Emigrazione oggi Australia – Migration Today


Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”49710″ img_size=”full”]

Emigrazione oggi: Australia

Mentre i lettori, ovunque siano, leggono il racconto della loro connazionale Daniela nella Terra Australis speriamo che accolgano il nostro appello di scrivere le proprie storie per condividere con i lettori e per contribuire a far sapere in Italia, e non solo , che l’emigrazione non è semplicemente una parola, ma un percorso personale che ha segnato la Storia d’Italia e delle comunità italiane in tutto il mondo.
Di Gianni Pezzano

Quando abbiamo iniziato la nostra ricerca per storie personali dell’emigrazione italiana sapevamo che c’erano tanti temi, come dimostriamo negli articoli tra una storia e l’altra. Quel che distingue questo racconto è il coraggio di chi scrive a rivelare i propri sentimenti e dubbi prima della partenza dal Bel Paese e dopo l’arrivo nel continente nuovo con tutti i dubbi e le incertezze di trovarsi a imparare di nuovo come svolgere la vita quotidiana.

Questa non storia non è “banale” come scrive l’autrice alla fine. È la storia di una coppia che prende la decisione di trasferirsi dall’altra parte del mondo per rifare la vita in Australia. In questo caso non lasciano casa i genitori ma i figli e i nipoti.


La storia spiega benissimo il prezzo individuale del trasloco radicale della migrazione dove la nuova lingua spesso presenta una barriera difficile e le nuove usanze, almeno all’inizio, sembrano non solo strane ma anche illogiche.

La decisione di cambiare paese per fare una vita nuova sembra facile quando se ne parla al bar in Italia dopo la partenza di un altro parente o amico, ma chi rimane quasi mai capisce che quella decisione costringe l’emigrato a ripensare la propria vita in modi inattesi e non raramente traumatici, l’aggettivo che l’autrice utilizza dei primi giorni sotto la Croce del Sud.

Mentre i lettori, ovunque siano, leggono il racconto della loro connazionale nella Terra Australis speriamo che accolgano il nostro appello di scrivere le proprie storie per condividere con i lettori e per contribuire a far sapere in Italia, e non solo , che l’emigrazione non è semplicemente una parola, ma un percorso personale che ha segnato la Storia d’Italia e delle comunità italiane in tutto il mondo.

Queste storie sono da scrivere e da leggere, ma soprattutto da ricordare perché sono lezioni di vita che bisogna ricordare per sempre.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

La Mia Australia
Di Daniela Williamson, New South Wales, Australia

Mi chiamo Daniela ed ho cinquantatré anni, di cui quarantanove, vissuti nel Bel Paese. Sono nata nel lontano 1965 in una cittadina della Puglia, Galatina in provincia di Lecce. Sono cresciuta in una meravigliosa famiglia, costituita da quattro figli, di cui ero l’ultima  nata, babbo e mamma, che sono stati genitori severi ma amorevoli. Galatina era allora una piccola cittadina del Salento, nella quale ho vissuto però ad intermittenza, per via del lavoro del mio papà.

Babbo era militare dell’Aeronautica Italiana e grazie al suo lavoro, abbiamo girato parecchio, vivendo per alcuni periodi in giro per il mondo. Il ricordo più bello di quel periodo è legato alla splendida Africa, che porto nel cuore. In Africa ho frequentato alcuni anni delle elementari, imparando alla perfezione il  Francese. Credo che sia anche per questo nostro girovagare per il mondo già da allora, che non ho mai avuto delle vere e proprie radici, con le quali rimanere ancorata al Paese in  cui sono nata e al quale sono legata da un invisibile e resistente filo, chiamato amore.


Quando nel 2014, a causa della crisi, che attanaglia  l’Italia da molti anni, il rischio di perdere il lavoro e di finire in mezzo ad una strada è diventato pressante ed angosciante, la decisione di trasferirsi in Australia, ci è sembrata la migliore. Premetto che il mio compagno, oggi mio marito, è nato e cresciuto in Australia, ma vissuto per ventuno anni in Italia, quindi, spesso molto più italiano di me, soprattutto nel rispetto delle tradizioni, in particolare quelle della nostra meravigliosa cucina.

Sono consapevole del fatto, che altra cosa era emigrare cinquant’anni fa, con tutte le difficoltà legate ad un viaggio di un mese in nave e al dolore del distacco, che all’epoca era di certo piu’ vissuto e sentito, poiché anche comunicare con il proprio Paese e con i propri cari, diveniva un’impresa titanica. Il dolore del distacco però, è rimasto invariato, la distanza è la stessa e la paura dell’ignoto diventa tangibile, quasi soffocante, nel momento in cui si prende posto in aereo e si comprende che “ti porterà letteralmente dall’altra parte del mondo”.  Ecco, ricordo perfettamente la sensazione provata e non posso dare altra definizione a quest’ultima: si chiama panico. Si, ero in preda al panico! Non era paura di volare, ho viaggiato in aereo tante volte e anzi, ho sempre amato il senso di libertà che provo, quando l’aereo si alza in volo, staccandosi dalla pista.

Quella non era paura del volo aereo, ma terrore del domani, del futuro, di ciò che non conoscevo e a cui stavo andando incontro, gettandomi senza paracadute da altezza infinita. Piccola premessa, dovuta: non parlavo Inglese e non pretendo certo di affermare che oggi invece lo parlo. Ma attualmente sono in grado di cavarmela in una conversazione più o meno elementare.

Quando partii dall’Italia, oltre ad uno stentato “Good morning, how are you?”, non sapevo dire altro. Ricordo che scherzavo sulla possibilità di venire a visitare l’Australia e immaginavo e sognavo come sarebbe stato, perché pensavo “John prima o poi deciderà di  tornare a visitare il suo Paese e sua sorella ed io sarò con lui”. Così, scherzando, dissi un pomeriggio alla mia adorata mamma “ma se io andassi a vivere in Australia con John, tu cosa diresti?” E lei con la sua dolce saggezza di ottantottenne che aveva vissuto la guerra e tanta vita, non sempre facile, ma felice, mi rispose: “Chi è la tua casa?”.  Ricordo che la guardai con tenerezza e mi premurai di correggere la sua domanda in “dov’è la tua casa?”,  rimproverandola affettuosamente per l’errore commesso.

Lei mi guardò con gli occhi pieni di amore e mi disse, “No figlia mia, non dov’è la tua casa, ma chi è la tua casa, perché la casa è la dove è il nostro  cuore, tu seguirai il tuo compagno, dovunque decidiate di vivere, li sarà la tua casa”. La lezione importante che mi diede la mia mamma, mi è servita a  mollare gli ormeggi e a partire per questo lontano Paese sette mesi dopo che l’ultimo suo sorriso, ha riempito il mio cuore e la mia vita di amore e gioia.

Il 2014 è stato l’anno che ha impresso con maggiore  forza e con dolore nella mia vita, la tragedia di importanti perdite, ma che ha segnato per me anche l’inizio di una nuova pagina.


Nello stesso periodo, l’azienda per cui lavoravo, annunciava I primi esuberi di personale, tra i quali era presente anche il mio nominativo e l’attività del mio compagno, segnava il meno in percentuale di proventi, ciò significava, che eravamo allegramente vicini al precipizio, nel quale, saremmo piombati se non avessimo preso delle decisioni immediate.

Poche discussioni, un programma sul pc per imparare il minimo indispensabile di Inglese, scatoloni riempiti di poche cose, le più care, un anonimo container, in cui il poco che abbiamo raccolto e’ stato stipato in due valigie. Eccoci pronti per partire, con il passaporto, in cui spicca il mio volto sorridente, che quella lontana mattina, sorridente non era affatto. Non ero pronta e la notte che precedette la partenza, piansi a lungo, mi sentivo soffocare, ebbi diverse crisi di panico, tanto che John, mio marito, pensò che il giorno successivo, sarebbe partito solo. Perché è quello che nella mia mente, pensavo e ripensavo, “lui parte prima di me e poi lo raggiungo”, ma sapevamo entrambi, che se non fossi partita con lui, forse non sarei mai salita su un aereo che mi avrebbe portato qui in Australia.

E invece, la mattina seguente, ho salutato le persone che più amo al mondo, con gli occhi gonfi di pianto e il cuore che mi scoppiava in petto. Una fitta dolorosissima mi  tormentava il cuore, ma il 16 Ottobre, in una mattinata grigia e nebbiosa, dalla splendida Perugia, città in cui ho vissuto per ventiquattro anni, abbracciai stretto, stretto al cuore mia figlia e lasciai dietro di me tutte le certezze di mezza vita, per andare incontro al non so che, chiamato Australia.

Arrivammo a Sydney ventisei ore dopo e il mio cuore doleva ancora terribilmente. Ad attenderci la grande città dagli alti grattacieli e le bellissime baie. Vidi in lontananza il famoso teatro “Opera House” e attraversammo l’altrettanto famoso “Harbour Bridge” e rimasi estasiata dal blue del cielo  Australiano.

Ho sempre pensato fosse una sciocchezza e invece è proprio vero, il blue del cielo in Australia e’ più intenso, così come anche la luce  e il sole, più “pericoloso” se così lo si vuol definire e mi ostinavo a non comprendere il perché venissi invitata ad indossare il cappello e a spalmarmi di crème protezione totale, io che sono nata al Sud d’Italia e che con il sole ci sono sempre andata a braccetto. Alla prima scottatura, compresi bene che essere  una lucertola al sole, qui è concesso davvero solo alle lucertole.

Il Nuovo Galles del Sud e più precisamente Newcastle, è stata finora la nostra dimora, abbiamo traslocato per  ben due volte e non sappiamo ancora se quella attuale, sara’ la nostra dimora per sempre. Non ho più paura del cambiamento, perché l’Australia mi ha reso realmente indipendente, forte e temeraria, ma adesso ho ben chiaro in quale parte di questo immenso Paese mi piacerebbe vivere.


Traumatico l’arrivo a causa anche del fuso orario. Mi addormentai a tavola, mentre tutto intorno a me, le persone conversavano amabilmente in un perfetto Inglese. Io mi sentivo sorda e incapace di comprendere, tanto da provare uno strano senso di nausea. Fui salvata da quel supplizio, solo dal calare della  notte. I giorni che seguirono, furono caratterizzati da lacrime e smarrimento. Non volevo uscire e non lo facevo comunque, a meno che non fossi costretta e naturalmente accompagnata da qualcuno. Avevo paura di tutto e di tutti. Era completamente,  interamente, compiutamente, totalmente, globalmente, complessivamente DIVERSO.

Così strano, così maledettamente lontano da ciò che conoscevo. Al supermercato, diventava un tormento fare la spesa e riportavo a casa sacchetti pieni di “butter, milk, garlic, bread and cheese” e per acquistarli dovevo dare fondo a tutte le mie scarsissime conoscenze della lingua Inglese. Alla cassa il sorriso delle ragazze, mi terrorizzava, perché sapevo che di li a poco una di  loro avrebbe esordito affabilmente, con un “How are you  going” (Come stai), che alle mie orecchie suonava più o meno così: “aiugoi?” Incomprensibile e difficoltoso da elaborare per una risposta eloquente, cosi’ indossavo il mio sorriso più bello e pronunciavo la formula magica “Please forgive me, I don’t speak English” (Ti prego perdonami, non parlo l’inglese), che si è trasformata dopo alcuni mesi,  nella frase più creativa e meno umiliante “I don’t speak English, but I’m learning” (Non parlo l’inglese, però sto imparando). Sapete come mi sentivo? Un’ebete, inutile, stupida donna di quasi cinquant’anni, che aveva sfidato se stessa e il mondo, per venire a vivere nell’altro emisfero,  impreparata a tutto ciò che mi avrebbe schiacciato, riducendomi in poltiglia.

Ho preso la patente a diciannove anni, guidavo da trent’anni quando qui in Australia decisi di cimentarmi nella guida della mia Hyundai rigorosamente bianca e fu una catastrofe!! Qui si guida sul lato sinistro e il guidatore siede a destra. Scioccante la mia prima prova, per non parlare della coraggiosa decisione di andare a prendere il mio compagno al lavoro, in un serata di pioggia battente e vento.

Le strade mi apparivano troppo grandi, non sapevo dove incanalarmi per svoltare e una volta sbagliata la direzione, decisi di fare audacemente un’inversione a U (meritavo il ritiro della patente) e ovviamente cominciai a guidare nella corsia sbagliata, ma me ne resi conto solo quando cominciai a vedere le auto giungere in senso contrario, che  lampeggiavano nervosamente e mi resi conto che nella corsia sbagliata c’ero io! Riuscii non so per quale miracolo a raggiungere la destinazione, guidando nella corsia esatta e scesi dall’auto in preda a terrore. Gettai le chiavi ed affermai con gelida fermezza “io non guiderò mai più”.

E il contatto con la fauna di questo bellissimo Paese, vogliamo parlarne? Adoro gli animali e sono sempre stata curiosa, tanto da spingermi a “toccare” qualsiasi essere  animale, fuorché’ gli scarafaggi, per i quali provo un’avversione, mista a ribrezzo. Qui I famosi cockroaches, sono di dimensioni più grandi  di quelle che ricordo di aver visto in Italia e comunque a me fanno obiettivamente senso in ogni dove. Credevo non avrei mai digerito la presenza di una nutrita e vasta famiglia di insetti, di norma più grandi di quelli Italiani, mi era stato detto che sono dovunque e che ci si deve convivere. Non so se la mia sia solo fortuna, ma a casa nostra, di scarafaggi, ne ho trovati un paio in quasi quattro anni ed ho imparato ad  “accompagnarli” alla finestra, per una sorta di “rispetto” della natura. Ho imparato che le formiche vanno scansate, mai passarci sopra quando sono in processione, perché si arrabbiano moltissimo,  lo so, vi fa sorridere, ma io adesso sto attenta a dove metto I piedi.

Ho imparato da uno splendido uomo di origine Aborigena, ad ascoltare il canto dei Kookaburras e ad interpretarlo, anche in base alle ore del giorno: oggi so precisamente quando comincerà a piovere, anche se splende il sole. Amo la cultura di questo popolo antico e speciale, che questa terra la abita da almeno 40.000 anni e recenti studi, parlano di tracce risalenti addirittura a 60.000 anni fa. Sono affascinata dal loro rapporto con Madre Terra e adoro letteralmente la loro arte nella pittura, da cui  traggo spesso ispirazione per I miei quadri.


Ho avuto un incontro ravvicinato con un Pitone Diamante e sono rimasta a guardare questo animale sinuoso e affascinante, magneticamente attratta e pronta a sfiorarlo, se solo John me lo avesse permesso.

Ho seguito i delfini nuotare molto  vicini alla riva, ascoltato il vento dalla cima del Faro di  Seal Rocks, dove il 31 Ottobre 2017, davanti ad una celebrante e all’immenso oceano, ho sposato il mio compagno, con mia figlia Daria e una delle mie migliori amiche in video chiamata dall’Italia e l’altra mia amica che reggeva il telefono durante la cerimonia. Lei è stata testimone al nostro matrimonio, ma solo per caso si è trovata qui in quella data: avevamo deciso di sposarci soli, pochi fronzoli, con la benedizione dei nostri cari: il cielo, l’oceano ed una meravigliosa Sea Eagle ferma con le ali spiegate sopra le nostre teste, come a sancire questo stupendo vincolo d’amore.  A piedi nudi, solo noi, la terra e il vento e le nostre promesse, pronunciate in Inglese e in Italiano, per rispetto ad entrambi I nostri Paesi.

 

Ho il vantaggio di avere al mio fianco un uomo che conosce molto bene la sua terra e mi sta insegnando quotidianamente, ad averne rispetto, temendola, ma non provando scioccamente paura. John mi invita ad avere grande accortezza di non azzardare, se non si conosce l’oceano o un insetto o un luogo mai visitato. Non mi avventuro mai da sola, la dove, non sono certa non ci siano pericoli e seguo sempre le  indicazioni di chi questo Paese lo ha vissuto e amato, prima di me.

Ho adorato l’oceano da subito. E’ differente, lo è davvero. Diversa la temperatura, diverso il profumo che si sprigiona intorno quando si è nei pressi di una spiaggia. Mi terrorizzano le onde imponenti, ma mi affascinano, soprattutto quello spruzzo che sembra spray, che si crea sulle onde quando incalzano, avanzando verso la spiaggia. Ho imparato a fare uno pseudo surf con la pancia, si il meno famoso, ma divertente boogie board (planca) Una cinquantatreenne che si diverte come una bambina? Eccomi, sono io, perché qui a nessuno importa se sguazzi nell’acqua a mo’ di paperella, nonostante I molti surfisti provetti dal fisico non sempre scultoreo, ma che hanno una confidenza con quelle onde, che invidio profondamente.

Ma e’ da bambini che vengono abituati ad assecondare le onde e a cavalcarle e con mio grande spavento, da nonna, vedere bimbetti con la tavola da surf, lanciarsi in mezzo ai cavalloni, mi fa sempre un po’ rabbrividire. Qui non sfoggi il costumino nuovo firmato e se non sei una velina tutta curve e oleata di abbronzante, a nessuno importa della tua pancetta o della tua cellulite, la libertà sta anche in questo, nessun giudizio su come sei esteriormente.

Apro a tal proposito una parentesi divertente sull’abbigliamento qui in Australia. Spesso mi sono sorpresa  a fissare qualcuno, diciamo non proprio ben vestito. Classico, da Italiana, abituata a com’ero ad abbinare perfettamente I colori, facendo attenzione anche al colore delle scarpe e della borsa, mi sono ritrovata in molte occasioni a sorridere, pensando che  molti Australiani, la mattina, “si cospargono di colla, lanciandosi nell’armadio e ciò che gli rimane appiccicato addosso è il loro abbigliamento del giorno”(prendo in prestito questa battuta di un comico italiano, ma calza a pennello), senza preoccuparsi dei colori o della stagione in cui indossano quella mise.

Ti ritrovi quindi in una giornata piovosa, con le caloche e l’impermeabile, accanto a qualcuno che calza infradito e veste bermuda e maniche corte e ti domandi: ma sono atermici o sono io che esagero? Vero è che nella zona in cui viviamo, l’inverno non si può definire tale, per me che ero abituata alle temperature sotto lo zero, qui le temperature si aggirano intorno ai sei gradi in pieno inverno, quindi niente sciarpe, cappelli e guanti. Comunque definisco questo loro “cattivo gusto” nel vestire, originario anch’esso dai parenti più prossimi, gli anglosassoni, che anch’essi, non sempre spiccano per buon gusto, libertà, si, proprio grande, fantastica, invidiabile libertà mentale, non sei perché appari, ma  sei te stesso e basta.

Il dolore del distacco non l’ho mai superato e piango spesso per la distanza dai miei nipoti, da mia figlia e da amici storici. Tutti loro mi hanno sostenuto in questo difficile e accidentato percorso di cambiamento radicale.

Anche il mio corpo ha subito un cambiamento notevole e me ne rendo conto ogni qualvolta provo ad indossare quei bellissimi jeans taglia 42 che indossavo in Italia e che qui non mi vanno più. L’alimentazione dei primi mesi è stata un disastro, attratta com’ero da fish and chips, meat pie (patatine e pesce fritto e le tortine di carne) e le famose ciambelle di Homer Simpson, appetitose, fritte e cariche di grassi insaturi e zucchero, i doughnuts. Dieci chili, sissignore, dieci maledetti chili in più, che mi hanno fatto comprendere che forse, la dieta mediterranea, è davvero la migliore al mondo.

Ho conosciuto alcune persone, giunte dall’Italia, quando ancora questo Paese era davvero giovane e acerbo. Molti di essi, hanno fatto fortuna, lavorando sodo e sfruttando la mancanza di tante risorse, oggi ormai presenti sulla quasi totalità del territorio Australiano. Sono arrivata tardi, avrei potuto aprire un piccolo ristorante Italiano e sfruttare la mia naturale abilità in fatto di cucina.

 

Oggi qui in Australia I ristoranti Italiani sono tantissimi. Alcuni di questi, hanno modificato la tradizione culinaria Italiana,  fatta di semplicità e ingredienti nobili, lasciandomi spesso un po’ di amaro in bocca: ho interpretato come un affronto al nostro Paese le modifiche indegne apportate a piatti di cui andiamo fieri.

 

Ho compreso con il passare del tempo, che tutto ciò è stato  necessario per alcuni ristoratori, per non imporsi con gusti tanto diversi da quelli a cui in Australia si è abituati. Modifiche che talvolta fanno si che la pasta con il pesce, diventi una pappa con la panna, che le lasagne diventino grattacieli di pasta secca e condita con l’improbabile, piuttosto che con il meraviglioso ragù di carne. Ho capito a mie spese, lavorando in un ristorante italiano, che alcuni connazionali, che vivono qui ormai da oltre cinquant’anni, apprezzano la pasta accompagnata dall’insalata,  che questa non viene servita come contorno a scelta di in secondo piatto, ma messa in quantità industriale a riempimento della pietanza, spesso insieme alle patatine fritte. Insomma, ho rinunciato ad imporre la mia cucina “real Italian taste” (vero gusto italiano), fatta di deliziosi  minestroni di verdure fresche, legumi, pasta al dente e tortellini e tagliatelle rigorosamente fatti a mano.

Ho lasciato un lavoro, che amavo, ma che non era più sicuro, tant’è che il licenziamento è poi arrivato. L’ azienda per cui ho lavorato per vent’anni, ha reso il meno doloroso possibile questo taglio del personale, offrendo una soluzione a chi accettava  il licenziamento e massacrando però, chi è rimasto,  con turni assurdi e nessuna cura delle risorse umane, cosa per cui la mia azienda, in passato si è sempre distinta. Ma in Italia, ahimè, questa è diventata la norma e non l’eccezione che conferma la regola e la questione è, se vuoi lavorare, stai zitto e ingoi bocconi amari e cerchi di andare avanti come meglio si può. Triste realtà davvero.

 

A proposito di regole, ogni qualvolta torno in Madre  Patria, mi rendo conto che le regole per noi Italiani, sono un po’ “elastiche” e che non sempre siamo contenti di rispettarle. Esempio banale: in Australia ho imparato a rispettare i limiti di velocità  e le regole stradali e non solo quelle. Quando torno a Perugia, diventa impossibile non arrabbiarmi, perché quando rispetto I limiti, c’è sempre il solito furbo, che si sente più forte di me guidando un’auto nuova fiammante e rombante e mi insulta,  sorpassandomi  laddove, c’è il divieto di sorpasso e il limite è di sessanta km orari, sfrecciandomi accanto a 100  all’ora e indicandomi, con il dito medio, a volermi dire “vai a quel paese. Ma in Italia è vero che siamo  tutti “ Nuvolari”, lo ero anch’io.

Qui non lavoro, per ovvi motivi, legati principalmente alla mia poca dimestichezza con la lingua Inglese, ma la mia esperienza nella ristorazione, mi rende fiera di me stessa. Cucino molto bene, così almeno dicono sia in Italia, che qui e avere di tanto  in tanto amici a cena e vederli soddisfatti, mi rende felice. Certo, se trovassi un piccolo lavoro, un part-time, sarei contenta e non mi arrendo, cerco ancora e prima o poi, salterà fuori qualcosa anche per me.

Ho imparato a riempire il vuoto con tante cose che prima non avevo più il tempo di fare. Preparo il pane con il mio lievito madre, da me creato, preparo conserve e marmellate, dolci e manicaretti vari. Ho ripreso a dipingere, trasmetto in streaming per  una radio Italiana e racconto dell’Australia, accompagnata da buona musica. Leggo favole per bambini sempre per lo stesso circuito radiofonico, amo l’uomo che ho sposato e sono felice di averlo seguito fin qui.

Questa è una terra dura e spesso, se non la  si affronta con forza ma rispetto, essa è capace di distruggerti.

Oggi guido senza difficoltà anche su lunghe percorrenze, frequento con buon profitto la scuola per imparare l’Inglese, vado una volta all’anno in Italia, dai miei cari ed ho ottenuto, non senza difficoltà e spendendo anche una discreta cifra, il visto  permanente e sono orgogliosa di non avere mollato ogni volta che la paura mi faceva traballare. La mia serenità è legata anche alla speranza che prima o poi I nostri figli ci raggiungeranno, intanto, cerco di conoscere il più possibile di questa enorme isola  ai confini del mondo, per trasmettere tutto il bello che in essa ho trovato.

La mia terra mi manca, ho nostalgia di tante cose che hanno rappresentato fasi importanti della mia vita. Si, la nostalgia di cui sono bravi a cantare i brasiliani, assale anche noi italiani. Difficile spiegare cos’è quella stretta alla gola, quella tristezza  e la solitudine che talvolta si prova.  L’Australia è immensa e proprio questa sua “grandezza” mi spaventa un po’. Tante persone con cui parlo, mi dicono di essere destinate a rientrare in Italia prima o poi, io non so se sarà così anche per me e questo mi fa sentire maggiormente il peso della  distanza, poiché penso a come sarà il futuro e al fatto che qui sono completamente sola. Ad eccezione di mio marito, ho solo due cugini che vivono rispettivamente a Sydney e a Melbourne, sui quali so di poter contare se ne avessi bisogno, ma sono una testarda,  “vecchia” signora Italiana e difficilmente sono disposta a chiedere aiuto, nel timore di arrecare disturbo. Si sa, la vita è dura per tutti e I tempi sono ristretti, non sarei mai disposta a “rubare” tempo prezioso ad altri per I miei bisogni.

Certo, saltuariamente penso “se mi accadesse qualcosa e mio marito non è  con me, a chi mi rivolgo”? Piccola nota, ovvia forse, ma è una sensazione di smarrimento quella che mi assale, quando devo affrontare difficoltà che non posso condividere con altri.

Questo è lo scotto da pagare e mettere sul piatto della bilancia I pro e I contro, spesso non e’ facile. Le opportunità di una vita migliore in Australia sono numerose, in Italia ancora lottiamo con la corruzione, con la cattiva politica, con la disoccupazione, con la mala sanità e con tanti altri problemi, che affliggono la nostra amata Terra ed hanno fatto nuovamente “scatenare” questa differente ondata di migrazione dal nostro Paese, con la speranza di potersi creare un futuro, che in Italia oggi, appare buio e confuso.

Qual è il volto dei nuovi migranti italiani? Quello di uomini e donne, giovani e meno giovani, che lavorano sodo per ritagliarsi uno spazio in questo posto così lontano da tutto e tutti, che spesso vengono tacciati di codardia, perché hanno mollato, per  cercare una soluzione piu’ facile.

Ma siete davvero sicuri che sia così tanto facile mollare tutto e vivere a centinaia di migliaia di chilometri di distanza? Pensate davvero sia facile adattarsi al fuso orario, che ti impedisce di parlare con le persone  care che sono rimaste in Italia, alle quali spesso, si dedicano, lunghi, malinconici messaggi vocali in Whatsapp e con i quali si condividono foto su Facebook, per non sentirsi troppo lontani, troppo soli, troppo tristi.

E sapete quanti di noi, sacrificano  l’amore per la propria famiglia, per le proprie tradizioni, lasciandosi dietro le spalle, genitori preoccupati, fidanzati/e, amici e certezze, per affrontare difficoltà che agli occhi di chi non lo vive sulla propria pelle, appaiono una dorata, comoda e fantastica  vacanza, nella terra dei canguri e dei boomerang?

No, non potete saperlo e non e’ un’accusa la mia, ma un grido forte, che vorrei giungesse a chi nulla sa di come viviamo l’ Australia noi nuovi migranti.

E poi ci arrabbiamo quando qualcuno ci domanda, forse ingenuamente o forse sarcasticamente “Ma tu ce li hai i canguri in giardino”? L’Australia non è solo la terra dei canguri, è una terra dura, di forti contraddizioni, di contrasti e storia che non conosciamo  abbastanza per esprimere pensieri.

 

L’Australia non è l’Eldorado, qui non ti regala niente nessuno, devi lavorare sodo per crearti un futuro, devi rimboccarti le maniche, armarti di grande forza e grande energia. Si, perché l’Australia richiede un dispendio di energie non indifferente. Qui arrivare non è facile! Per darti il visto, ti esaminano dalla testa ai piedi, ti chiedono sponsor e devi dimostrare di poterti mantenere, di essere autosufficiente economicamente, per non gravare sull’economia del Paese.

E no signori, emigrare in Australia, non e’ una passeggiata. Ci risparmiamo il mese di viaggio in nave, ma ci sciroppiamo ventiquattro o molte piu’ ore di viaggio aereo In Economy Class, non abbiamo la valigia di cartone, ma quella comoda con le rotelle, che fa molto fashion, ma in quella valigia, sono chiusi ricordi e lacrime e spesso speranze tradite proprio dal Paese in cui sei nato.

E si, noi, nuova generazione di emigranti italiani, ci risparmiamo anche tutta la spiacevole fase del disprezzo regalatoci a iosa, quando ci chiamavano “Wogs” ovvero  “Western Oriental Gentlmen” (Gentiluomini orientali astuti) che sembra elegante come definizione e invece era usato in forma dispregiativa, in  tono razzista e ancora c’è chi ci addita, come fastidiosi “extracomunitari”, perche’ c’e’ ancora una piccola parte di Australia bigotta e ottusa,  non sono tanti, ma vi garantisco che ci sono.

Ricordiamo comunque che l’Australia è il Paese più giovane al mondo in fatto di colonizzazione e molte delle abitudini culturali di questo popolo, sono riconducibili agli anglossassoni, ma sono luoghi comuni che TUTTI gli Australiani sono ubriaconi e mangiano solo “fish and chips”, c’è tanta, tantissima brava gente, libera mentalmente, nei costumi e nei modi di fare, cosa che apprezzo e amo di loro: in parole più semplici, si fanno i fatti loro, ma se hai bisogno di una mano, non ti negano aiuto.

In Australia, arrivarono dall’Inghilterra nel 1786  uomini liberi e galeotti e poi rifugiati della seconda guerra mondiale. In realta’, l’Australiano “puro” se cosi’ lo si vuol definire, non sono certa esista, è piuttosto una miscelanza di tante popolazioni, qui approdate, ecco perché il malcelato razzismo di  alcuni, non ha motivo di esistere, perché come tutti noi, i loro avi, sono sbarcati su questa isola, prendendone possesso, invadendo le terre fino ad allora popolate solo dagli Indigeni d’Australia, ma non essendo nativi del luogo.

Comunque, salvo che per la semplificazione del viaggio, le difficoltà sono  triplicate e oggi, ti chiedono se sei in grado di sbrigartela da solo, devi dimostrare di saper parlare almeno un po’ di inglese. Non è una critica, lo trovo giusto, maquanto e’ difficile per chi, come me, per esempio, ha parlato Italiano e Francese per cinquanta lunghi anni e si ritrova sui banchi di scuola, come una povera ignorante, a studiare quella lingua dalle regole ed eccezioni, spesso a me incomprensibili.

Io che padroneggio con la mia lingua, senza alcuna difficoltà, che ho amato e studiato lungamente la lingua e la letteratura Italiana, mi ritrovo a sentirmi un’emerita idiota,un’incapace. Perché la mia mente è piena di tante, troppe cose e farci entrare anche le regole dellagrammatica Inglese è faticoso! Non mi sto piangendo addosso, né creando alibi per il mio sciocco rifiuto ad imparare l’Inglese, quando la mente era ancora una spugna e ad assorbiva tutto. Purtroppo sono una perfezionista e parlare un Inglese approssimativo,  proprio non mi piace e questo e’ il motivo, per cui spesso, mi blocco, cercando l’espressione corretta, nella pronuncia piu’ pura possibile.

Questo mi rende però meno “attiva” di tante mie compagne di classe, le quali si lanciano nell’avventura linguistica, senza preoccuparsi di sbagliare. Sono meno propensa a fare esercizio, parlando Inglese con mio marito. Volete sapere perche’? Trascorro intere giornate da sola, parlando magari con i vicini di casa o con le “amiche” nei negozi dove ormai, faccio spesa come consuetudine (in Inglese).

 

Quando rientra mio marito, ho bisogno di raccontare, di parlare, di esprimere e cercare il giusto verbo, la giusta coniugazione o la giusta espressione, diventa deprimente! E poi per dirla tutta, non voglio che John dimentichi l’italiano, che ha duramente studiato ed imparato alla perfezione in 21 lunghi anni in Italia. Già mi fa sorridere spesso, la mancanza delle doppie consonanti in parole semplici, la mancata distinzione di maschile e femminile o la confusione tra i vocaboli come foglia e foglio. Insomma, non voglio che lui smetta di parlare magistralmente la lingua italiana, come ha fatto fino a quattro anni fa.

Mi sento libera, mi sento forte e pronta ad affrontare  rocambolesche avventure, consapevole che la nostalgia per il mio Paese, forse non smetterà mai di rattristarmi, che la distanza da tutto il resto del mondo e’ tanta, che  l’Inglese e’ difficile, che  il caldo qui è vero caldo, che e’ vero, qui  esistono animali velenosi e pericolosi, ma nel contempo, sono consapevole che qui, ho visto rossi tramonti che non  hanno pari, meravigliosi come quelli Africani, che la  libertà di movimento, pur rispettando le  regole, qui è possibile, che i pregiudizi, sono molto meno radicati e sono consapevole, che essere Italiana è bello, che non dimenticare chi sono e da dove sono venuta, è importante tanto quanto decidere dove sto andando.

La mia storia è banale al confronto di tante storie importanti di connazionali che qui sono arrivati, compiendo imprese notevoli, da conservare nella memoria. Nel mio piccolo mi è piaciuto raccontarvi un po’ di me e della mia Italia e della “mia Australia”, senza pretendere di essere un faro nella notte per nessuno, lasciando solo a briglia sciolta i pensieri e le sensazioni.

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”49710″ img_size=”full”]

Migration Today: Australia

As the readers, wherever they are, read the story of their fellow countrywoman in the Southern Land we hope they too respond to our appeal to write their personal stories to share with the readers and to contribute to telling Italy, and not only, that migration is not simply a word but a personal path which marked the Italy’s history and that of the Italian communities around the world.

By Gianni Pezzano

When we began our search for personal stories of Italian migration we knew there were many themes, as we show in the articles between one story and another. What distinguishes this story is the courage of the author in revealing her feelings and doubts before leaving Italy and after arrival in the new continent with all the doubts and uncertainty of finding herself having to learn once more how to live her day to day life.

This story is not “banal” as the author writes at the end. It is the story of a couple who make the decision to move to another part of the world to start a new life in Australia. In this case they do not leave their parents at home but their children and grandchildren

The story explains very well the individual price of the radical move that is migration where the new language is a difficult barrier and the new habits, at least at the beginning, seems not only strange but also illogical.

The decision to change countries in order to make a new life seems simple when people at the bar talk about it after the departure of another relative or friend, but those left behind almost never understand that the decision forces the migrant to rethink his or her life in ways that are unexpected and not rarely traumatic, the adjective the author uses of her first days under the Southern Cross.

As the readers, wherever they are, read the story of their fellow countrywoman in the Southern Land we hope they too respond to our appeal to write their personal stories to share with the readers and to contribute to telling Italy, and not only, that migration is not simply a word but a personal path which marked the Italy’s history and that of the Italian communities around the world.

These stories should be written and read and, above all, remembered because they are lessons of life that must always be remembered.

Send your stories to: [email protected]

 

My Australia

By Daniela Williamson, New South Wales, Australia

My name is Daniela and I am fifty three years of age, of which forty nine lived in Italy. I was born in the long ago 1965 in a small town in Apulia, Galatina in the province of Lecce. I grew up in a marvellous family made up of four children, I was the youngest, Dad and Mum who were strict but loving parents. At the time Galatina was a small town in the area of Salento in which we lived intermittently due to my father’s job.

Dad was an airman in Italy’s Aeronautica Militare (Air Force) and, thanks to his job, we travelled a lot, living some periods around the world. The most beautiful memory was the period tied to wonderful Africa which I carry in my heart. In Africa I went to school for a few years and learnt French perfectly.  I believe that also because of this wandering around the world even then I never had real roots with which I would be anchored to the Italy where I was born and to which I am tied with an invisible strong thread called love.

Due to the crisis that has gripped Italy for many years, the risk of losing our jobs and ending up on the street became pressing and agonizing, the decision in 2014 to move to Australian seemed the best one. I begin by saying that my partner, now my husband, was born and raised in Australia, but had lived in Italy for twenty one years and therefore was often more Italian than me, especially concerning traditions, particularly those tied to our wonderful cuisine.

I am aware that it was one thing to migrate fifty years ago, with all the problems tied to a month long trip on a ship and the pain of the separation which was certainly felt and experienced more, since communicating with your country and your close ones was a titanic task. However, the pain of the separation is unchanged and the fear of the unknown becomes tangible, almost suffocating the moment you take your seat on the plane that “will take you literally to another part of the world”. So I remember perfectly the latter feeling and I can define it only one way; it is called panic. Yes, I was panicking! I am not scared of flying, I have travelled often on planes and I have always loved the feeling of freedom when the plane takes to the air as it rises from the runway.

That was no fear of flying, it was terror of tomorrow, of the future, of what I did not know and what I was about to come up against, of jumping out from an infinite height without a parachute. A small explanation is due; I did not speak English and I certainly do not pretend to state that today I speak it. But at the present time I am able to make do in a more or less basic conversation.

When I left Italy, apart from a struggling “Good morning, how are you?” I did not know how to say anything. I remember when I joked about the possibility of visiting Australia and I imagined and dreamed how it would be because I thought “Sooner or later John will decide to go back to his country and his sister and I will be with him”. So, one afternoon I jokingly said to my beloved mother “And if I went to live with John in Australia, what would you say?” And she, with the sweet wisdom of her eighty odd years, having lived in war and with her many experiences of life, not all of which were easy, but she was happy, asked “Who is your home?”. I remembering looking at her tenderly and I rushed to correct her question into “Where is your home?” as I reproached her affectionately for the mistake.

She looked at me with eyes full of love “No, my daughter, not where is your home, but who is your home because home is where the heart is, you will follow your partner, wherever you decide to live, there will be your home”. The important lesson my mother gave me help to let go the moorings and to set sail for this far away country seven months after her last smile filled my heart with love and joy.

2014 was the year that stamped my life with the greatest force and pain, the tragedy of important losses and it also marked the start of a new page for me.

At that time, after a fall in takings the company for which I worked announced its first redundancies and amongst them were my name and my partner’s activity, which meant that we were cheerfully close to the edge of the cliff over which we would have fallen if we had not made immediate decisions.

With few discussions, a programme on the pc to learn the minimum indispensable English, boxes filled with few things, the ones closest to our hearts, an anonymous container in which the few things we had gathered were stored in two suitcases. So, we were ready to leave with the passport in which my smiling face stood out, but on that long ago morning my face was not at all smiling. I was not ready and the night before the departure I cried a lot, I felt I was suffocating, I had a number of panic attacks, so much so that my husband John thought that he would leave on his own. Because that was what was on my mind, I thought and thought again, “He will leave before me and then I will join him”, but we both knew that if I had not left with him that I may never have taken a plane that would have brought me here to Australia.

Instead, the morning after I said goodbye to the people I most love in the world with my eyes swollen by the tears and my heart exploding in my chest. A very painful pang tormented my heart but on the very grey and foggy morning of October 16th in the wonderful city of Perugia in which I had lived for twenty four years I hugged my daughter tight against my heart and left behind all the certainties of middle age to meet that I don’t know what called Australia.

We arrived in Sydney twenty six hours later and my heart still hurt terribly. The great city with its high skyscrapers and beautiful bays was wanting for us. I saw the famous “Opera House” in the distance and we travelled the just as famous “Harbour Bridge” and I was entranced by the blue of the Australian sky.

I had always thought it was nonsense and instead it really is true, the blue of the sky over Australia is more intense, just like the light and the sun, more “dangerous” if you want to define it that way and I insisted on not understanding why I was always invited to wear a hat and to slap on total protection sun screen, me who was born in the south if Italy and who had always gone arm in arm with the sun. After the first sunburns I understood full well that here being a lizard under the sun is truly only for the lizards.

New South Wales, or more precisely Newcastle, has been our home up till now, we moved twice and we still now do not know if this will be our home forever. I am not scared of change because Australia made me truly independent, strong and daring but I now have a clear idea of which part of this immense country I would like to live.

The arrival was traumatic due to the jet lag. I fell asleep at the table while the others around me spoke amicably in perfect English. I felt deaf and unable to understand, so much that I felt a strange sense of nausea. I was saved from that torture only by night fall. The days that followed were characterized by tears and loss. I did not want to go out and I did not do so anyway, unless I was forced and naturally accompanied by someone. I was scared of everything and everybody. It was all completely, entirely, fully, totally, globally, on the whole DIFFERENT.

It was so strange, so damned far from everything I knew. At the supermarket, shopping became a torment and I brought home bags full of “butter, milk, garlic, bread and cheese” and in order to buy them I had to deal with all my very scarce knowledge of the English language. The smile of the girls at the cash registers terrorized me because I knew that in a moment one of them would have started affably with a “How are you going?” which to my ears sounded like “aiugoi?” It was incomprehensible and difficult to elaborate an eloquent reply and so I put on my best smile and pronounced the magical formula “Please forgive me I don’t speak English” which after a few months became the more creative and less humiliating “I don’t speak English but I am learning”.

Do you know what I felt? A stupid useless woman of nearly fifty years of age who had challenged herself and the world to come and live in another hemisphere who was unprepared for everything that would have crushed me and reduced me into pulp.

I got my driver’s license at nineteen and had driven for thirty years. When I decided here in Australia to try my hand at driving the rigorously white Hyundai, it was a disaster! Here you drive on the left hand side and the driver sits on the right. My first try was shocking, without mentioning the brave decision to pick up my partner from work on an evening of heavy rain and wind.

The roads seemed too big to me I did not know where to go to turn and when I went in the wrong direction I decided to boldly make a U turn (I deserved to have my license taken away) and obviously I began to drive in the wrong lane and I only realized it when I began to see the cars approaching from the opposite direction flashing their headlights nervously that I understood that the one in the wrong lane was me! I managed to reach the destination by I don’t know what miracle, driving in the exact lane and I got out of the car in the brace of a panic attack. I threw away the keys and said with icy firmness “I will never drive again”

And do we want to talk about the contact with the fauna of this very beautiful country? I adore animals and I have always been curious, so much to push me to “touch” any animal, except for cockroaches for which I have an aversion mixed with disgust. Here the famous cockroaches are much bigger that those I remember seeing in Italy and anyway they truly repulse me anywhere. I thought I would never accept the presence of a well fed and vast family of insects, usually bigger than those in Italy, they had told me they are everywhere and that you have to live with them. I do not know if my case was only luck, but in our home I only found a couple of cockroaches in nearly four years and I learnt to “accompany them” to the window, out of a sort of respect for nature. I learnt that ants are to be avoided and to never pass over them when they are in a procession as they get really angry. I know, it makes you smile, but now I am very careful where I put my feet.

I learnt how to listen to the song of the Kookaburras and to interpret them, even according to the time of day, from a splendid man of Aboriginal origin. Today I know exactly when it is going to rain, even when the sun is shining. I love the culture of this ancient and special people who have lived in this land for 40,000 years and recent studies have shown traces going back even to 60,000 years ago. I am fascinated by their relationship with Mother Earth and I literally adore their art of painting from which I draw inspiration for my paintings.

I had a close encounter with a Diamondback Python and I was left looking at this sinuous fascinating animal to which I was magnetically attracted and was ready to touch it if John had only let me.

I followed the dolphins swimming very close to the shore, I listened to the wind from the top of the Seal Rocks lighthouse where, on October 31st, 2017, in front of a celebrant and the immense ocean I married my partner, with my daughter Daria and one of my best friends on video call from Italy and my other friend holding the telephone during the ceremony. She was a witness to our wedding but it was only a coincidence that she was there on the day. We had decided to marry on our own, with few frills and with the blessing of our close ones. The sky, the ocean and the wonderful Sea Eagle with wings spread over our heads as though blessing this stupendous bond of love.

Barefoot, only us, the earth and the wind and our promises, pronounced in English and Italian out of respect for both our countries.

I had the advantage of having beside me a man who knows his land very well and teaches me every day how to respect it, fearful but not foolishly afraid of it. John invites me not to take risks if we don’t know the ocean or the insect or a place that had never been visited. I never go out on my own to where I am not sure there are any dangers and I always follow the directions of those who experienced and loved this Country before me.

I adored the ocean from the first. It is different, it really is. The temperature is different, as the aroma released when it is near a beach is different. The imposing waves frighten me, but they fascinate me, above all that spurt that looks like a spray created when the waves press as they advance towards the beach. I have learnt to pseudo surf on my stomach, yes the less famous but more enjoyable boogie board. A fifty three year old who enjoys herself like a child? Yes, that is me, because here nobody cares if you flap around in the water like a duck, despite the many experienced surfers whose bodies are not always sculpted but who have a confidence with those waves that I envy deeply.

They grow used to waves and to ride them at a very young age but, with my fear as a grandmother, seeing very young children with surfboards throwing themselves into the middle of the breakers always makes me shiver. Here you do not show off new swimsuits with famous brands and if you are not a television model full of curves and covered in sunscreen, nobody cares about your tummy or your cellulite and this too is freedom, no judgment based on how you look externally.

On this subject I want to open an entertaining parenthesis on dressing in Australia. I often surprise myself by staring at someone who is, shall we say, not very well dressed. This is a classic, as an Italian, used as I was to perfectly matching colours, being careful also of the colours of the shoes and the bag, I often find myself smiling and I think about the many Australians who, in the morning “coat themselves with glue, throw themselves into the wardrobe and whatever stays attached is their clothing for the day” (I borrow this from an Italian comedian, but it suits the occasion perfectly), without worrying about colours or the season in which they wear the ensemble.

Thus, on a rainy day when you are wearing rubber shoes and a raincoat, you find yourself next to someone wearing thongs (editor’s note: in Australia and flip-flops in some countries) with Bermuda shorts and a short sleeve shirt and you ask yourself: Don’t they feel the temperature or am I the one exaggerating? It is true for me who am used to temperature below zero that where we live winter cannot be defined as such. Here the temperature is about six degrees in full winter therefore no scarves, hats and gloves. Anyway, I define their “bad taste” in dressing as freedom and this too originated from their close relatives, the Anglo-Saxons who also do not always stand out for good taste. Yes, the really great, fantastic, enviable mental freedom that you are not what you appear, but you are just yourself.

I have never overcome the pain of the separation and I often cry over the distance from my grandchildren, from my daughter and my historic friends. All of them supported me in this difficult and uneven path of radical change.

Even my body had undertaken a notable change and I understand this whenever I try to put on those beautiful size 42 jeans that I wore in Italy and that no longer fit me. The diet of the first months was a disaster, attracted as I was by the fish and chips, meat pies and the doughnuts made famous by Homer Simpson, tasty, fried and full of saturated fats and sugar. Ten kilos, yes sir, ten damned kilos that made me understand that maybe the Mediterranean diet is really the best in the world.

I have met some people who came from Italy when the country really was still young and immature. Many of them had made their fortune by working hard and exploiting the lack of resources, today they are spread over nearly all of Australia. I came late, I could have opened a small Italian restaurant and exploited my natural talent in the kitchen. Today there are many Italian restaurants in Australia. Some of these have modified the traditional Italian cuisine made of simplicity and noble ingredients and they often left me with a bitter taste in my mouth. With the modifications unworthy of the dishes we are proud of I took this as an offense to our country.

Over time I understood that this was necessary for some restaurateurs in order not to impose on the tastes which were so different from those to which Australia had become accustomed. Modifications which at times make pasta with seafood become a mush with cream or that lasagna becomes towers of dry pasta with improbable sauces instead of the wonderful meat sauce from Bologna. Working in an Italian restaurant I learnt at my expense that some of my countrymen who live here for more than fifty years now appreciate their pasta accompanied with a salad which is not served as an accompaniment of choice for a main course but available in industrial quantities to fill the plate, often accompanied with chips. In short, I gave up imposing my “real Italian taste” made up of delicious minestrone of fresh vegetables, legumes and al dente pasta, as well as tortellini and tagliatelle that are strictly home made.

I left a job I loved but which was no longer secure, such that dismissal then came. The company in which I worked for twenty years made this cut in staff as painless as possible by offering a solution to those who accepted the dismissal and, on the other hand, massacring those who stayed with ridiculous work shifts and no care for the human resources, something which had distinguished my company in the past. But in Italy alas, this has become the norm and not the exception which proves the rule and, if you want to work, you keep quiet and swallow the bitter pill and try to carry on with your life as well as you can. Really a sad reality.

In regards to rules, every time I return to the Home Country I understand that for we Italians rules are a little “elastic” and we are not always happy to respect them. One banal example: in Australia I learned to respect the speed limits and road rules, and not only these. When I go back to Perugia it is impossible for me not to get angry because when I respect the limits there is always the “smart guy” who feels stronger than me because he drives a shiny new powerful car and he insults me as he overtakes me in an area where overtaking is banned and the limit is sixty km per hour by flying by at 100 km per hour and showing me his middle finger, as though to say “go and get f…”. But it is true that in Italy we are all racing car champions like Nuvolari, I used to be too.

For obvious reason related mainly to my low mastery of English I do not work here but my experience in restaurants made me proud of myself.  I cook very well, so they tell me in both here and in Italy and of having many friends for dinner and seeing them satisfied makes me happy. Sure, if I found a small part time job I would be happy and I have not given up. I still search and sooner or later something will pop up even for me.

I have learned to fill in the void with many things that I had no time to do before. I make bread with the mother yeast I made. I make jams and marmalades, as well as sweets and various delicacies. I have taken up painting again and broadcast in streaming for an Italian radio station and tell them about Australia, accompanied by good music. I read fairy tales to children, always via the same radio circuit.

I love the man I married and I am happy I followed him here. This is a hard land and often, if you do not deal with it with force but with respect, it can destroy you.

Now I drive without difficulty and also for long differences, I attend school to learn English and with good results. I go to Italy once a year to visit my close ones and I have obtained, not without difficulty and after spending a discrete sum, my permanent resident visa and I am proud I did not give up every time fear made me teeter. My peace of mind is tied to the hope that sooner or later our children will join us. In the meantime I try to get to know this huge island at the end of the world as much as possible in order to pass on all the beauty I found in it.

I miss my land; I have nostalgia for many things which represent important stages in my life. Yes, the same nostalgia so many Brazilians are good at singing about also assails we Italians. It is hard to explain the tightening of the throat, the sadness and the loneliness that we feel at times. Australia is immense and its very “immenseness” frightens me a little. Some people with whom I speak tell me they are destined to go back to Italy sooner or later and I do not know if this will happen to me and makes me feel even more the weight of the distance. I think about how the future will be and the fact that I am all alone here. With the exception of my husband, I only have two cousins here who live in Sydney and Melbourne respectively. I know I can count on them if needed but I am an “old” hard headed Italian woman and I am hardly willing to ask for help in the fear of causing trouble. You know, life is tight for everybody and I am never willing to “steal” the precious time of others for my needs.

Certainly I think at times “And if something happened and my husband is not with me, who do I ask?” One small note which may be obvious, but it is a feeling if loss that strikes me when I deal with a difficulty that I cannot share with others.

This is the price to pay and to put on the scales of “For” and “Against” which is often not easy. There are many chances for a better life in Australia. In Italy we are still fighting corruption, bad politics, unemployment, bad health services, and all the other plagues that scourge our beloved Land and which “set off” this different wave of migration away from our country in the hope of creating a future which, in Italy today, seems dark and confused.

What is the face if the new Italian migrants? It is that of the men and women, young and not so young, who work hard to make space in this place so far from everyone and everything and who are often labelled as cowards because they gave up to look for an easier solution.

But are we really sure that it is so easy to give up everything and live tens of thousands of kilometres away? Do you really think that it is so easy to adapt to the time difference which prevents you from talking to the persons dear to you who are still in Italy who often leave long sad vocal messages on WhatsApp and which whom we share photos on Facebook so we do not feel so far away, too lonely and too sad?

And do you know how many of us sacrifice the love of our families, for our traditions to leave behind worried parents, fiancés and fiancées, friends and certainty to deal with deal with problems which, in the eyes of those who have not experienced this in person, seems like a golden, comfortable and fantastic holiday in the land of kangaroos and boomerangs?

No, you cannot know and mine is not an accusation, but a strong cry which I would like to reach all those who know nothing of how we new migrants in Australia live.

And then we get angry when someone asks us, maybe naively or maybe sarcastically “But are there kangaroos in your garden?” Australia is not only the land of kangaroos, it is a hard land, of strong contradictions and contrasts, as wells as a history that we do not know enough to form a thought.

Australia is not El Dorado, here nobody gives you anything. You must work hard to create a future for yourself, you must roll up your sleeves and arm yourself with great strength and great energy. Yes, because Australia requires a great amount of energy. Coming here is not easy! In order to give you a visa, they examine you from head to toe, they ask for sponsors and you must show you can take care of yourself and be self sufficient economically in order to not be a burden on the country’s economy.

No sir, migrating to Australia is not a stroll. We are saved the month long voyage on a ship, but we have to put up with twenty four and many more long hours of an airplane trip in Economy class. We do not have a cardboard suitcase, but a very fashionable comfortable trolley with wheels in which contain memories and tears, and often hopes that were betrayed by our country, the very same one in which you were born.

And yes, we the new generation of Italian migrants, we are also spared all the unpleasant phase of the contempt when they called us “Wogs”, in other words “Wily Oriental gentlemen” which seems an elegant definition but instead was used in a derogatory way with a racist tone and there are still those who use it, like the annoying “extracomunitari”  (editor’s note: literally “non European Union citizens” and is the expression used in Italy in the same way) because there is still a small part of the population in Australia that is bigoted and obtuse. They are not many but I guarantee you they exist.

However, let us remember that Australia is the world’s youngest country in the matter of colonialism and many of the habits of its population can be attributed to the Anglo-Saxons, but there are more stereotypes that ALL Australians are drunkards and eat only “fish and chips”. There are a lot, a real lot of good people, who are mentally free in their customs and manners which I appreciate and love in them. In simpler words, they mind their own business but if you need a hand they do not deny you help.

In 1786 free men and convicts came to Australia from England and then refugees after the Second World War. In reality, I am not sure “pure” Australians, if you want to define them as such, exist. Rather they are a mix of many populations who came here and this is why there is the barely hidden racism of some. It has no reason to exist because, like all of us, their forefathers were not natives of the place but landed on this island and took possession of it, invading the land that up till then was populated only by the Australian Aborigines.

In any case, with the exception of the easier voyage, the troubles have tripled and today they ask you if you are able to handle it on your own, you must show you know how to speak at least a little English. This is not a criticism, I believe it is right, but is it hard for someone like me for example, who has spoken Italian and French for over fifty long years to find herself at a school desk like a poor ignorant person studying that language with rules and exceptions which for me are often incomprehensible.

Me who had mastered my own language with no difficulty, who studied long and hard Italian language and literature and now I find myself feeling like an idiot or incompetent. Because my mind is full of many, too many things and letting something new come in, even rules of grammar, is hard. I am not crying for myself and I am not looking for an excuse for my foolish refusal to learn English, when my mind is still a sponge and absorbs everything. Unfortunately I am a perfectionist and I really do not like talking English approximately and for this reason I often stop in order to find the right expression and the purest pronunciation possible.

However, this makes me less “active” than my classmates who throw themselves into the linguistic adventure without worrying about making mistakes. I am less inclined to do exercises by speaking in English with my husband. Do you want to know why? I spend the whole day alone, maybe talking with neighbours or with the “friends” from the stores where I now normally go shopping (in English).

When my husband comes home I need to tell, to talk, to express and trying to find the right verb, the right conjunctive to the right expression becomes depressing! And then to tell the truth, I do not want John to forget Italian which he studied hard for 21 long years in Italy. I already often find myself smiling, the lack of double consonants in simple words, the lack of distinction between male and female words, or the confusion between vowels such as “foglio” and “figlio”.  In short, I do not want him to stop talking the Italian language masterfully as he did up to four years ago.

I feel free, I feel strong and ready to deal with daring adventures, aware that the nostalgia for my country may never stop making me feel sad and that the distance from the rest of the world is great, that English is hard, the heat here is very hot and that there are poisonous and dangerous animal here. But at the same time I am aware that here I have seen red sunsets that have no equal, as wonderful as those in Africa, that the freedom of movement is possible here, even respecting the rules. The prejudices are less rooted here and I am aware that being Italian is beautiful and that not forgetting who I am and from where I come is just as important as deciding where I am going.

My story is banal compared to any important stories of countrymen what have come here and made remarkable achievement to be kept in the memory. In my small way I liked telling you a little about me, my Italy and “my Australia” without pretending to be a guiding light in anyone’s night but only giving my thoughts and feelings free rein.

Lascia un commento