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Diritti umani

Francia. 17 ONG denunciano minacce contro giornalisti che indagano sulle armi francesi in Yemen

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La Fidh, Federazione Internazionale dei Diritti Umani, con  ACAT, Amnesty International e l’Osservatorio sugli armamenti e altre Ong, al fianco dei giornalisti che indagano su armi francesi utilizzate in Yemen contro la popolazione inerme. 

17 ONG per i diritti umani hanno denunciato oggi le minacce alla libertà di stampa in seguito alla convocazione da parte dei servizi segreti francesi di tre giornalisti che avevano indagato sulla presenza di Armi francesi nel conflitto in Yemen.

I media investigativi di Geoffrey Livolsi e Mathias Destaldu, Rivlose, così come Benoît Collombat dell’indagine sulle celle di Radio France, verranno ascoltati martedì e mercoledì dalla Direzione generale della sicurezza interna (DGSI) in un’indagine preliminare per ” interferenze nel segreto di difesa nazionale “aperto dalla Procura della Repubblica di Parigi dopo la presentazione di una denuncia da parte del Ministero delle Forze Armate.

Il 15 aprile, Disclose ed i suoi partner hanno pubblicato notizie classificate come “confidenziali della difesa” della Direzione dell’intelligence militare (DRM) che confermano ciò che le nostre ONG evidenziano da mesi (tra cui ACAT, Amnesty International, FIDH e l’Osservatorio sugli armamenti): le attrezzature militari francesi acquistate dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti sono utilizzate nella guerra in Yemen, con un grande rischio di utilizzo in attacchi illegali contro popolazioni civili.

I documenti rivelati da Disclose mostrano anche che le autorità francesi non hanno alcuna certezza sull’uso delle armi francesi, contrariamente alle assicurazioni ancora pubblicate nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica, dal Ministro degli Eserciti e dal Ministro della Difesa, così come il ministro dell’Europa e degli Affari Esteri.

Dal 15 aprile, Disclose ha continuato a indagare sulle armi francesi nello Yemen rivelando l’arrivo a Le Havre di una nave da carico saudita carica di equipaggiamento militare francese. L’informazione, che il ministro delle Forze Armate Florence Parly è stata costretta a confermare, ha suscitato una forte mobilitazione delle nostre ONG e parlamentari, e la nave ha lasciato la Francia lo scorso venerdì senza il carico previsto.

Le ONG che hanno firmato la chiamata ritengono che le informazioni rivelate da Disclose e dai suoi partner siano di vitale interesse pubblico. Confermano il grave rischio che le armi di fabbricazione francese vengano utilizzate in crimini di guerra nello Yemen, in contraddizione con gli obblighi internazionali della Francia ai sensi del Trattato sul commercio delle armi, di cui la Francia è anche uno dei difensori secondo l’adesione al  2008/944 / PESC dell’Unione europea.

In queste circostanze, la minaccia di persecuzioni contro i tre giornalisti, ribadita la scorsa settimana da Florence Parly, costituisce un’ inaccettabile attacco alla libertà di stampa e alla protezione delle fonti giornalistiche.

Benoît Collombat, Mathias Destal e Geoffrey Livolsi sono a rischio per aver esercitato il loro lavoro, quello di informare il pubblico, in modo responsabile, senza rivelare operazioni militari francesi in corso o mettere in pericolo militari francesi.

Le ONG firmatarie esprimono la loro totale solidarietà con i tre giornalisti convocati questa settimana. Chiedono al Ministro dell’Interno, al Ministro delle Forze Armate e al Ministro dell’Europa e degli Affari Esteri di fermare le intimidazioni contro la stampa e di rispettare la segretezza delle fonti.

Le Ong firmatarie:

 

  1. ACAT
  2. Action Contre la Faim
  3. AIDL, Alliance internationale pour la défense des droits et des libertés
  4. Amnesty International
  5. CARE France
  6. Collectif Solidarité Yémen / Yemen Solidarity Coalition
  7. Fédération Internationale des Ligues Droits de l’Homme (FIDH)
  8. Handicap International (HI)
  9. Human Right Watch
  10. Ligue des Droits de l’Homme (LDH)
  11. Médecins du monde
  12. Observatoire des Armements
  13. Oxfam France
  14. Salam for Yemen
  15. STAND France, Mouvement étudiant de lutte contre les génocides et crimes de masse
  16. Sherpa
  17. SumOfUs

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Diritti umani

Quando le straordinarie fragilità umane camminano verso il Mistero

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Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni

di AnnaMaria Antoniazza

Ogni essere umano cammina con le sue straordinarie fragilità verso Dio. Inciampa, si rialza, corre e si ferma a pensare. Ma è sempre in movimento. La vera morte non è la morte del corpo ma della mente perché a quella non esiste rimedio. Puoi pure avere due gambe da maratoneta ma se il tuo cervello e’ spento, se il tuo cuore e’ arido, se non aiuti te stessa o chi ti e’ vicino a vivere meglio, in realtà dall’alto dei cieli chi ti guarda vede solo un povero pagliaccio che si agita miseramente pronto a bruciare al primo scoppio. Per questo la preghiera, il rapporto personale con Dio sono così importanti. Perche’ mettono in contatto il noi che vive nell’anima con l’Altro. E non esiste fioritura migliore di una persona che dialoga con l’Immenso. Non importa in cosa si crede. Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni.

E’ talmente intima, e’ cosi cucita alla tua anima che solo viverla come un dono cambia completamente la struttura della tua Persona. Non importa la condizione personale che vivi, la situazione di difficoltà in cui ti trovi. Non conta neanche essere religiosi per avere Fede. Perche’ la Fede come atteggiamento di fiducia nell’altro e’ qualcosa che viene prima di qualsiasi scoperta umana, di qualsiasi credenza, di qualsiasi storia possa essere raccontata su Dio e sull’ aldilà. E’ un orizzonte antropologico e interiore, un DNA che rinasce in ogni creatura che viene al mondo. Non conosce un collocamento nello spazio o nel tempo. Ti e’ semplicemente data. L’importante e’ non perderla di vista anche quando credi di non averla mai ricevuta o di non essere meritevole di un regalo tanto grande. Chi prega prima di tutto parla, non si sa con chi, non si sa con cosa. E’ a suo modo un gesto di totale follia la preghiera dell’uomo, di abbandono a quel Mistero che quando chiudi gli occhi sai solo che c’e’ e che ti abbraccia senza chiederti nulla in cambio.

Credit Photo: Paolo Buralli Manfredi

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Diritti umani

La sanità in Calabria in tempi di covid: l’odissea di una giovane mamma

Benedetta Parretta

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La storia vera di Valentina Caridi che prende il covid in ospedale per un parto cesareo. Le inadempienze del personale medico

Mentre in Parlamento si discute la fiducia ad un Governo in crisi per una politica inefficace nelle azioni di contrasto all’emergenza pandemica del covid19, in Calabria la Sanità è allo sbando e anche un semplice parto diventa un’odissea.

Cosa è accaduto a Valentina Caridi che il 18 dicembre aveva un parto cesareo programmato?

Mi chiamo Valentina Caridi e vivo a Locri, un paese in provincia di Reggio Calabria. Questa è la mia storia! Ero in attesa di un parto cesareo programmato per venerdì 18 dicembre 2020 per posizione podalica del bambino. Ma sabato 12 dicembre sono cominciate contrazioni relativamente forti e non sempre costanti. Durante la notte al loro intensificarsi io e mio marito abbiamo deciso di andare al pronto soccorso di Locri anche perché ho notato perdite ematiche che comunque indicano una preparazione al parto.

Arrivata al pronto soccorso mi hanno fatto il tampone per il Covid, e al risultato negativo mi sono potuta recare in reparto di ginecologia dove un’ostetrica mi ha visitato e mi fatto un tracciato per monitorare le contrazioni. Il risultato è che non avevo molta dilatazione e le contrazioni non erano da parto. Il travaglio non è iniziato.

Cosa è accaduto a quel punto?

L’ostetrica ha chiamato il ginecologo di turno che neanche mi ha guardato, non mi ha fatto alcuna domanda e non ha sentito la necessità di farmi un’ecografia sapendo che il bambino è podalico e da lì a qualche giorno avrei avuto il cesareo programmato, e quindi sono stata dimessa. Non capivo che necessità avessi di entrare completamente in travaglio se comunque avrei dovuto affrontare un cesareo. Sono tornata a casa e ho passato una notte tra dolori e pensieri vari.

I dolori si sono fermati durante la notte o sono continuati?

Il giorno dopo le contrazioni si sono intensificate e sono diventati via via più regolari ma ho deciso di aspettare quanto più possibile per non sentirmi di nuovo dire che era tutto fermo, ma durante la notte non ho resistito più a quei dolori e li ho riconosciuti come contrazioni vere e proprie.

Sono ritornata al pronto soccorso, questa volta l’accoglienza è perfetta. Nuovo tampone, ancora negativo. Una graziosa infermiera mi ha accompagnato in sedia a rotelle in reparto e due ostetriche mi hanno accolto con il sorriso e mi hanno accompagnato dal ginecologo anche lui sorridente e pronto a visitarmi. Non appena mi ha visto ha capito che ero pronta a partorire ma quando è venuto a conoscenza che ho un cesareo programmato non ha esitato un attimo a farmi l’ecografia e visitarmi. Risultato? Dilatazione 8cm (la dilatazione massima per un parto è 10cm) …praticamente con un cesareo programmato mi sono fatta anche il travaglio.

Mi dissero “signora ma perché ha aspettato tanto? Poteva venire molto prima”.

Ho spiegato che la sera prima ero stata lì e sono rimasti tutti perplessi nel sapere che non mi era stata fatta alcuna ecografia ed ero stata mandata a casa. Lunedì 14 dicembre durante la notte alle 2.49 con un cesareo d’urgenza è nato Matteo. Lui sta bene, io sto bene. L’emozione è fortissima. Sono rimasta in degenza qualche giorno in un reparto pieno di gente competente questa volta, sempre gentile e pronta sempre ad aiutare. Ovviamente nessuno ha potuto venire a trovarmi ma capisco la situazione. Per la nostra sicurezza è meglio così.

Finalmente dopo 3 giorni si torna a casa (senza farmi alcun tampone), tra le mille difficoltà e i mille dolori che purtroppo un cesareo comporta.

Finalmente a casa ma….

Nei giorni a seguire lamentavo forti dolori alla ferita, nella zona del taglio.

Tirava e bruciava da morire ed il 21 dicembre, ad una settimana dal parto quindi, decido di chiamare la ginecologa e d’accordo con lei pensiamo sia meglio andare al pronto soccorso.

Allora io mio marito Daniele e mio figlio Matteo siamo andati al pronto soccorso di Locri e ovviamente vista la situazione ho dovuto prima aspettare di fare il tampone per il Covid. Premetto che ero molto dolorante, ho dovuto aspettare circa una mezz’oretta per registrarmi e poi circa un’oretta per fare il tampone e avrei dovuto aspettare 40 minuti per il risultato.

Nel frattempo due cari infermieri giovani e gentili mi hanno fatto un prelievo e un altro tampone portandomi in una stanza.

Dopo tutta questa attesa finalmente ecco il risultato.

Un signore spunta da lontano e mi dice ” signora lei è positiva al covid”.

Sono rimasta sorpresa, non me lo aspettavo ma onestamente visti i dolori che stavo sentendo non me ne interessava più di tanto, volevo solo essere visitata e capire se tutto andasse bene.

Questo signore non disse più nulla, mi guardava dispiaciuto e allora io gli chiesi “e quindi? Ora che si fa?” e lui mi rispose “E QUINDI NIENTE, LEI IN REPARTO NON PUÒ SALIRE E IL MEDICO NON SCENDERÀ A VISITARLA PERCHÉ LEI È POSITIVA”.

Ma come? erano almeno 4 ore che ero lì ad aspettare, piena di dolori ad una settimana da un cesareo d’urgenza, con un neonato in macchina e mi viene detto che nessuno mi visita perché sono positiva?

Intanto Matteo piangeva quindi l’ho raggiunto in macchina perché aveva fame e Daniele è rimasto ad aspettare il risultato delle analisi e a chiedere spiegazioni.

La dottoressa di turno gli ha detto “mi dispiace tanto, non so cosa fare. Purtroppo tutti i medici SI SONO RIFIUTATI DI VISITARLA.”

Proprio così, si sono rifiutati.

“Capisco la paura di infettarti o infettare i propri cari ma SEI UN MEDICO. Lavori nella sanità, devi mettere in conto tutto e hai giurato di prestare soccorso a chiunque ne abbia bisogno. I medici, infermieri e personale seri per non infettare i propri cari hanno vissuto mesi lontano da loro, non si sono rifiutati di visitare o prestare soccorso nascondendosi dietro un virus. E poi i colleghi che invece ci lavorano a stretto contatto? Ad esempio gli operatori del 118? Perché loro si e tu no?”

Le cure senza visita

Mi prescrivono un antibiotico preventivo per un eventuale infezione e così torno a casa con i dolori che non sono certo diminuiti. Il giorno dopo, prendiamo la macchina e io Daniele e Matteo andiamo al pronto soccorso di Reggio Calabria al centro Covid.

Anche qui ovviamente lunga attesa, 3 tamponi effettuati ma alla fine arriva un ginecologo.

LUI NON SI È RIFIUTATO. HA MESSO LA TUTA, ERA COPERTO DALLA TESTA AI PIEDI ED È SCESO A VISITARMI.

È stato gentilissimo davvero, super disponibile a rispondere alle mie mille domande.

La visita va bene, guardando la ferita mi ha tranquillizzato basandosi sul suo aspetto, ma quando chiedo se è possibile fare un’ecografia per vedere se internamente è tutto a posto mi risponde che purtroppo non hanno un ecografo.

I dubbi su una formazione al seno

Prima di andare via ho posto una domanda, qualche giorno dopo il parto mi sono accorta di avere una palla al seno sinistro di dimensioni piuttosto grandi.

La posizione non fa pensare che sia qualcosa legato all’allattamento e infatti la dottoressa mi aveva detto di fare urgentemente un’ecografia che avevo prenotato per martedì 22 dicembre ma che purtroppo ho dovuto annullare perché positiva al Covid.

Allora al pronto soccorso a Reggio chiesi se poteva vedermi un senologo o qualcun’altro, anche se non era possibile fare l’ecografia ma che almeno qualcuno mi guardasse, toccasse questa pallina e mi desse qualche notizia.

Mi viene risposto “No signora, non può scendere nessuno”.

La sensazione è stata come se mi avessero detto “già è tanto che è sceso il ginecologo, ora non esageri chiedendo altro”.

Sono ritornata a casa pieni di dolori anche quella sera, ho fatto l’antibiotico che mi hanno prescritto, per fortuna i dolori piano piano sono diminuiti. Non sono passati del tutto ma mi è stato spiegato che è normale visto il profondo taglio che mi hanno fatto e i tanti strati cuciti che devono rimarginarsi.

Al secondo tampone fatto il 2 gennaio sono risultata ancora positiva e sto aspettando con ansia di essere negativa per poter fare l’ecografia al seno che avrei dovuto fare d’urgenza e vedere cos’è.

Finché sono positiva nessuno mi visita e devo aspettare.

Ne ho parlato anche con i carabinieri e i medici dell’USCA e la loro risposta è stata “eh signora, mi dispiace ma non si può fare niente finché lei è positiva”.

Purtroppo al terzo tampone fatto giorno 11 gennaio sono risultata ancora positiva.

Quindi altra lunga attesa prima di poter essere visitata.

Ma da dove esce questo covid visto che non ho incontrato nessuno al di fuori dei sanitari?

Il Covid l’avrò preso in ospedale, nessun tampone alle dimissioni e ostetriche positive al Covid.

Hanno fatto tamponi alle ragazze in camera con me dimesse il giorno dopo ma nessuno mi ha contattata nei giorni a seguire per avvisarmi che qualche ostetrica era positiva quindi di fare un tampone per controllare il mio stato.

Io l’ho scoperto casualmente andando al pronto soccorso perché accusavo dolori.

In quanto asintomatica se non avessi avuto quei dolori non l’avrei saputo.

La storia di Valentina Caridi è la dimostrazione di almeno tre evidenze che stanno dando scacco matto alla sanità calabrese: la prima è che la paura del covid impedisce le normali buone e necessarie prassi mediche. La seconda è che i controlli sul personale sanitario non sono sufficientemente capillari e la terza è che le altre patologie sono ignorate completamente. Il covid ha annullato qualsiasi altra patologia, anche un parto diventa un’odissea, figuriamoci un dubbio su una patologia che ha bisogno di indagini, chi è positivo al covid è come un appestato in Calabria…qualcosa di molto serio si è interrotto. L’augurio è che medici e sanitari tornino ad espletare il loro ruolo, anche se con le dovute precauzioni. Ma non è accettabile che abbandonino i pazienti al loro destino per paura del covid19.

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Diritti umani

Che fantastica storia è la vita! Morian Taddei ed il dono dell’Orchestra Italiana del Cinema 

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Un inaspettato regalo di compleanno per un musicista speciale: a donarglielo i colleghi dell’Orchestra Italiana del Cinema e gli amici più stretti attraverso una contagiosa operazione di crowdfunding che ha coinvolto la stessa azienda produttrice del regalo, la Triride Srl.

Il valore professionale si sposa allo spirito di squadra in una storia dal messaggio positivo che inaugura un nuovo anno, speriamo tutti migliore del precedente. Protagonista involontario ne è un musicista, che anni fa ha perso l’uso della mobilità, co-protagonisti dall’iniziativa concreta sono i suoi colleghi dell’Orchestra, che hanno coinvolto con un semplice ma mirato tam tam amici e un’azienda finora a loro sconosciuta per la realizzazione di un sogno. È andata così…

Morian Taddei ha una storia molto particolare alle spalle. Da ragazzo entra a far parte della nazionale italiana giovanile di nuoto conseguendo, nel suo percorso agonistico, vari primati italiani: a detta dei suoi allenatori, rappresenta una vera promessa in questo sport. Contemporaneamente all’attività sportiva studia violino al conservatorio per diventare musicista. Ma nel pieno della sua adolescenza formativa, a 17 anni, è vittima di un incidente stradale per il quale perde l’uso di entrambe le gambe. Dopo un lungo recupero riabilitativo riparte con lo studio della musica e riesce in poco tempo a conseguire il doppio diploma di viola e violino presso il conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Non è tutto: nonostante l’incidente e il trauma subito, riprende giornalmente a nuotare con immutata passione presso il circolo CSI nella Capitale. Oggi questo atleta a cui l’imprevedibilità della vita ha impedito di raggiungere traguardi sportivi a livello internazionale è un meraviglioso Professore d’orchestra.

Poco meno di un mese fa, durante una sessione di registrazione, Morian, parlando del più e del meno, racconta di esser venuto a conoscenza di un supporto motorizzato da applicare alla sua sedia a rotelle: un dispositivo che gli permetterebbe una maggiore autonomia e libertà negli spostamenti del vivere quotidiano e di poter percorrere di nuovo i sentieri di montagna. Ascoltando queste parole Ilaria, professione violoncellista, si inizia ad attivare, con tatto e discrezione, comunicando questo desiderio agli altri componenti dell’Orchestra e a coloro che gestiscono lo studio di registrazione frequentato dal musicista. La richiesta, inoltrata con un semplice WhatsApp, è quella di una libera partecipazione all’acquisto di un regalo speciale per il suo imminente compleanno.

Nonostante il forzato periodo di inattività causato dal Covid-19 nel settore musicale, l’entusiasmo dei colleghi è grande e l’iniziativa, grazie ad un intenso passa parola, consente di generare una importante raccolta fondi.

A questo supporto degli amici e colleghi si aggiungerà il contributo previsto dalle Istituzioni tramite il Sistema Sanitario Nazionale e le ASL di pertinenza per l’acquisto di prodotti di questo genere. A quel punto la direzione dell’Orchestra Italiana del Cinema pensa di contattare la Triride Srl, produttrice di questo straordinario dispositivo, per una proposta di contribuzione a corredo del veicolo tramite una serie di importanti accessori elettronici che ne potenziano il rendimento al fine di concretizzare questo prezioso percorso. Anziché liquidare gli interlocutori, come è solito aspettarsi da persone che si interpellano per la prima volta, l’Azienda ascolta con attenzione la telefonata e ne parla con il titolare, il Sig. Gianni Conte, che è anche l’inventore dello speciale sistema di propulsione. E cosi, senza esitazioni avviene quanto da noi tutti sperato: l’azienda intende infatti partecipare con il suo contributo all’iniziativa.

Un’azienda che prende vita a seguito dell’invenzione dello stesso progettista, il quale risolve l’esigenza di poter avere un nuovo ausilio per la propria carrozzina e inizia nel 2013 a studiare e mettere a punto un dispositivo elettrico in grado di motorizzare una sedia a rotelle manuale e fornire una maggiore e sorprendente mobilità, sia nella vita lavorativa che nel tempo libero, con caratteristiche non presenti sul mercato. L’estrema leggerezza, la particolare mobilità, il design accattivante e sportivo e non da ultimo una potenza tale da poter affrontare anche superfici difficili e pendenze rilevanti hanno fatto sì che il brand Triride creato da Gianni Conte potesse soddisfare inizialmente le richieste di conoscenti e amici con le stesse necessità, fino a costituire e potenziare un’azienda in grado di incrementare la produzione e commercializzazione di questo geniale prodotto. È così che l’ingegno e la tenacia di un imprenditore appassionato e determinato, supportato da uno staff altamente professionale, hanno dato vita ad una realtà imprenditoriale che sta rivoluzionando il modo di vivere di tutti coloro che usano la sedia a rotelle.

Il sogno di Morian si realizza il 5 gennaio 2021, giorno del suo compleanno, quando il violinista riceve a sorpresa da Ilaria ed altri amici il voucher e le necessarie indicazioni per poter procedere all’acquisto dello “Triride Special Compact HT All Road” completamente accessoriato. Un giorno di zona rossa ma col pollice verde puntato verso un domani migliore.

Una bella storia da raccontare che scalda il cuore, in questo periodo difficile che stiamo attraversando, e che suggella importanti legami tra persone la cui sensibilità permette a difficili speranze di concretizzarsi in reali verità. Una sorta di trampolino verso una rinascita fisica ed interiore, come recita il noto brano scritto da Antonello Venditti, del quale oltre a condividerne il significato, è stato preso in prestito il titolo da dare a questo particolare racconto.

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