Connect with us

Attualità

Genova, ponte Morandi una tragedia annunciata

Pubblicato

il

Tempo di lettura: 6 minuti

Il tragico crollo del ponte simbolo del progresso nazionale negli anni ’60 non è stato una fatalità. L’ing. Donato Petruzzelli e l’arch. Silvano Arcamone dai social media spiegano il perché.

di T. Primozich

“I ponti con campate in precompresso, come da “letteratura “ tecnica , hanno una vita max di 30/40 anni! Purtroppo viviamo in un paese che continua a ballare come il Titanic!!”. Così da whats app l’ingegnere Donato Petruzzelli, direttore di numerosi lavori pubblici soprattutto su tratti autostradali, all’indomani del tragico crollo del ponte Morandi a Genova che ha causato la morte di 43 persone e numerosi feriti che transitavano la vigilia di ferragosto sulla A10. Una reazione che la dice lunga sugli aspetti tecnici della messa in sicurezza del ponte, che dalle parole dei tecnici, ingegneri ed architetti, appariva molto complessa e difficile da realizzare. “Il ponte, – spiega in un altro messaggio Petruzzelli – nonostante gli interventi, i finanziamenti, gli ingegneri ed i tecnici era condannato e sarebbe venuto giù. Era condannato perchè quel cemento era fatto per durare meno e chi lo aveva progettato non poteva neanche immaginare che avrebbe dovuto tollerare un traffico ed un carico cento volte superiore a quello che aveva previsto il grande architetto Morandi” che peraltro a partire dal 1979 aveva sollevato preoccupazione sulla struttura sottoposta a corrosione. “Penso che prima o poi, e forse già tra pochi anni, sarà necessario ricorrere a un trattamento per la rimozione di ogni traccia di ruggine sui rinforzi esposti, con iniezioni di resine epossidiche dove necessario, per poi coprire tutto con elastomeri ad altissima resistenza chimica” scriveva il progettista della struttura, l’ingegner Riccardo Morandi in una  relazione dal titolo “Il comportamento a lungo termine dei viadotti sottoposti a traffico pesante situati in ambiente aggressivo: il viadotto sul Polcevera, a Genova” .

Preoccupazione riproposta da uno studio del 2017 del Politecnico di Milano che, come riportato dal Fatto Quotidiano, faceva il punto proprio sul pilone 9, crollato il 14 agosto. Lo studio del Politecnico, firmato da Carmelo Gentile e Antonello Ruccolo , era stato richiesto dalla concessionaria per conoscere le condizioni del ponte ( https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/anomalie-sul-pilone-nove-il-politecnico-aveva-avvertito/).

La magistratura è l’unica strada per fare chiarezza sulle responsabilità di una tragedia che, oltre al dolore per la perdita dei propri cari delle famiglie delle ignare vittime, racconta un’Italia in decadenza dove tutti si improvvisano esperti di tutto e dove populismo e demagogia mettono a tacere troppo spesso professionalità e preparazione tecnologica. Proprio per questo si riporta di seguito una riflessione pervenuta alla nostra redazione  dell’architetto Silvano Arcamone, direttore di lavori pubblici e del demanio.

“Il #PonteMorandi di #Genova porterà con se l’onore e l’onere di essere stato simbolo prima del progresso  e dello sviluppo e poi della decadenza dell’Italia. 

La caduta di un ponte porta con se sempre qualcosa di simbolico. Oggi tutti sanno che quell’opera d’ingegno fu progettata dall’ingegner Riccardo Morandi (tra le eccellenze di spicco dell’ingegneria italiana del novecento insieme a Pierluigi Nervi) agli inizi degli anni sessanta e costruita tra il 1963 e il 1967. Inaugurata sotto una pioggia battente il 3 settembre del 1967 dall’allora Presidente della Repubblica Saragat, fu oggetto di pubblicazioni in tutto il mondo e studiata negli anni come sintesi del perfetto equilibrio statico, portatrice anche di un segno architettonico e paesaggistico di qualità urbana. Acclamata come opera avveniristica e simbolo del Made in Italy in tutto il mondo, in linea con una tradizione italiana di eccellenze nel campo delle costruzioni, negli anni ha dato segnali di fragilità a cui non siamo stati sufficientemente attenti. Fino ad arrivare al 14 agosto scorso, quando, sotto la stessa pioggia battente in cui fu inaugurato, il ponte crolla su se stesso. Il Re è nudo, l’Italia perde un simbolo del progresso e della scienza, l’Italia sta crollando.

Mi sono documentato sull’evento, ho letto diversi giornali e diversi articoli, seguito diverse servizi televisivi, mi son fatto un’idea, ma un’idea resta pur sempre un’idea, non può mai assurgere a una tesi, per cui mi sottraggo volutamente al coro dei “secondo me…”, “l’avevo detto…” etc. Le cause saranno accertate scientificamente da periti all’uopo incaricati e le responsabilità penali saranno individuate dalla Procura della Repubblica di Genova, il tutto nei tempi che il caso richiede.

Tuttavia non possiamo esimerci dal cogliere il messaggio e il significato di questa tragedia tutta italica. La procura della repubblica, per fortuna, non accerterà le cause morali di questo crollo, cause che sono da ricercarsi nell’incuria e nella sciatteria di un’Italia incapace di tutelare i propri simboli e il proprio passato, incapace di avere una visione e di fare delle scelte coraggiose a tutela del proprio territorio, del proprio passato e del proprio futuro. Il Ponte Morandi non doveva crollare, non l’avremmo mai dovuto consentire, proprio perché simbolo della migliore Italia, quella della rinascita post guerra che guardava al futuro con una visione e una competenza che tutto il mondo c’invidiava. Non siamo stati all’altezza di quell’Italia, oggi leggiamo di professori che dopo cinquant’anni criticano il Ponte Morandi per aspetti tecnologici discutibili. Sono dei nani sulle spalle dei Giganti, non hanno nulla del genio, della visione e del coraggio dell’ingegner Morandi. Saranno ricordati (se lo saranno) come professorini con la penna rossa, null’altro. Il loro atteggiamento è tipico di quest’Italia mediocre che non sa andare oltre la critica e la delegittimazione del lavoro altrui, soprattutto di coloro che sono dotati di genio e competenze al di sopra della norma. Queste menti avrebbero dovuto prendersi cura di quest’opera che col tempo ha iniziato a presentare non poche fragilità, avrebbero dovuto suggerire degli interventi migliorativi a tutela del Ponte, ma si sono limitati, vantandosene, a evidenziarne le criticità, ahimè.

Sin dagli anni ottanta ci si è resi conto che la soluzione del Ponte Morandi, per il collegamento della città di Genova tra i suoi estremi est ed ovest e del porto col resto d’Italia, non poteva rispondere alle crescenti esigenze del futuro, sia per la crescente intensità e incidenza del traffico, rispetto alle previsioni degli anni sessanta, e sia per una maggiore conoscenza delle criticità del cemento armato precompresso, sconosciute all’epoca in cui fu progettato. S’inizia a parlare di una soluzione alternativa che alleggerisse il carico sul Ponte Morandi, una variante interna alla città di Genova denominata “la Gronda”. Un’opera che richiederebbe circa 5 miliardi di euro e sette anni di lavori (per me almeno dieci). Ma ancora una volta ci siamo dimostrati non all’altezza di quell’Italia degli anni sessanta, forse imperfetta, ma certamente determinata a rispondere alle esigenze di benessere e sviluppo della propria nazione. Abbiamo perso trent’anni in dibattiti sterili tra “pro Gronda” e “No Gronda”, fino al recente inserimento dell’opera nel Piano Infrastrutture del Governo con anno d’attivazione 2019. Un paese che perde trent’anni per decidere se realizzare un’opera la cui esecuzione ne richiede dieci, è un paese destinato a restare indietro, a soccombere di fronte al decisionismo e alla competenza di paesi che analizzano, decidono e agiscono.

Oggi Genova piomba 60 anni indietro, la città che ospita il più grande porto d’Italia non ha più le braccia per abbracciare il resto d’Italia, né la più imminente Europa. Le ripercussioni economiche, sociali e di vivibilità saranno tragiche. Ma come dicevo all’inizio di questa riflessione, il crollo di un ponte, che per natura collega due parti prima lontane, porta con sé sempre qualcosa di simbolico e il crollo del Ponte Morandi si pone in maniera evidente come l’emblema di questa Italia decadente. Simbolo, emblema e monito di un Italia inconcludente, mediocre, fatta di chiacchiere e distintivo, di sceriffi con le pistole ad acqua, d’incompetenze diffuse e osannate, di assenza di visione e strategie. Ogni giorno in Italia a causa di questi mali abbiamo sintomi di decadenza diffusa in tutto il paese, abbiamo spiagge che si erodono, strade che crollano, autobus che bruciano, posti di lavoro che si perdono, insegnanti dileggiati dagli alunni, presenze turistiche che crollano, crisi di settori una volta trainanti, una decadenza inarrestabile e in ogni campo.

E così mi vengono in mente le parole di John Donne quando scriveva “non chiedere mai per chi suona la campana, la campana suona sempre e anche per te”. Quando sabato sentiremo le tristi campane di Genova, quelle campane suoneranno a monito di noi tutti, dell’intera nazione, e ci ricorderanno che insieme al Ponte Morandi e alle vittime innocenti, in questi ultimi decenni abbiamo perso la creatività, la competenza, il coraggio, l’orgoglio, la conoscenza, la visione e la determinazione dei nostri padri.

Abbiamo tutti una Genova da rigenerare, abbiamo tutti un Ponte Morandi da ricostruire, torniamo a guardare all’esempio dei nostri padri, all’esempio della migliore Italia, quella geniale, visionaria e coraggiosa, che da anni abbiamo trascurato e perso un po’ di vista.”

Architetto Silvano Arcamone

Print Friendly, PDF & Email