Egitto: arrestato conduttore televisivo per aver intervistato un gay


L’uomo rischia la condanna ai lavori forzati.Nel Paese africano l’omosessualità è punita come reato di “depravazione”.

Lunedì, un conduttore televisivo di un’emittente egiziana, Mohamed al Ghety, è stato arrestato dopo aver intervistato in diretta un gigolò gay, il quale, col volto coperto per renderlo irriconoscibile, ha spiegato quanto sia difficile per un omosessuale vivere in un Paese musulmano e conservatore come l’Egitto. Al termine della trasmissione  Mohamed al Ghety è stato portato via dalle forze dell’ordine ed è mistero sulla sua sorte. Il conduttore, invece, rischia di essere condannato a un anno di lavori forzati e dovrà pagare una multa di 160 euro. Mohamed al Ghety potrebbe evitare la sentenza pagando una cauzione di 50 euro, ma il canale su cui andava in onda la sua trasmissione, LTC TV Channel, è stato chiuso per aver offerto al pubblico televisivo “contenuti depravati”. L’omosessualità non è illegale in Egitto, ma le autorità locali la perseguono come se fosse un reato, ricorrendo a una legge del 1961 contro la prostituzione. La norma vieta ogni forma di “depravazione abituale”, ovvero comportamenti ritenuti dannosi per il decoro della società egiziana, la quale, essendo fortemente legata alla tradizione islamica, considera i gay come un’anomalia. Per tale ragione, proporre il tema dell’omosessualità in TV è considerato un atto sovversivo.

Nel 2017, durante la diretta  di un concerto tenutosi nella  capitale egiziana Il Cairo, alcuni membri dell’associazione LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) hanno sventolato una bandiera arcobaleno, simbolo di LGBT, mentre erano ripresi dalle videocamere. Le immagini della bandiera hanno fatto il giro dell’Egitto, suscitando scandalo nella parte più conservatrice dell’opinione pubblica del Paese. A quel punto,  la Corte Suprema Egiziana per la Regolazione dei Media, ha ordinato l’arresto di 33 ragazzi gay presenti al concerto, 32 uomini e una donna, accusandoli di aver innalzato la bandiera di LGTB durante la diretta. I trentatré arrestati sono stati obbligati a sottoporsi a quello che le autorità egiziane chiamano l “esame dell’ano”. Si tratta di una forma brutale di ispezione corporale, utilizzata dalla polizia per acquisire “prove concrete” dell’omosessualità dell’accusato. Questo esame non è riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale ed è stata definito una “tortura” dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International. La grande attenzione che i media egiziani hanno dedicato alla “campagna contro i gay” ha insospettito gli osservatori, i quali sospettano che il governo voglia distrarre l’opinione pubblica locale da problemi reali e gravissimi, come la povertà. Secondo un rapporto dell’UNICEF, dieci milioni di bambini in Egitto vivono in povertà assoluta e non hanno accesso all’acqua potabile.

Lascia un commento