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Gran Bretagna vs Europa: la Brexit dopo il ‘c’eravamo tanto amati’

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Mercoledì 24 marzo 2017, Sir Tim Barrow, ambasciatore della Gran Bretagna, consegna al presidente del consiglio europeo Donald Tusk la lettera di Theresa May, che sancisce l’inizio del “divorzio” tra Regno Unito e Unione Europea. La lucida analisi di Nicola Lacerenza sulla scelta britannica di staccarsi dall’Europa e le conseguenze per l’intero continente

di Nicola Lacerenza

Mercoledì 24 marzo 2017, Sir Tim Barrow, ambasciatore della Gran Bretagna, consegna al presidente del consiglio europeo Donald Tusk la lettera di Theresa May, che sancisce l’inizio del “divorzio” tra Regno Unito e Unione Europea. Il giorno stesso il primo ministro inglese afferma che gli obbiettivi della lettera sono di «assicurare una nuova relazione, profonda e speciale, con l’Unione Europea». Sabato 1 aprile Donald Tusk risponde dicendo che nessuna trattativa sarà possibile prima di concludere la separazione, perché «non si può pensare di uscire dall’Europa mantenendone i privilegi»

 E’ il preludio della rivalsa Europea sulla Gran Bretagna?

Lei:«ti amo, sei perfetto, però tra di noi non può funzionare. Ti lascio, ma, in ogni caso, ti va se restiamo amici?» Lui, stizzito, le sbatte la porta in faccia. Forse è riduttivo paragonare un momento storico come la Brexit ad una delle storie più vecchie del mondo, ma è comprensibile. Quando Theresa May, dopo aver dato ufficialmente il via al divorzio col vecchio continente, afferma che le sue intenzioni sono quelle di «uscire dall’Ue ma non dall’ Europa», oppure, che vuole «assicurare una nuova relazione, profonda e speciale, con l’Unione Europea», emerge senza dubbio un’ambiguità insopportabile, tipica di chi, come si suol dire, vuol tenere il piede in due scarpe. Evidentemente, non è certo la stizza di un qualunque fidanzato appena mollato a dettare l’atteggiamento duro di Donald Tusk, bensì un opportuno pragmatismo politico. Tre sono gli scogli su i quali qualunque inizio di trattativa rischia di infrangersi: i sessanta miliardi di euro, già messi al bilancio dall’ Ue per il partner britannico, da restituire; una legislazione chiara che garantisca la salvaguardia dei diritti dei circa tre milioni di cittadini europei che vivono nell’isola; e, in fine, il ritiro del “passaporto” della City, con il quale questa è libera di usufruire della vantaggiosissima politica fiscale inglese e, allo stesso tempo, operare negli altri stati europei. Il presidente del consiglio europeo Donald Tusk non ci sta.

D’altronde coerenza vuole che, dopo aver messo a repentaglio l’esistenza dell’Ue, nel periodo più critico della sua storia, un atteggiamento di apertura non rientri tra gli quelli preferenziali. Eppure, dietro una questa semplice coerenza, c’è una volontà politica evidente: mostrare a tutti i partner europei che o si è europeisti o non lo si è. Ai privilegi dell’unione europea, «dei cui principi il mondo ha più che mai bisogno» ha sostenuto sempre la May tra le risa dell’opposizione, corrispondono degli oneri, e non ci si può sottrarre a questi senza perdere i primi. Non è un ricatto e non è una rivalsa sul Regno Unito. Obama definì l’Ue «il più grande capolavoro politico di tutti i tempi». Perciò, se è vero che Parigi val bene una messa, non è folle accettare l’idea che la grandezza politica dell’Europa richieda sacrifici duri da sopportare e insidie difficili da superare. Le difficoltà economiche non possono offuscare la lungimiranza che per quarantaquattro anni ha guidato l’Europa. Oggi più che mai, difronte ad un medio oriente in fiamme, un continente Americano in crisi, tra l’isolazionismo di Trump e un’America latina che implode, e una minaccia nucleare nel continente asiatico ai massimi storici, l’Europa deve comprendere la propria responsabilità nei confronti del mondo intero e presentarsi a questo come un baluardo da cui ripartire per restaurare una sicurezza perduta. Dietro l’atteggiamento apparentemente duro di Tusk, che si contrappone a quello decisamente più mite di Junker, il quale, saputo della lettera della May, affermò diplomaticamente che«L’Europa sarà ferma e educata, ma non ingenua», c’è un sentimento di unità sovranazionale.

La tanto vituperata “sovranazionalità”, che soffocherebbe la sovranità dei singoli paesi, è l’identità europea in cui è necessario riconoscersi una volta per tutte. Bisogna scongiurare per sempre il rischio della disgregazione, anche a costo del Regno Unito. E ciò, è opportuno ripeterlo, non per una rivalsa infantile, ma nella consapevolezza che una presunta e incosciente difesa degli interessi nazionali in una tale crisi globale non è possibile. Questi apparirebbero come dei pesciolini in un aquario di una casa in fiamme.

 

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