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I grandi processi della Storia: Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei

By 17 Febbraio 2019 No Comments

La presenza di Gesù a Gerusalemme in prossimità della Pasqua non era vista di buon occhio dai sacerdoti, perché poteva minare alla base il loro potere ecclesiastico e causare tumulti, scatenando le rappresaglie dei Romani che avrebbero stretto ancor più la morsa e il controllo sulla comunità giudaica. La decisione di eliminare fisicamente Gesù fu presa allora.

di Luca Rinaldi

I.N.R.I., Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum: è questo il significato latino dell’acronimo che tutti conosciamo, in quanto scritto sulla croce di Gesù al momento della sua morte sul Gòlgota. Una scritta che porta con sé la reale spiegazione di ciò che successe nelle poche ore precedenti a quel momento: l’ultima cena, l’arresto, il processo e la condanna a morte di Gesù.


Ebbene, quella scritta è tanto significativa perché rappresenta l’unico motivo legale trovato per mettere a morte Gesù, e cioè il suo presunto dichiararsi Re dei Giudei.

Per ricostruire gli eventi è necessario partire dal presupposto che le uniche fonti storiche di ciò che accadde sono i quattro vangeli canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, i quali descrivono gli avvenimenti del processo di Gesù da punti di vista parzialmente diversi, motivo per cui si riscontrano alcune divergenze in momenti particolari della vicenda e relativamente alla cronologia degli eventi.

Ma andiamo con ordine. Nel momento in cui Gesù consumò l’ultima cena con i dodici apostoli, già sapeva cosa gli sarebbe accaduto di lì a poco. Anche eliminando dall’equazione la sua preveggenza divina, è facile intuire come eventi precedenti avessero scatenato l’ira e l’invidia dei sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, tanto da farli complottare per l’eliminazione fisica di Gesù. Questi, nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme, si era infatti reso protagonista, all’interno del Tempio, di disturbo della quiete pubblica e di attacchi e invettive contro tutta la classe sacerdotale: criticò apertamente e pubblicamente l’ipocrisia di scribi e farisei, le autorità religiose del tempo, e li definì “ciechi e guide di ciechi”, “serpenti e razza di vipere” e “sepolcri imbiancati”. A essi, Gesù accomunò i sadducei, la classe sacerdotale aristocratica che gestiva il culto e gli affari economici. In più di un’occasione, predicando, aveva poi anche violato formalmente la legge ebraica, contravvenendo al precetto del riposo sabbatico, cioè l’astensione da attività lavorative nel giorno di sabato, attirandosi il biasimo dei giudei. Tale violazione, infatti, era considerata gravissima, tanto da prevedere addirittura la pena di morte.

Già in quel momento,dunque, i farisei erano intenzionati ad arrestare Gesù, ma ebbero paura di trovarsi contro una folla di seguaci che lo considerava un profeta. Tentarono allora di coglierlo in fallo nei suoi discorsi, cercando di fargli pronunciare frasi politicamente scorrette contro i Romani occupanti. Da tutto ciò, è plausibile che Gesù sapesse bene di essere diventato un personaggio scomodo, a maggior ragione per il seguito che si stava creando intorno alla sua figura e al suo predicare. L’episodio di Gesù che entra a Gerusalemme la Domenica delle Palme accolto da acclamazioni festanti della folla fu significativo e mostrò una volta per tutte ai sacerdoti quanto quell’uomo stesse facendo proseliti.

Il fatto poi che la Pasqua ebraica fosse alle porte era un motivo ulteriore di preoccupazione per i sacerdoti. Quello infatti era un periodo dell’anno caratterizzato da tumulti e ribellioni, a Gerusalemme e più in generale nella turbolenta Palestina occupata dai Romani. Per quanto concerne i reati, poi, la stessa giurisdizione in Giudea era alquanto confusa, in quanto c’era ancora un re, Erode Antipa, ma solo formale e senza poteri; c’era il Sinedrio, il consiglio dei sacerdoti con a capo il Sommo Sacerdote, che aveva sempre avuto giurisdizione nell’amministrazione della giustizia; ma soprattutto c’era il governatore inviato da Roma, che in quel periodo era il pretore Ponzio Pilato. Le funzioni del Sinedrio, a seguito dell’occupazione Romana, erano state limitate a questioni prettamente religiose e civili o di ordine pubblico all’interno del Tempio. Le decisioni e le condanne relative a pene capitali erano passate sotto la giurisdizione Romana. In parole povere, il Sinedrio poteva giudicare, ma non condannare a morte.

In ogni caso la presenza di Gesù a Gerusalemme in prossimità della Pasqua non era vista di buon occhio dai sacerdoti, perché poteva minare alla base il loro potere ecclesiastico e causare tumulti, scatenando le rappresaglie dei Romani che avrebbero stretto ancor più la morsa e il controllo sulla comunità giudaica. La decisione di eliminare fisicamente Gesù fu presa allora.

L’altra complicazione della Pasqua era che, secondo la legge ebraica, durante il periodo pasquale non si potevano celebrare processi né condanne a morte. Se i sacerdoti volevano sbarazzarsi di Gesù, dovevano quindi farlo in brevissimo tempo. Occorreva trovare al più presto dei validi capi d’accusa che giustificassero la messa a morte del ribelle e soprattutto trovare dei testimoni (secondo la procedura processuale ebraica, ne servivano almeno due che concordassero esattamente sulla testimonianza) che sostenessero l’accusa. Inoltre, essendo il governatore romano l’unico a poter decretare una condanna a morte, occorreva attirare l’attenzione di questi verso un uomo che però, fino ad allora, non aveva mai pronunciato nulla di sconveniente nei confronti dei Romani.

Un’ulteriore questione da non sottovalutare era il fatto che, nel Sinedrio, non tutti erano contro Gesù. Sono noti membri a lui favorevoli e che addirittura possono essere definiti suoi seguaci: Giuseppe di Arimatea e il fariseo Nicodemo. Dagli Atti degli Apostoli risulta che anche Gamaliele, maestro di Saulo di Tarso (poi diventato Paolo), non fosse ostile a Gesù, così come Giairo, uno dei capi della Sinagoga di Cafarnao, la cui figlia fu guarita da questi. La frangia che voleva eliminare Gesù era dunque preoccupata che, in un’eventuale votazione del Sinedrio, si sarebbe finiti per prosciogliere Gesù a causa di franchi tiratori che potevano essere influenzati dai voti a lui già favorevoli.

Per prevenire questo possibile voltafaccia, per evitare tutte le complesse e restrittive procedure del Sinedrio che avrebbero prolungato i tempie per tentare di eludere scomodi confronti con la massa del popolo favorevole a Gesù, c’era quindi un solo modo: dovevano arrestare Gesù e forzare la mano al governatore Romano lasciando che fosse lui a pronunciare la sentenza di morte.


Fu quello il momento in cui entrò in scena Giuda Iscariota, uno dei dodici apostoli, il quale, spontaneamente, si recò dai sommi sacerdoti con l’intento di consegnare Gesù, tradendolo in cambio di denaro. Un vero e proprio colpo di fortuna per coloro che volevano Gesù fuori dai giochi. Occorreva, dunque, solo attendere il momento giusto, quello in cui Gesù non fosse stato attorniato dalla solita schiera di proseliti, così da evitare tumulti. Giuda era l’uomo adatto per questo compito, considerato che conosceva le abitudini e gli spostamenti di Gesù e dei suoi discepoli.

L’occasione propizia arrivò la notte dell’ultima cena. Qui i vangeli non concordano sul giorno esatto, ma l’interpretazione più probabile è che quella non sia la cena tenuta in occasione della Pasqua Tradizionale ebraica, ma solo un banchetto svoltosi un giorno prima. In ogni caso, terminata la cena, Gesù si reca con i discepoli nel podere dei Getsemani. L’occasione perfetta: è notte e con Gesù ci sono solo i suoi undici fedelissimi (escluso Giuda), troppo pochi in numero per creare grattacapi. È in questa circostanza che Giuda avvisa i sacerdoti e consegna Gesù indicandolo, con il famoso gesto del bacio, ai suoi accusatori,una folla armata di bastoni e spade inviata dai sacerdoti e dagli anziani per arrestarlo. Subito dopo, Gesù viene condotto inizialmente da Anna, ex sommo sacerdote e consigliere autorevole del Sinedrio, e in seguito dal capo del Sinedrio in carica, il sommo sacerdote Caifa, presso il quale già erano riuniti gli scribi e gli anziani.

A questo punto c’è da fare un chiarimento: la legge ebraica prevedeva che non si potesse arrestare qualcuno di notte, se non in fragranza di reato, e che il Sinedrio si potesse riunire, per giudicare un imputato, solo di giorno, prima del tramonto. Inoltre, erano previste due sedute del Sinedrio da tenersi a distanza minima di un giorno. Già qui si notano, dunque, diverse irregolarità: l’arresto e la prima riunione del Sinedrio si tengono di notte, in tutta fretta e in assenza di testimoni a discolpa dell’imputato. È probabile che in quel momento i sacerdoti stessero ancora navigando a vista, senza sapere bene di cosa accusare Gesù e la riunione servisse proprio a stabilire i capi d’accusa e trovare nel più breve tempo possibile dei pretesti validi per accusarlo davanti a Pilato. Non fu quindi un vero e proprio processo, ma più probabilmente un interrogatorio approfondito, salvando, almeno in apparenza, la presunta irregolarità. I sacerdoti oltretutto presentarono molti falsi testimoni, le cui testimonianze però non concordavano. Anche i due che affermarono di aver sentito Gesù, qualche tempo prima a Gerusalemme, affermare di poter distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni, non concordavano pienamente sulle sue parole.

Le accuse a Gesù, tra l’altro, fino a quel punto erano tutte di ordine religioso: aveva violato il sabato; poteva essere processato come falso profeta per aver previsto la distruzione del Tempio di Gerusalemme, cosa che oltretutto presupponeva la possibilità che Gesù fosse in grado di far esplodere una rivolta; senza contare che i suoi miracoli potevano essere interpretati come stregoneria. Tutte accuse passibili di condanna a morte secondo la legge ebraica. Ma ancora non bastava, tanto che Caifa, da giudice qual era, si trasformò indebitamente in una sorta di pubblico ministero, inducendo Gesù a confessare davanti a tutti di essere il Messia, chiedendogli esplicitamente di dire se lui era il Cristo, il Figlio di Dio. E Gesù, che a questo punto non poteva più tacere, rispose:“Tu l’hai detto, anzi vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo”, parole che lo ponevano sullo stesso piano di Dio, alla sua destra. Quella, che venne considerata una bestemmia, oltretutto pronunciata davanti a tanti testimoni, provocò la reazione immediata dei presenti, che sputarono in faccia a Gesù, lo bastonarono e schiaffeggiarono: un’ulteriore irregolarità, in quanto Gesù non era ancora stato processato né condannato.

Alle accuse precedenti si aggiunse dunque quella di blasfemia (farsi “figlio di Dio”), anch’essa considerata gravissima. Ma si doveva ancora tenere una seconda riunione del Sinedrio, e questa volta fu in pieno giorno, il mattino successivo, per stabilire una volta per tutte con quali accuse incriminare Gesù.

Si era giunti intanto al giorno della Pasqua, che sarebbe cominciata però solo al tramonto. Ciò significava che non c’era abbastanza tempo per processare Gesù secondo le complesse e lente procedure del Sinedrio da attuarsi per cause capitali, motivo per cui nella seconda seduta si decise di far condannare Gesù direttamente dai Romani come rivoltoso. Tre furono le accuse che, nello specifico,sarebbero state portate davanti a Pilato: Gesù si sarebbe detto contrario a pagare i tributi a Roma; Gesù avrebbe sobillato il popolo; e Gesù avrebbe affermato di essere Cristo Re, il Re dei Giudei (in quanto, secondo tradizione, il Messia che attendevano i giudei sarebbe stato anche il loro re). Tre furono anche i motivi alla base di tale scelta accusatoria da parte dei sacerdoti: scaricare la responsabilità della condanna sui Romani (tra l’altro gli unici con il potere di condannare a morte qualcuno); evitare sgradite sorprese da parte dei membri del Sinedrio favorevoli a Gesù; e, da ultimo, accelerare la condanna, chiudendo la questione in giornata ed evitando di finire il processo in pieno periodo pasquale.


Quindi, nonostante fossero state le accuse di carattere religioso, almeno in apparenza, ad aver acceso gli animi dei sacerdoti e portato all’arresto di Gesù, finì per essere un’accusa prettamente politica, la sedizione, quella scelta per incriminare Gesù davanti a Pilato, ben sapendo che, giudicarlo per questioni religiose ebraiche, ai Romani non sarebbe importato.

La patata bollente passò dunque a Pilato, davanti al quale Gesù venne condotto. L’interrogatorio del pretore si limitò sostanzialmente a una semplice domanda: “Sei tu il Re dei Giudei?”. Questo perché, in caso di risposta affermativa, Pilato avrebbe avuto la conferma che Gesù fosse intenzionato ribaltare l’ordine costituito ponendosi come re, usurpatore del potere del governatore, e in definitiva contro i Romani. Quella di Pilato è una domanda che trascende l’aspetto religioso per il quale Gesù era stato giudicato davanti al Sinedrio, ma riguarda solo l’accusa formale e “politica” che era stata portata al cospetto di Pilato.

Gesù non fece nulla per discolparsi, rispondendo solo: “Tu lo dici”. E aggiungendo:“Il mio regno non è di questo mondo”. Nessuna vera confessione, dunque, il che lascia Pilato alquanto perplesso, tanto da convincersi dell’innocenza di Gesù, non trovando nelle sue parole elementi per accusarlo. Più di una volta infatti il pretore si rivolse alla folla raccoltasi, dicendo che lo riteneva innocente, ma questa insisteva ogni volta, sobillata dai sacerdoti, nel volere Gesù crocifisso. Pilato allora tentò un’altra strada: inviò Gesù da Erode Antipa, anch’egli a Gerusalemme per la Pasqua, così che potesse avere un secondo parere da un giudeo, sicuramente più esperto in questioni ebraiche, ma questi risultò più interessato ai miracoli di cui aveva tanto sentito parlare piuttosto che di determinare se Gesù fosse innocente o meno. Gesù, in sua presenza, non aprì bocca, né tantomeno mostrò alcun miracolo, così che anche Erode Antipa e i suoi soldati lo derisero e lo rimandarono da Pilato senza pronunciarsi sulla questione.Questo creò ancora più imbarazzo in Pilato, nel dover condannare un uomo senza apparenti colpe.

Il secondo tentativo, anch’esso andato a vuoto, che compì allora il governatore, fu mettere in atto l’usanza del “privilegio pasquale” che prevedeva, ad ogni Pasqua, di liberare un prigioniero giudeo a furor di popolo. Nel caso di Gesù, diede da scegliere tra questi e Barabba, un brigante arrestato per tumulti, di cui i vangeli in realtà danno ben poche informazioni. Anche in questo caso i sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere la liberazione di Barabba e la morte di Gesù.

Va detto comunque che Pilato le provò tutte per evitare a Gesù la condanna a morte bramata dai giudei, tanto che, pur ritenendolo innocente, lo fece flagellare dai soldati e lo coronò di spine, pensando, in tal modo, di placare gli accusatori e poterlo alla fine rilasciare. Ma anche con questo stratagemma non ottenne il risultato sperato, e anzi vide il tumulto tra la folla crescere sempre di più. Valutando impossibile mettersi contro tanta pressione pubblica, decise infine di condannare Gesù alla crocifissione e consegnarlo ai soldati, ma si dichiarò allo stesso tempo non responsabile del sangue che sarebbe stato versato, compiendo il noto gesto di lavarsi le mani. Nel vangelo di Matteo fu in questo momento che il popolo, a tal gesto, rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli”.

Come detto, l’iscrizione sopra la croce recava la scritta I.N.R.I. (Gesù il Nazareno, il re dei Giudei), a sottolineare proprio il motivo politico della condanna, l’unico cavillo legale trovato per mettere a morte Gesù, nonostante le tante accuse di carattere religioso.


In pochi lo sanno, ma sopra la croce non vi era solo l’iscrizione latina I.N.R.I, ma compariva anche la sua traduzione in ebraico e in greco. Nello specifico, quella in ebraico creò, senza volerlo, non poco imbarazzo tra i giudei accusatori di Gesù. Infatti, così come l’acronimo I.N.R.I. stava per IesusNazarenus Rex Iudaeorum, la scritta in caratteri ebraici si traduceva con YshuHnotsriWmlkHyhuduium, il cui acronimo risultava essere Y.H.W.H. La cosa curiosa è che queste lettere compongono il Tetragramma, impronunciabile per gli ebrei, che rappresenta la parola Yahweh.

Per i giudei, vedere il nome del loro Dio, Yahweh, proprio sopra all’uomo che avevano condannato a morte per essersi proclamato tale, fu un affronto, tanto che cercarono di convincere Pilato a cambiare l’incisione con le parole “Costui ha detto: io sono il re dei Giudei”. Ma Pilato, forse inconsapevolmente o forse per una sorta di rivincita personale, rispose: “Quel che ho scritto, ho scritto”.

Morì così Gesù. Con il nome di Dio inciso appena sopra il capo.

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