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Salute

Emozioni e cancro: prospettive di ricerca

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Uno studio condotto dal Netherlands Cancer Institute di Amsterdam analizza le conseguenze delle emozioni negative sul sistema immunitario e quindi una maggiore possibile esposizione all’insorgenza dei tumori e le interferenze che stress, ansia e depressione determinano sulle terapie.

 Di Antonio Virgili – vice presidente Lidu onlus Odv

Nell’ambito della nona edizione dell’Immunotherapy e Melanoma Bridge, che si è recentemente tenuto a Napoli, ha destato molto interesse uno studio condotto dal Netherlands Cancer Institute di Amsterdam, pubblicato su ‘Nature Medicine’ da Christian U. Blank. Lo studio ha esplorato, con approccio nuovo, un tema sul quale a più riprese si sono formulate ipotesi e raccolto dati, il tema delle relazioni tra emozioni negative e maggiore frequenza del cancro. La relazione, in effetti, include due aspetti distinti: il primo riguarda le conseguenze delle emozioni negative sul sistema immunitario e quindi una maggiore possibile esposizione all’insorgenza dei tumori; il secondo aspetto riguarda invece le interferenze che stress, ansia e depressione determinano sulle terapie antitumorali e sullo stato di salute complessivo della persona malata.    La possibilità di una relazione tra psiche e tumore è un’ipotesi formulata sin dai tempi di Galeno, che mise in correlazione l’aumentato rischio di patologia tumorale con la deflessione del tono dell’umore. Oggi una parte della psicosomatica parla dipersonalità di tipo C” (o cancer-prone personality) contrapposta a quella di tipo A che, al contrario, risulta particolarmente esposta a patologie di tipo coronarico, caratterizzata da un insieme di atteggiamenti e tratti emozionali ben definiti, quali accondiscendenza, conformismo, ricerca costante di approvazione, passività, scarsa assertività, tendenza a reprimere emozioni, come rabbia e aggressività.  Diversi studi clinici hanno riscontrato una presenza maggiore e significativa di eventi traumatici nei pazienti affetti da tumore, presenza rilevata attraverso controlli sul periodo che precedeva dai due ai dieci anni l’insorgenza del tumore stesso. La situazione più frequente riscontrata è rappresentata da eventi di perdita affettiva, soprattutto nei tumori al seno, al collo dell’utero, ai polmoni e alcune forme dell’infanzia. Le caratteristiche di personalità, gli eventi di vita e principalmente la tendenza a reprimere le emozioni, possono aumentare la suscettibilità alla malattia attraverso un’iperattivazione ripetuta del sistema neurovegetativo che, a lungo termine, porta a una compromissione dell’efficienza della risposta immunitaria.

Nello specifico, attraverso una diminuzione dell’attività dei linfociti e delle cellule NK (cellule del sistema immunitario importanti nel riconoscimento e distruzione di cellule tumorali). L’emozione comporta, a livello somatico, modificazioni a carico dei sistemi endocrino, vegetativo e immunitario: la reazione emozionale inibita o repressa, tipica della personalità di tipo C, si scarica attraverso canali somatici, con persistenza temporale della reazione, comportando un preciso effetto biologico caratterizzato da una riduzione della risposta immunitaria associata, di conseguenza, a una maggiore vulnerabilità alla malattia. Tutto questo si può tradurre, con le dovute cautele, in maggiori possibilità di andare incontro al tumore, ed anche contribuirebbe al suo avanzamento.  Come è noto, lo stress è una parte inevitabile della vita, però lo stress cronico dovuto a motivi quali avversità, depressione, ansia o solitudine/isolamento sociale può mettere a rischio la salute. Secondo lo studio riportato in Frontiers in Oncology del 2020 (Chronic Stress Promotes Cancer Development), principalmente lo stress cronico attiva il classico sistema neuroendocrino (l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) e il sistema nervoso simpatico (SNS) e porta ad un declino e una disfunzione della corteccia prefrontale e dell’ippocampo sotto stress. Gli ormoni dello stress prodotti durante l’attivazione sia dell’asse HPA che del SNS possono promuovere la cancerogenesi e lo sviluppo del cancro attraverso una varietà di meccanismi.

Lo stress cronico può anche causare cambiamenti corrispondenti nella funzione immunitaria del corpo e nella risposta infiammatoria, il che è significativo perché una risposta infiammatoria a lungo termine e il declino delle capacità di sorveglianza immunitaria del corpo sono implicati nella cancerogenesi. La gestione dello stress è essenziale sia per le persone sane che per i malati di cancro. Richiede invece ulteriori studi comprendere se i farmaci che limitano le vie di segnalazione a valle dell’asse HPA o del SNS possano sopprimere i tumori cronici indotti dallo stress o prolungare la sopravvivenza dei pazienti.  Lo stress cronico può attivare l’asse HPA e il SNS e causare disturbi immunitari e risposte infiammatorie, e non c’è dubbio che questo sia dannoso per il corpo. Livelli eccessivi di ormoni dello stress promuovono la carcinogenesi inducendo l’accumulo di danni al DNA, aumentando la degradazione di p53 (una proteina tumorale) e altri percorsi correlati. Non solo un eccesso di ormoni dello stress impedisce alle cellule immunitarie di controllare efficacemente le cellule tumorali aumentando l’infiammazione e sopprimendo l’immunità, oltre a questo possono agire sulle cellule tumorali e stromali nel microambiente tumorale per promuovere la crescita, l’invasione e la metastasi del tumore. Oltre a questi percorsi, le tendenze di studio emergenti includono la ricerca della correlazione tra stress cronico e l’asse microbiota-intestino-cervello e il suo impatto sulle malattie intestinali.  Gli effetti dello stress quotidiano sulla funzione neuroendocrina e immunitaria di individui umani sani, che possono essere modulati dalla personalità dell’individuo, sono stati confermati, ad esempio, da Biondi et al., pertanto, è importante gestire attivamente lo stress. Numerose evidenze cliniche dimostrano che la terapia psicologica di supporto ha un effetto positivo sul trattamento antitumorale e sulla prognosi dei pazienti affetti da cancro.

Oltre ad aumentare l’esercizio fisico e l’intervento psicologico per regolare lo stress dei pazienti, si possono anche utilizzare farmaci che limitano la trasmissione dell’asse HPA e le vie di segnalazione a valle del SNS, come i β-antagonisti dei recettori adrenergici, inibitori della COX-2 (COX2i); terapie anti-VEGFC (αVEGFC) o dopamina (una catecolamina inibitoria). In esperimenti su animali è stato dimostrato che questi farmaci non solo migliorano significativamente il comportamento ansioso e inibiscono la spinta alla crescita cronica del tumore, ma bloccano anche un aumento indotto dallo stress dell’angiogenesi e delle metastasi linfatiche. Va detto che i β-bloccanti sono stati utilizzati in modo abbastanza ampio nella ricerca clinica e negli ultimi anni sono spesso somministrati come adiuvanti nel trattamento del cancro; soprattutto nel trattamento del cancro al seno. Sebbene anche altri farmaci correlati si siano mostrati promettenti per il trattamento del cancro, secondo molti ricercatori rimangono prove ancora insufficienti per la loro applicazione clinica.

Tornando al recente studio olandese prima citato, anche secondo il prof. Ascierto, presidente del convegno e direttore del Dipartimento di oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli, lo stress può favorire la crescita e la resilienza del tumore, sia attraverso la produzione di una serie di ormoni (per esempio il cortisolo) che lo nutrono, sia promuovendo la creazione di un microambiente vantaggioso per la proliferazione di metastasi, sia indebolendo e corrompendo le cellule del sistema immunitario. Ne deriva l’utilità di un supporto psicologico sin dall’inizio del percorso di cura, perché può avere una triplice funzione: può migliorare la qualità della vita del paziente, può ridurre il nutrimento del tumore e infine può sostenere e tutelare la risposta ai trattamenti immunoterapici.

Nello studio olandese sono stati analizzati i dati di circa 90 pazienti tra quelli che hanno preso parte al progetto Prado, studio che ha di fatto promosso l’immunoterapia neoadiuvante, cioè prima dell’intervento chirurgico, nei pazienti con melanoma. All’inizio della ricerca tutti i partecipanti hanno completato un questionario progettato per valutare la qualità della vita, in modo da individuare coloro che presentavano un disagio emotivo già prima della terapia a base di inibitori dei checkpoint immunitari, cioè dei farmaci mirati ai ‘freni’ che impediscono al sistema immunitario di attaccare efficacemente il tumore. I pazienti sono stati poi seguiti per circa 28 mesi. Dai risultati – secondo il curatore della ricerca Blank – è emerso che il disagio emotivo può influenzare negativamente la risposta immunitaria contro il tumore. I pazienti con disagio emotivo presente prima del trattamento immunoterapico neoadiuvante hanno mostrato una ridotta risposta alla terapia rispetto ai pazienti senza segni evidenti di stress, ansia o depressione: 46% contro il 65%”, 20 punti percentuali in meno. Inoltre, il disagio emotivo è risultato collegato a un rischio più alto di recidiva a 2 anni (91% contro 74%) e a maggiori metastasi a 2 anni (95% contro il 78%).  Utile aggiungere che gli studi non riguardano solo il melanoma, indicazioni in tal senso arrivano anche da ricerche sul tumore al polmone non a piccole cellule e sul tumore del colon. Non è quindi pensabile che lo stato emotivo e psicologico del paziente venga trascurato, ma bisogna considerarlo a tutti gli effetti parte integrante del percorso di cura.

Da anni la psicosomatica sta indagando sui meccanismi che correlano caratteristiche di personalità con l’insorgenza di malattie organiche, specialmente cardiovascolari e oncologiche, al fine di cercare di prevenirne l’insorgenza e favorire trattamenti integrati. In particolare, la socio-psico-neuro-endocrino-immunologia (ovvero la precedente PNEI integrata dalle componenti sociali e relazionali) esplora e approfondisce le correlazioni tra relazioni interpersonali e ambiente sociale, stress e malattia, il rapporto temporale tra eventi di vita e la comparsa della patologia tumorale, come lo stato immunitario di un individuo possa modificarsi a fronte di intensi e protratti stati emozionali.  L’attenzione agli aspetti psicologici della malattia tumorale e i sempre più frequenti studi sulla psicosomatica dei tumori hanno portato alla nascita della psiconcologia che, assieme al counseling, può dare un valido supporto. Si tratta di una presa in carico integrata del paziente con tumore: valutazione psicologica prima della comunicazione della diagnosi, sostegno di counseling nel corso del cammino terapeutico, corretta gestione psicofisica, ove purtroppo necessaria, del paziente terminale.

Senza dimenticare il supporto alla famiglia del malato e allo stesso staff medico. Considerando che il decorso della malattia può facilmente produrre forme di ansia, colpa, paura, depressione, rabbia, frustrazione, solitudine, disperazione, speranza ed altre forti emozioni e stress che alterano le relazioni interpersonali e sociali delle persone.  In conclusione, va però precisato che sarebbe bene evitare riduzioni psicologiche immaginando che, come per altri temi, tutto sia risolvibile prevalentemente solo con interventi di tipo psicologico o di counseling prescindendo sistematicamente da quelli di tipo sociale, antropologico e sociologico. Tale reductio va diffondendosi sempre di più negli ultimi decenni poiché di fatto funzionale agli attuali orientamenti politici, economici e culturali che tendono a scaricare prevalentemente sui singoli individui disfunzioni, ritmi, carenze o prevaricazioni sociali che poco o nulla hanno a che fare con la psiche individuale. Dovrebbe essere invece evidente che una società disfunzionale, famiglie disintegrate e una cultura ondivaga e impoverita inevitabilmente producono effetti sulla mente e sulla psiche individuale e vanno affrontati in quanto aspetti sociali, come del resto lo stesso Sigmund Freud sottolineò oltre cento anni fa.

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