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Elezioni d’Europa 2024. Non c’è democrazia senza democrazia amministrativa

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Tempo di lettura: 3 minuti

Per gestire sistemi molto complessi sono necessarie competenze vere e profonde.

di Sergio Bevilacqua

Siamo nel pieno delle elezioni europee 2024 e, in virtù di questo diritto-dovere di esprimere il nostro voto, vale molto la considerazione che possiamo farlo per fortuna in una certa condizione democratica. Infatti, anche nei totalitarismi si vota, ma ciò che poi allontana dal diritto del popolo tutto di ottenere il meglio dalla Cosa pubblica, sono i meccanismi di democrazia amministrativa (istituti organizzativi, separazione dei poteri, rappresentanza reale e suoi cicli, trasparenza, colloquio continuo con gli elettori, ecc.). Non c’è Democrazia senza Democrazia Amministrativa.

Ho scritto altrove che ci sono molte forme di democrazia, così come esistono diversi tipi di totalitarismo, e che le forme meno efficienti democratiche arrivano ad assomigliare ai totalitarismi così come le forme più efficienti di totalitarismo arrivano a produrre effetti di benessere diffuso.  Credo peraltro che in ambienti culturalmente e civilmente sviluppati, sia pura logica affermare che il modo più evoluto della partecipazione politica globale sia la democrazia moderna. E che anello fondamentale di tale democrazia sia il funzionamento reale dei Partiti.

Il buon senso ci dice che per gestire sistemi molto complessi sono necessarie competenze vere e profonde. Se la Direzione (parte del management) della cosa pubblica deve essere, come si chiede in democrazia, a favore del popolo, occorre che ne abbia valori e strumenti. Un sincero ignorante può essere nocivo come un bugiardo competente. E la cosa pubblica ha bisogno di sinceri competenti. Ma come distinguerli dagli altri? Ci vuole qualcuno che ne sappia almeno quanto loro per garantire il necessario valore della buona rappresentanza, e costui deve essere presente presso gli organismi cui la Costituzione attribuisce la rappresentanza, cioè i Partiti.

Perché sempre di rappresentanza si deve parlare, e adeguatamente riposta.

Non solo con la pubblicità, ma proprio con i contenuti.

E chi garantisce in un candidato la presenza dei contenuti giusti, proponendolo al popolo, che non avrà nemmeno il tempo per conoscere davvero il candidato nella fase elettorale? Ecco un’altra funzione necessaria dei partiti politici: garantire in modo probante le candidature in virtù delle specializzazioni proprie dei candidati. E i partiti di questa tornata elettorale sono nello stato di quelli del passato, cioè privi di organizzazione probante, salvo elementi superficiali o formali. Quelli che hanno capito questa condizione fondamentale dell’organizzazione interna di partito vengono scartati dalle élite opportunistiche, e ciò protrae drammaticamente il ritardo della nostra democrazia con la assenza di buone organizzazioni di partito, a ledere la Democrazia, causa l’incapacità di sostenerne professionalmente e managerialmente quella Amministrativa. Infatti le candidature che gli italiani troveranno sulla scheda elettorale sono state definite da gruppi di potere interni alle sigle (chiamarli partiti è quasi sempre fuorviante) e non saranno assolutamente garantiti nelle loro qualità di futuri amministratori dello Stato, ma soltanto di interessi congiunti all’interno degli stessi gruppi di potere, quasi sempre, con eccezioni che mi permetto di definire pressoché irrilevanti, dominati da improbabili leader e capipopolo, spesso secondo ipotesi quasi “sudamericane” di carismatismo patologico, oppure di falange da Quarto Stato alla Pelizza da Volpedo, secondo una retorica ormai penosa e vetusta.

E allora, chi avrebbe dovuto fare la selezione dei candidati? Una struttura professionale interna al Partito, con competenze simili alla Direzione del Personale di una azienda: struttura “selezione del personale politico e amministrativo”.

E così il vero dramma della politica diviene anche il fare. Il Politico deve decidere cosa deve fare l’ente e come deve farlo. Sul secondo tema (il “come”) deve saper controllare i direttivi degli uffici, spesso dirigenti, colti e astuti, per garantire che svolgano il loro compito di garantire i funzionamenti nell’interesse del popolo sovrano.

Gli eletti DEVONO essere necessariamente, tra l’altro, competenti di management pubblico: non solo lauree o laureette, non solo avvocati o medici, ma esperti di funzionamento dell’organismo amministrativo, consapevoli delle condizioni manageriali in cui si deve svolgere il loro lavoro di garanzia del suo funzionamento, a favore del popolo sovrano, del funzionamento di una Repubblica (che significa, per chi non lo ricordasse dalla scuole primarie, “Cosa Pubblica”, cioè di tutti i cittadini della stessa) e Democratica. E chi li seleziona, per proporli al popolo elettore, dev’essere più competente di loro, su alcuni aspetti almeno: questi soggetti sono i partiti politici, cinghia di trasmissione tra Paese reale e Paese legale, produttori del progetto per lo Stato e garanti della selezione delle candidature.

Se ciò non avviene, se i Partiti sono inetti, non avviene la democrazia, quella amministrativa. E senza democrazia amministrativa non c’è più Democrazia tout-court, quella politica non basta: e così si rischia la propria identità e la Repubblica. Si ricordi da quale crisi istituzionale, culturale e civile è nata l’attuale, pericolosissima oligarchia russa: smantellamento di istituzioni pubbliche (magari sbagliate, ma pur sempre pubbliche e abbastanza rigorose), con accaparramento da parte di privati delle risorse pubbliche. Per generare un mostro politico che usa le risorse dello Stato, tra cui il sinistro e diabolico arsenale nucleare, a favore degl’interessi di quei pochi spregiudicati opportunisti.

Noi non vogliamo essere colonizzati da ideologie antidemocratiche e nemmeno perdere la nostra identità, europea, occidentale e globale: che i Partiti italiani smettano di esercitare bieche astuzie e si mettano correttamente, concretamente e organizzativamente al servizio degli Italiani.

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