si sono trovati poi a lavorare con soldati che avevano combattuto durante la guerra e questo certamentamente non ha aiutato l’integrazione nel paese…


Oggigiorno si parla del “Boom Economico” degli inizi degli anni 60 che ha lanciato l’Italia verso il G8, ma pochi oggi ricordano che per oltre quindici anni i soldi inviati in Italia dai suoi emigrati erano tra le prime cinque fonti di valuta estera del paese e quindi una motore essenziale per il rilancio economico del paese, quando i parenti in Italia hanno cominciato a comprare i frigoriferi, le auto ed eventualmente il televisore, ecc., ecc.

E non solo. Questi soldi alle famiglie in Italia hanno permesso a fratelli e sorelle di poter non solo andare a scuola ma per molti di poter continuare l’università per diventare medici, avvocati, insegnanti, ingegneri e così via.

Non sappiamo se esistono le statistiche, ma sarebbe interessante sapere quanti dei professionisti laureatisi negli anni 50, 60 e 70 in Italia hanno potuto farlo grazie ai contributi degli zii all’estero.

Ma il contributo dei nostri parenti e amici all’estero non si limita solo ai soldi inviati alle famiglie in Italia. Con il tempo molti hanno cominciato ad aprire imprese che importavano prodotti italiani nei loro nuovi paesi di residenza. Non parliamo solo di prodotti alimentari, come dice il luogo comune, dai nostri innumerevoli pizzerie, ristoranti e pasticcerie, ma anche delle piastrelle, auto, lampadari, macchinari industriali, prodotti per produrre vestiti e molto di più per capire che i figli e nipoti di quella generazione tutt’oggi ancora svolgono un ruolo importante in queste esportazioni.

Scuola

È facile poi criticare i figli di non sapere la lingua del paese d’origine, ma per almeno i primi due decenni dopo la guerra non era possibile farlo perché pochissime scuole all’epoca davano l’italiano come materia scolastica. Al massimo potevi studiare il francese. E poi, come abbiamo descritto nell’ultimo articolo, la lingua in casa non era l’italiano ma il dialetto.

Infatti, molti di questi genitori “analfabeti”, ma per niente stupidi, hanno investito i loro soldi nell’educazione dei figli per farli diventare professionisti e per questo i loro figli non hanno mai avuto il tempo di studiare la nostra lingua.


Dobbiamo anche ricordare che per gli emigrati oltreoceano le distanze e i costi non permettevano a molti di poter tornare facilmente ai loro paesi di nascita ed alcuni non sono mai più tornati. Allora è naturale che per loro l’Italia che immaginavano sia quella che avevano lasciato e non il paese moderno che hanno aiutato a trasformare con il frutto dei loro lavori. Poi, quando tornano finalmente non è insolito che vengonon derisi d’essere partiti perché “se fossero rimasti sarebbero divenati ricchi” come molti hanno sentito dire. Una beffa vera per loro.

I loro figli magari ci vanno in Italia per vacanze da tanto in tanto, vedono le bellezze del paese e non capiscono le differenze tra la realtà e i ricordi dei loro genitori/nonni. Ma questo non è colpa loro perché fino a non pochi anni fa non esistevano le trasmissioni RAI nel mondo (e solo in italiano…) e nemmeno l’internet, ecc., che ora ci permette di seguire notizie estere in tempo reale e non dopo settimane come succedeva nel passato.

Potremmo continuare per pagine di parlare di queste cose, ma crediamo di avere fatto capire al lettore in quel paese lontano che il suo giudizio non faceva altro che confermare quel che abbiamo sempre sostenuto nelle nostre rubriche.

L’Italia oggi ha dimenticato il suo debito verso i suoi emigrati e, peggio ancora, non ha mai capito i loro sforzi e sacrifici, le discriminazioni e in alcune casi, le persecuzioni che hanno dovuto subire per poter fare non solo la loro vita nuova all’estero, ma anche per poter contribuire alle loro famiglie rimaste a casa, e quindi anche all’Italia, per uscire dalle rovine della guerra.

Il nostro lettore ci ha dato lo spunto per fare ricordare agli italiani in Italia che se i nostri parenti e amici non fossero partiti, con le buone o con le cattive, dopo la guerra, il paese sarebbe molto diverso e certamente molto più povero di quel che è.

E come potrà l’ Italia ripagare questo debito? Non sarebbe poi così caro, aiutare i discendenti degli emigrati a conoscere la loro Cultura, che è la nostra e aiutarli a trovare le loro radici. Un prezzo che si paghrebbe da solo in poco tempo. Ma per farlo bisogna agire e non solo parlare degli italiani all’estero.


Se avete qualche storia da raccontare di queste esperienze dei genitori o nonni o anche personali, inviatele a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Italy’s Debt to her migrants

That generation of migrants often held two or even three jobs not only to pay their living expenses but above all because a good part of the wages was sent home to the parents and the brothers and sisters in Italy.

By Gianni Pezzano

The latest article about Italians overseas (https://thedailycases.com/nascere-italiano-all-estero-being-born-italian-overseas/) had many comments and reactions from all the world, however one astounded us, not because it was the only negative comment but because the exchange with the reader showed exactly what we are trying to say, that Italy understands very little about the realities overseas and, worse still, almost everybody has forgotten the country’s debt to her migrants, as well as to their descendants.

We will not name the reader and not even his country of residence, we will only say that he is a recent migrant and not very young. From past experience we can only say that his attitude towards our relatives and friends overseas is not rare in Italy and that exchange made us understand that it is time to write down what Italy’s debt is.


Reply

The morning after the article’s release there was a very brief comment on the social media, “You are not Italian” but not one word on the content. I was curious to know the reason for that opinion and his answer left me stunned.

Well, I have met many fake Italians who were not at all sympathetic and they knew nothing about our land they spoke but knew nothing convinced that it is like their father or grandfather told them”

That “fake Italians” struck me but the rest of the phrase only confirmed that the reader did not understand the sense of the article nor of all the articles in our “Italians overseas” section. In fact, we have never treated our relatives and friends overseas as “saints” but as human beings who had to migrate for many reasons. We have always recognized that amongst the millions of migrants it was inevitable that some of them would behave badly.

The reader had judged Italian migrants and their descendants in that far away continent according to the yardstick of someone who does not know their history which is, as we have always believed, also Italy’s history. A history marked by a fundamental passage for Italy’s development from a country in ruins to one that is now a world economic superpower. And largely thanks to the contribution not only of the Italian migrants immediately after World War Two but also to their children and grandchildren and in many cases today to their great grandchildren.

Debt

Italian migrants of the immediate post war period often did not leave of their own free will. Many of them were forced to migrate, certainly by the country’s circumstances at the time but also by more or less open pressure from the local authorities who did not know how to manage the great numbers of unemployed. Agreements were signed with other countries for them to work in other continents and many left due to pressure. From the beginning this created amongst many of them, including my parents, a love/hate relationship with their country of birth.

We also have to remember that the majority of that generation, from both the north and the south, were from farming backgrounds and they had little schooling because they began working in the fields at a very young age and in the majority of cases they spoke only their dialect. Furthermore, they had also been soldiers during the war and for this reason too that “fake Italians” was offensive to those who performed their duty to their country.

There were no welfare services amongst Italians in the new countries of residence as there are today in many of these communities. Indeed, they did not even have the time to learn the new language because they had to work hard and not only to be able to buy their own homes and this is the first part of Italy’s debt.

That generation of migrants often held two or even three jobs not only to pay their living expenses but above all because a good part of the wages was sent home to the parents and the brothers and sisters in Italy. Let us also remember that many of our migrants then found themselves working alongside soldiers they had fought against in the war and this certainly did not help their integration in the country…

Today we often talk about the “Economic Boom” of the early 1960s that launched Italy towards the G8 but few today remember that for more than fifteen years the money sent to Italy by her migrants were one of the country’s top five sources of foreign currency and therefore an essential engine for the country’s economic revival when the relatives in Italy began to buy refrigerators, cars and eventually televisions, etc, etc, etc…

And not just this. The money sent to the families in Italy allowed brothers and sisters to not only be able to go to school but for many to be able to continue onto university to become doctors, lawyers, engineers and so forth.

We do not know if there are statistics but it would be interesting to know how many professionals who graduated in Italy in the 1950s, 60s and 70s were able to do so because of the contributions from their uncles and aunts overseas.

But the contribution from our relatives and friends overseas was not limited to only sending money to their families in Italy. Over time many began to open up their own businesses that imported Italian products to their new countries of residence. We are not talking only about the clichés of our innumerable pizzerias, restaurants and pastry shops but also of tiles, cars, lighting, industrial machines, products for producing clothes and much more which makes us understand that the sons and grandchildren of that generation today still carry out an important role in these exports.

School

And then it is easy to criticize the children who do not know the language of the country of origin but for at least the first two decades after the war it was not possible to do so because few schools at the time taught Italian as a subject. At the most you could study French. And then, as we described in the last article, the language spoken at home was not Italian but dialect.

In fact, many of these “illiterate” but not at all stupid parents invested their money in their children’s education to make them professionals and for this reason their children never had the time to study our language.

We must also remember that for the migrants in other continents the distances and the costs did not allow them to return easily to their country of birth and some never went back. So it is natural for them to imagine Italy as it was when they left and not the modern country that they helped to transform with the fruit of their labour. And then, when they finally did go back it was not unusual for them to be derided for having left because “if they had stayed they too would have become rich” as many were told. This was a real slap in the face for them.

Their children may then go to Italy on holiday from time to time, they see the country’s marvels and they do not understand the differences between the reality and their parents/grandparents’ memories. But this is not their fault because up to a few years ago there were no programmes from RAI (and only in Italian…) and not even the internet that now allows us to follow overseas news in real time and not after weeks as happened in the past.

We could go on for pages speaking of these things but we think that we have made the reader in that far away country understand that his judgment had only confirmed what we have always stated in our articles.

Today’s Italy has forgotten its debt to her migrants and, worse still, has never understood their efforts and sacrifices, the discrimination and in some cases persecution that they had to endure to not only make a new life overseas but also to contribute to the families they left behind and therefore also to Italy being able to rise from the ruins of the war.

Our reader gave us the spark for making Italians in Italy remember that if our relatives and friends had not left by hook or by crook after the war that the country would have been very different and certainly much poorer that what it is.

And how will Italy be able to pay this debt? It would not be very expensive, by helping the descendants to know their Culture, which is also our Culture, and to help them find their roots. This is a price that would pay itself in only a short time. But to do so we must act and not simply talk about the Italian overseas.

If you have any stories to tell about these experiences of your parents or grandparents, or even your own, send them to: [email protected]

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