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Ambiente & Turismo

Il contrasto al cambiamento climatico parte dalle donne— The fight against climate change starts with women

Pubblicato

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Tempo di lettura: 5 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Il contrasto al cambiamento climatico parte dalle donne

di Marco Andreozzi

E’ noto che sul nostro pianeta si sta vivendo un periodo di cambiamento climatico marcatamente distinto nelle ultime decadi, anche causato dal raddoppio della popolazione mondiale nell’arco di mezzo secolo. Una risultante del progressivo riscaldamento globale in atto è la maggiore variabilità dei fenomeni atmosferici di minore prevedibilità e maggior impatto. Nel caso delle alluvioni sulle terre costiere, concausate peraltro anche dagli aumentati insediamenti vicino ai mari, i guai dati dalla maggior frequenza di eventi catastrofici riguardano i Paesi in via di sviluppo, come ad esempio Cina, Filippine e India. Nelle terre d’Africa, è un certo aumento della siccità il fenomeno preoccupante invece, come in Etiopia o Kenya.

Un recente articolo di The Economist (‘Survival of the bookish’, ovvero la sopravvivenza di chi legge e studia) tratta questo argomento nell’ottica molto interessante di correlare formazione scolastica e clima. In sintesi, è stata mappata una relazione analitica inversa tra il grado di istruzione medio di un Paese – in particolare il saggio di completamento della scuola secondaria superiore – e il suo il tasso di vulnerabilità ai cambiamenti climatici (1 = più vulnerabile), da dati aggregati 2019-2021, e quindi molto recenti e sensati. Ad esempio, in Estremo Oriente all’oltre 60% di scolarizzazione della Malesia sta una vulnerabilità di poco sopra lo 0,35, mentre la più bassa scolarizzazione tailandese al 35% vede una vulnerabilità di oltre 0,4. Spostandosi nel ‘sub-continente’, i dati dell’India sono 25% e 0,5, mentre in Nepal la scolarizzazione al 15% implica una vulnerabilità superiore (pur di poco) a 0,5. In Africa, la scolarizzazione del Kenya appena sotto il 25% è correlata ad una vulnerabilità leggermente peggiorativa rispetto al Nepal, mentre l’Etiopia della scolarizzazione sotto il 10% è vulnerabile con un punteggio superiore a 0,55.

Ma c’è di più. L’articolo si focalizza sull’importanza delle madri con una certa formazione scolastica come fattore critico di miglior risposta agli eventi avversi legati alle condizioni climatiche cangianti rispetto ad una crescita più sana dei figli. Ciò per il miglior livello di conoscenze diffuse quanto a nutrizione, igiene ed impiego di cure mediche appropriate (superstizioni e credenze di medicina tradizionale risultano molto spesso inutili e, in alcuni casi, dannose). Insomma, l’articolo pone l’accento sull’importanza dell’educazione scolastica delle donne e sulla necessità di investire su questo fronte come allocazione più efficiente di risorse pubbliche (quindi scarse) rispetto ad investimenti infrastrutturali di adattamento e difesa da fenomeni legati ai cambiamenti climatici.

E’ un punto molto interessante da collegare ad altri studi noti che identificano chiare correlazioni tra la partecipazione femminile alla forza lavoro e il PIL. Tra i Paesi ricchi, Norvegia e Svizzera sono ai vertici, sopra il 62% (PIL pro capite molto alti, infatti), Canada e Olanda 59%, Regno Unito 58% e Germania 56%, con la Francia al 50%, poco sotto la media UE. L’Italia sfiora il 40%, con USA 55% e Giappone 53% (Paesi G-7). Dal 1990, i dati olandese e tedesco sono cresciuti rispettivamente di oltre sedici e dieci punti percentuali, il che spiega molto. All’Italia sembra essere mancato proprio l’apporto femminile con la crescita economica dal nuovo millennio a – 20% rispetto alla media del resto della UE. Insomma, credere più sulle donne per un futuro migliore in tutto il pianeta è scientifico. Inoltre, chi ha mai sentito parlare di dittatori donna?

The fight against climate change starts with women

by Marco Andreozzi

It is well known that a markedly distinct period of climate change has been taking place on our planet in recent decades, also caused by the doubling of the world’s population over half a century. One resultant of the ongoing progressive global warming is the increased variability of weather phenomena of less predictability and greater impact. In the case of flooding on coastal lands, concaused moreover by increased settlements near the seas, the trouble given by the greater frequency of catastrophic events concerns developing countries, such as China, the Philippines and India. In Africa, it is a certain increase in drought that is the worrisome phenomenon instead, such as in Ethiopia or Kenya.

A recent article in The Economist (‘Survival of the bookish’) discusses this topic from the very interesting perspective of correlating education and climate. In summary, an inverse analytical relationship was mapped between a country’s average educational attainment – particularly the upper-secondary school completion rate – and its climate change vulnerability score (1 = most vulnerable), from aggregated 2019-2021 data, thus very recent and sensible. Exempli gratia, in the Far East, Malaysia’s over 60% schooling reports a vulnerability of just over 0.35, while Thailand’s lowest schooling at 35% sees a vulnerability of over 0.4. Moving to the ‘sub-continent,’ India’s figures are 25% and 0.5, while in Nepal, schooling at 15% implies a vulnerability above (albeit slightly) 0.5. In Africa, Kenya’s schooling just below 25% correlates with a bit worse vulnerability than Nepal, while Ethiopia’s schooling below 10% explains a vulnerability score above 0.55.

But there is more. The article focuses on the importance of mothers with education as a critical factor in better response to adverse events related to changing climate conditions, with reference to healthier children raising. This is because of the better level of knowledge regarding nutrition, hygiene, and the use of appropriate medical care (superstitions and traditional medicine beliefs very often prove unnecessary and, in some cases, harmful). In short, the article emphasizes the importance of women’s schooling and the need to invest on this front as a more efficient allocation of public (thus scarce) resources than infrastructural investments in adaptation and defense against climate change-related phenomena.

This is a very interesting point to link to other known studies that identify clear correlations between female labor force participation and GDP. Among rich countries, Norway and Switzerland are at the top, above 62% (very high GDP per capita, in fact), Canada and the Netherlands 59%, the UK 58% and Germany 56%, with France at 50% just below the EU average. Italy is close to 40%, with the US 55% and Japan 53% (other G-7 countries). Since 1990, the Dutch and German figures have grown by more than sixteen and ten percentage points, respectively, which explains a lot. Italy seems to have precisely lacked women’s contribution with economic growth since the new millennium at -20% compared to the average for the rest of the EU. In short, believing more on women for a better future across the planet is scientific. Also, who has ever heard of female dictators?

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