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Ambiente & Turismo

Grotta del Cervo, preservata ed incontaminata. Tre livelli di percorso straordinari.

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Tempo di lettura: 6 minuti

La grotta ha custodito reperti ossei risalenti al pleistocene e reperti archeologici

Siamo a Carsoli, antica Carsioli o Carseoli, localizzata nel 1645 dal cartografo Lukas Holstenius ed in seguito studiata dal punto di vista archeologico nel 1901 da Pfeiffer e Ashby, dove sono state rese accessibili due stupende grotte ipogee. Oggi ne visiteremo una, la Grotta del Cervo.

Siamo accolti dal sindaco, l’avvocato Velia Nazzarro, che ci accompagna in questa brevissima visita di superficie prestandosi simpaticamente a farci da guida, e ci avviamo verso il colle ove la cinta muraria, i ruderi e l’acquedotto romano sono resti visibili della colonia, che fu un importante avamposto fortificato.

Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ci illustra il sindaco, il controllo del territorio passò sotto i Longobardi che provocarono devastazioni e distruzioni ma di Carsoli gli storici continuarono a parlare come di una delle città principali della provincia Valeria.

Annessa al ducato di Spoleto, per poi passare alla costituenda contea del Marsi sotto il dominio dei Franchi, divenne sede comitale col sopraggiungere dei Normanni sotto i quali il territorio venne suddiviso e, in seguito, quasi totalmente donato ai principali monasteri.

Fu quindi sotto il dominio di Federico Barbarossa e vide il passaggio di Corradino di Svevia e Carlo I d’Angiò.

Sotto il ducato di Tagliacozzo divenne feudo degli Orsini per divenire sede baronale con i Colonna, e visse tutte le principali vicende politico-sociali essendo frontiera tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio.

I resti del castello di colle Sant’Angelo, Forte de’Leoni, costruito per i conti dei Marsi intorno all’anno 1000, che stiamo ora osservando mostrano una particolare pianta, quasi una L in cui la torre principale si trova esattamente nel punto di intersezione delle le mura di cinta ed altre due torri si trovano al vertice dei due bracci. Seppure ciò che ne resta sono ruderi, essi danno la perfetta idea della magnificenza e imponenza del sito.

Non molto distanti i ruderi della chiesa di Sant’Angelo. La zona è stata fonte di nuove scoperte e nel 2019 un impianto produttivo di epoca ellenistica (III-I secolo a.C.) risalente alla prima fase dell’occupazione romana, in cui venivano prodotti materiali in terracotta, laterizi e ceramiche è venuto alla luce.

Il sito, con tanto di magazzini e fuochi per la cottura, sorgeva lungo le antiche sponde del fiume Mura. Non poco lontano è stata individuata anche parte di una necropoli con oltre 20 tombe, alcune molto ben conservate, databile tra la tarda età del ferro e l’epoca arcaica (IX-VI secolo a.C.) sorta su di un precedente sito protostorico (XII-X secolo a.C.).

Scendendo nel borgo, tra le vie, gli antichi edifici intatti e visitabili.

Veniamo quindi affidati al presidente dell’Ente Gestore delle Grotte, Salvatore Callipo, ed alla guida, Aigae Valentina Lustrati. Anche oggi sono accompagnata dagli immancabili amici della Upix che documenteranno cosa vedremo nelle profondità perché possiate fruirne.

Ci dirigiamo verso la frazione di Pietrasecca, meta di questo nostro viaggio, per farvi conoscere un nuovo e interessante sito al di sotto del suolo e durante lo spostamento chiediamo al presidente Callipo notizie sull’Ente Gestore.

L’Ente Gestore nasce nel 2002 ed io ne sono il neo presidente, sono stato infatti eletto nell’aprile scorso. Oltre ad esprimersi sull’assetto naturalistico, l’ente controlla e valuta gli aggiudicatari del bando di gestione e svolge la relazione programmatica. Convoca inoltre la Commissione Tecnico Scientifica che è costituita da speleologi, geologi, e professionisti specializzati dell’Università di l’Aquila ed esperti del settore.

Attraverso un sentiero che attraversa uno splendido bosco di cerri ci avviamo verso la Grotta del Cervo. Valentina, ti chiedo subito a cosa si deve questo nome ?

Il nome è stato attribuito dopo il rinvenimento all’interno della grotta di alcuni reperti ossei risalenti al pleistocene superiore quali un orso (Ursus arctos) una lince ( Linx sp) e in particolare il palco di un erbivoro artidattilo, Cervus elaphus, che ha appunto dato il nome alla grotta

Siamo giunti alla grotta. Affronteremo un percorso speleologico di 2500 metri con un dislivello di 70. Veniamo forniti di caschetti con torcia e guanti e preparati al percorso che presenta tre livelli di difficoltà. Per il secondo sono predisposti speciali stivali e per il terzo l’imbrago. La fase di preparazione dura 10 minuti per il primo, 20 per il secondo  e un’ora circa per la preparazione al terzo livello

L’ingresso al percorso è bloccato da un cancello, che è stato installato per motivi di sicurezza.

Appena entrati cominciamo a scendere su di una passerella che agevola un dislivello di circa quindici metri. Ciò che ci attende alla prima sosta è indescrivibile. L’ambiente, fortemente suggestivo, non è illuminato se non dalle torce sui caschetti e siamo all’interno di un gigantesco fossile. La grotta, infatti, è totalmente concrezionata, l’acqua è quasi assente e solo un lieve stillicidio accompagna il visitatore.

Le concrezioni sono ovunque e quelle sulle quali camminiamo creano piccole venature in rilievo rendendo il percorso uno straordinario pavimento decorato. Dovunque si guardi scintillii, prodotti dalle  luci, su stalattiti e stalagmiti piccolissime ed enormi tutte di un bianco accecante.

Morbidi panneggi su pareti, stalagmiti creano tavoli circolari giganteschi, la volta sembra arricchita da un enorme altorilievo che farebbe arrossire quella decorata dai più grandi artisti barocchi.

Proseguendo le creazioni realizzate dall’acqua sono sempre più accurate ed eccoci al cospetto di un enorme drago che sta a guardia di un bellissimo presepe.

Poco più in là un enorme angelo  e delle eccentriche sembrano proteggere il percorso successivo.

Stiamo per passare al secondo livello e l’enorme ambiente in cui entriamo prende il nome di Sala degli Antenati. Perché questo particolare nome?

L’attribuzione del nome è dovuto al ritrovamento proprio in questo sito di gran parte dei reperti di natura paleontologica, ma anche reperti archeologici, come alcune delle monete risalenti ad un periodo compreso tra il IV-V secolo d.C.

Ora le pareti sembrano morbide onde di candido tessuto e le stalagmiti hanno l’aspetto, a volte, di una enorme barriera corallina, altre di enormi fiocchi di neve visti al microscopio.

Giungiamo in un ambiente più ristretto quasi un corridoio, in cui sono presenti concrezioni a macchia di leopardo, uniche nel loro genere. A cosa sono dovute queste particolari concrezioni?

Sono delle vermicolazioni argillose che caratterizzano un’intera parete della grotta. Sono delle formazioni molto rare, in cui detriti di varia natura occludono le numerose fratture della roccia calcarea, non permettendone, almeno per lungo tempo, il concrezionamento vero e proprio , ma regalando uno splendido “disegno astratto” sulle pareti.

Proseguiamo ed un nuovo ambiente ci accoglie. Piccole vasche piene d’acqua costituiscono il particolare pavimento di questa sala alta circa trenta metri, la cui volta sembra quasi completamente liscia, la Sala delle vaschette. Ci dici cosa stiamo osservando ?

Le “vaschette di grotta”, fanno parte del classico repertorio delle microforme carsiche. si formano per scorrimento del velo d’acqua sul pavimento debolmente inclinato della grotta. Un’iniziale piccola asperità viene via via accresciuta dal processo di incrostazione lungo il margine esterno della esile barriera di contenimento dell’acqua. In misura minore la deposizione di carbonato di calcio avviene anche sul fondo della vaschetta e sui ciottoli che vi si trovano.
Un lento movimento dell’acqua che metta in rotazione i piccoli ciottoli può favorire la deposizione di una patina carbonatica di spessore crescente sulla loro superficie; per forma e dimensioni questi prodotti della concrezione sono detti “pisoliti”.

Stiamo per arrivare nella zona di terzo livello. Dopo un ulteriore corridoio il percorso si divide in due rami, il Ramo della medusa, sulla destra, e il Fiume di fango, sulla sinistra. Da qui in poi l’impegno fisico richiesto è maggiore. Raccontiamo ai nostri lettori cosa vedremo nell’ultima parte di questa splendida esperienza ?

La grotta nella sua totalità è preservata ma il terzo livello è del tutto incontaminato. I due rami conducono a saloni di rara bellezza. Il ramo della medusa prende il nome da un’enorme concrezione a forma appunto di medusa che si erge imponente e candida dentro un meraviglioso laghetto di acqua cristallina. Il fiume di fango, un canyon lungo e stretto, ci apre il passaggio per la sala del by-pass ed introduce al fiume del silenzio, dove unico suono è lo stillicidio, lento e costante, che incurante di spazio e tempo, continua a formare meraviglie.

Ci prepariamo al ritorno  lasciandovi la promessa di un nuovo incontro. Un percorso più lungo e complesso “L’Inghiottitoio dell’Ovito”.