Italiani nel Mondo

L’emigrante/Expat perché si emigra? – The migrant/Expat Why do we migrate?

By 24 Marzo 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

L’emigrante/Expat Perché si emigra?

Diamo voce a un giovane italiano che ha deciso di emigrare all’estero. Il suo racconto dovrebbe dare a tutti in Italia qualche motivo di pensare al nostro atteggiamento verso i giovani nel paese.

di Gianni Pezzano

Dopo la recente morte a Manchester in Inghilterra di Lala Kamara, una ragazza italiana di origini senegalesi cresciuta a Brescia abbiamo seguito le reazioni di alcuni dei nostri connazionali alla notizia del suo tragico destino.
Sulla pagina Radio Londra Italia di Facebook dedicata ai nostri connazionali in quella metropoli, che di solito tratta notizie di possibili lavori come anche di fissare appuntamenti per radunarsi, abbiamo visto la tristezza in faccia ala destino crudele di Lala. Non era difficile capire che alcuni pensavano che la sua morte poteva essere anche il loro destino.

Poi, negli scambi abbiamo notato un commento di Luca da Milano e ora residente a Birmingham in Inghilterra. Lui ha colto il nostro invito a spiegare il pensiero espresso nel post e ora   abbiamo molto piacere di girarlo ai nostri lettori.


Luca ha molto da dirci e l’unica cosa che vogliamo aggiungere è che i suoi pensieri dovrebbero far pensare molti in Italia, non solo i nostri politici, ma anche tutta noi che abitiamo nella penisola.

L’emigrante/Expat Perché si emigra?

di Luca Tieppo, Milano/Birmingham, Inghilterra

Perché un giovane di vent’anni decide di mollare tutte le sue certezze, i suoi punti di riferimento, i suoi affetti più cari e profondi per una vita di solitudine umana, e spesso anche affettiva, che può durare anni? Facile, direte: per trovare condizioni di lavoro e vita migliori! Ma ne siete così sicuri? Cosa c’è di “migliore” nel sapere per certo di dover lavare o, se ti va bene, portare i piatti perché non si hanno le competenze linguistiche per fare altro? O, a prescindere dal lavoro, sapere che dovrai dividere non solo un appartamento, ma un bagno, una cucina e la tua più profonda intimità con perfetti sconosciuti con cui spesso non condividi nulla, a partire dalla lingua? No, la semplice prospettiva del lavoro non può bastare; la motivazione dev’essere più profonda, anche perché puoi sempre decidere di andare a lavare o portare i piatti a 100km da casa, in un’altra provincia o regione dove non ti conosce nessuno, senza il problema del giudizio dei tuoi conoscenti. Spendi meno, hai meno problemi linguistici, culturale, umani e i piatti da lavare o portare sono uguali ovunque. Quindi deve esserci qualcosa di diverso che motiva qualcuno a partire, qualcosa che faccia sembrare i piatti lavati o portati all’estero meno “piatti” di quelli italiani.

Facile, direte: la meritocrazia! All’estero ti apprezzano per quello che vali, sono mediamente più onesti, ti danno più opportunità e puoi fare “carriera”. Mediamente vero, ma tutto questo ha un costo umano immenso; spesso si finisce per “sposare” il lavoro, che è e resta il peggior amante che esista: ti può mollare in ogni istante senza alcuna ragione legata a te o al tuo impegno. E non hai neppure la solita spalla dell’amico o amica su cui piangere: alla fine trovi più solidarietà se ti molla la donna! Quindi, di nuovo, il saldo sembra in rosso: molli tutto per lavori spesso modesti, in un ambiente ostile che poco capisci, conducendo un’esistenza solitaria e dovendo pure venderti agli occhi dei tuoi conoscenti come un fortunato e realizzato mortale. Per quanto mi riguarda, non mi convince. Non mi convince anche per chi viene a fare professioni più specialistiche, perché il prezzo da pagare in termini di solitudine, comprensione e interazione umana è identico.

Quindi, ancora, ci dev’essere dell’altro che è più motivante di tutto questo. Ma cosa? Io personalmente ritengo si rifugga la mentalità, l’incapacità di adattarsi ad una società nonnista e perbenista come quella italiana, in cui il tuo essere giovane, entusiasta, motivato anche un po’ folle, è visto come un problema, una perturbazione dello status quo, delle certezze acquisite a caro prezzo dalle generazioni precedenti, non come la ricchezza che invece oggettivamente è. O ti adatti ad aspettare un ipotetico “tuo turno”, che non è mai chiaro cosa sia, o per te non c’è posto; come non c’è posto per la tua mentalità, le tue passioni, i tuoi sogni. Ma a meno che tu, quando sarà il tuo turno, ti adatti al posto che il paese pensa per te, non ti aspettare di poter avere veramente libertà di scelta.

È questo percorso obbligato a cui devi sottostare, questa “italianità” perenne di fare e gestire le cose, diventa spesso una prigione dalla quale si vuole solo scappare per realizzare la propria libertà, il proprio essere. Io mi occupo di eventi culturali e vedo con tristezza come la mentalità del paese soffochi la libertà d’espressione, la possibilità di essere se stessi, neghi ad ogni espressione culturale pari dignità. Il paese non tollera (o, alla meglio, fa solo finta di tollerare) espressioni diverse dalle proprie e impone ai propri giovani di adattarsi, di non esprimersi, di non disturbare. Perché come ho aspettato io, devi aspettare tu; come ho ingoiato io, così devi fare tu. In un perenne nonnismo idiota che serve solo a reiterare i nostri peggiori difetti. Abbiamo soluzioni? Certo, tante e bellissime. Le vogliamo? Onestamente no, o almeno a me non pare proprio. Meglio potersi lamentare tutti che ammettere che il limite sia il nostro. O forse sì. A patto però di capire la vera profonda natura di questa diaspora generazionale e di metterci una pezza con un approccio mentale e culturale diverso, con uno spirito di accoglienza per chi cerca dimensioni alternative, con una tolleranza e curiosità che per ora sembrano smarrite.

Progetti sicuramente immensi, o meglio pie illusioni irrealizzabili che non responsabilizzano nessuno, nel solito mare costellato di buone intenzioni. Ma si può optare anche per la politica dei piccoli passi, quella che tiene conto che la cosa più importante per un giovane è la sua voglia di mettersi in gioco, di credere ancora in qualcosa. E quando quella si perde, si perde la fiducia nel proprio paese, nella società che ti ha formato e che ora pare rifiutarti. Basta, ad esempio, rispondere ad una email, dare un consiglio, far sentire quel giovane una risorsa, non un ingenuo senza diritti da sfruttare, e quella speranza non muore; al limite diventa scelta, invece che triste consapevolezza. Interrompiamo questo nonnismo generazionale, questa gratificazione per il nostro piccolo potere acquisito e forse potremo invertire la tendenza, Siamo un paese ormai vecchio, non solo anagraficamente, ma possiamo ancora scegliere. Non facciamo il solito scaricabarile decisionale, lasciando la scelta solo a Madre Natura.

Infine, estendiamo ai nostri lettori emigrati all’estero e anche i figli e discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo lo stesso invito, di inviare le vostre storie perché le vostre voci e le vostre esperienze sono importanti. Fanno parte della nostra Storia e la nostra Cultura e quindi abbiamo l’obbligo di conservarli e di diffonderli così capiremo meglio perché i nostri parenti e amici sono emigrati e anche cosa hanno dovuto affrontare nei loro nuovi paesi di residenza.

Inviate le vostre storie a: [email protected]


di emigrazione e di matrimoni

The migrant/Expat Why do we migrate?

We give voice to a young Italian who decided to migrate overseas. His story should give everybody in Italy food for thought about our attitude towards the country’s young people.

By Gianni Pezzano

After the recent death in Manchester, England of Lala Kamara, a young Italian girl of Senegalese origins who grew up in Brescia, we followed the reactions of some of our fellow countrymen and women to the news of her tragic destiny.

On the Facebook Radio Londra (London) Italia page dedicated to our fellow citizens in that metropolis that usually deals with news of work, as well as making appointments for get-togethers, we saw the sadness of those faced with Lala’s cruel destiny. It was not hard to understand that some thought that her death could also have been their own Fate.

And then, amongst the exchanges we noted a comment by Luca from Milan, now resident in Birmingham in England. He accepted our invitation to explain the thought he expressed and now we are very pleased to pass this on to our readers.

Luca has much to tell us and the only thing we want to add is that his thoughts should make many in Italy think, not only our politicians but also all of us who live in the peninsula.

The migrant/Expat Why do we migrate?

by Luca Tieppo, Milan/Birmingham, England


Why does a young man of twenty decide to leave behind all his certainties, his points of reference, his dearest and deepest loved ones and affections for a life of human loneliness and also even emotional loneliness, that could last years? Easy, you will say: to find better conditions of work and life! But are you really so sure?
What is “better” in knowing for sure that you have to wash or, if it goes well, carry plates because you do not have the language skills to do something else? Or, regardless of the job, knowing that you will have to not only share an apartment but also a bathroom, a kitchen and your deepest intimacy with perfect strangers with whom you share nothing, beginning with the language?

No, the simple perspective of work cannot be enough, the motivation must be deeper, even because you can always decide to wash or bring plates 100km from home, in another province or region where nobody knows you, without the problem of the judgment of those who know you. You spend less, you have fewer linguistic, cultural, human clashes and the plates to be washed or brought are more or less the same everywhere.
Therefore there must be something different that motivates someone to leave, something that makes you think that the plates washed or brought overseas are less “plates” than the Italian ones. Easy, you will say: meritocracy! Overseas they appreciate you for what you are worth, on average they are more honest, they give you more chances and you can make a “career”.

On average this is true but all this has an enormous human cost which often finishes with you “marrying” the job which is and remains the worst lover there is and that can drop you at any time with no reason tied to you or your commitment. And you do not even have the usual shoulder of a friend on which to cry. And in the end you find more solidarity if a girl drops you!
So the balance seems once more in the red. You drop everything for jobs that are often modest, in a hostile environment that you hardly understand, making a lonely existence and having even to sell yourself in the eyes of those who know you like a lucky and made mortal. As far as I am concerned, this does not convince me. Nor do those who come to find more specialist professions convince me because the price they pay in terms of loneliness, human understanding and interaction is identical.

Again, there must therefore be something that is more motivating than all this. But what?
I personally believe that we shun the mentality, the incapacity to adapt to a bullying and seemingly respectable society like the Italian one in which your being young, enthusiastic, motivated and also a little crazy is seen as a problem, as a disturbance of the status quo, of the certainties bought at a high price by previous generations and not as a treasure that it objectively is.

Either you wait for a hypothetical “your turn”, and it is never clear what this is, or there is no place for you, just as there is no place for your mentality, your passions and your dreams. But when it is your turn, unless you adapt to the place the country has designed for you, do not expect to truly have freedom of choice. And this compulsory course to which you must submit, this eternal “Italianness” of doing and managing things often becomes a prison from which you only want to escape to create your own freedom, your own identity.

I deal with cultural events and I sadly see how the mentality of the country strangles freedom of expression, the chance of being ourselves and denies every cultural expression equal dignity. The country does not tolerate (or better, only pretends to tolerate) expressions that differ from its own and forces young people to adapt, to not express themselves and not to disturb. Because, just as I waited, you must wait; just as I had to swallow, so must you do. In an eternal idiotic bullying that only serves to reiterate our worst faults.


Do we have solutions? Certainly, many and beautiful. Do we want them? Honestly, no or at least I don’t think so. Better that we can all complain than admit that the limit is ours. Or maybe yes, provided that we understand the true profound nature of this generational diaspora and we patch it up with a different mental and cultural approach, with a spirit of welcoming those who seek alternative dimensions with tolerance and curiosity that for now seem lost. Projects that are surely immense, or better, pious unachievable illusions that do not make anybody responsible in the usual sea dotted with good intentions.

But we can also choose a policy of small steps, one that takes into account that the some important thing for a young person is his or her desire to be involved, to still believe in something. And when this is lost, you lose faith in the country, in the society that trained you and that now seems to refuse you. For example, it is enough to answer an email, to give advice, to make the young person feel like a resource and not a naive person with no rights to be exploited and that hope never dies, at least it becomes choice rather than sad awareness.

Let us interrupt this generational bullying, this gratification of our minor power of purchase or, maybe, we can reverse the trend. We are an old country and not only demographically, but we can still choose. Let us not make the usual decision to pass the buck to leave the choice only to Mother Nature.

Finally, we extend the same invitation to our readers who are migrants overseas and also to children and descendants of Italian migrants around the world, to send us your stories because your voices and experiences are important. They are part of our history and Culture and therefore we are obliged to the save them and distribute them so we can understand better our relatives and friends who migrated and also what they had to face in their new countries of residence.

Send your stories to: [email protected]

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