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Delitto Parretta. La Corte d’Assise: Gerace voleva uccidere l’intera famiglia ma la pistola si è inceppata


Depositate le motivazioni per l’ergastolo comminato a Salvatore Gerace omicida del giovane Giuseppe Parretta di soli 18 anni. La madre Caterina Villirillo: ’Mio figlio è la vittima sacrificale di uno Stato che non difende i suoi cittadini dalla malavita organizzata’.

Sono 32 le pagine che motivano la sentenza di ergastolo, emessa dalla corte d’Assise di Catanzaro, a carico di Salvatore Gerace che il 13 gennaio del 2018 ha con ferocia ucciso il giovane Giuseppe Parretta di soli 18 anni a Crotone. La Corte di Assise di Catanzaro, presieduta dal dott. Alessandro Bravin, al seguito di un dibattimento nel corso del quale erano stati ripercorsi nei minimi dettagli gli ultimi momenti di vita del povero Giuseppe, aveva comminato la massima pena all’imputato Gerace Salvatore, l’autore dell’atroce delitto, avvenuto nella sede dell’associazione LibereDonne – gestita da sua madre Katia Villirrillo – e che era diventata, momentaneamente, anche la casa di Giuseppe e della sua famiglia.

Nella ricostruzione è emerso che il Gerace ha scientemente colpito Giuseppe perché era l’unico maschio presente, che poteva opporre resistenza alla sua azione omicida che aveva come obiettivo lo sterminio di tutti i componenti della famiglia Parretta- Villirillo, obiettivo non raggiunto per il solo fatto che la pistola utilizzata si è inceppata.

L’esposizione dei fatti

Nessuna colluttazione dunque, ipotesi scartata dai giudici e che Gerace aveva opposto come discolpa dell’efferato omicidio. La Corte ha infatti ritenuto essenziali le testimonianze della mamma di Giuseppe, della sorella Benedetta e della fidanzata Ester, presenti al delitto, che nella ricostruzione dei fatti hanno fatto comprendere come l’agire dell’omicida sia stato fulmineo, tant’è che è stato impossibile per tutti i presenti, ed in particolar modo per la madre, potersi difendere ed aiutare il povero Giuseppe. Il ragazzo dopo essere stato attinto da colpi di pistola a gambe e tronco che lo hanno costretto a terra, ha subìto un colpo di grazia da distanza ravvicinata all’altezza del cuore. Tutto perché il pregiudicato Salvatore Gerace si era convinto di essere spiato dai vicini.


Il 13 gennaio 2018 a Giuseppe Parretta era appena stata consegnata la moto che aveva acquistato con il frutto dei suoi sacrifici e del duro lavoro. Questo il motivo scatenante della reazione violenta del pregiudicato Gerace che, secondo i giudici, si convinse che la moto fosse il corrispettivo dell’attività di spionaggio nei suoi confronti. Questo timore scaturiva dal fatto che la madre del ragazzo ha sempre svolto la sua attività di volontariato per combattere contro la criminalità organizzata, salvando ragazze dalla strada e dalla droga. Tanto che il Gerace disse alla madre del ragazzo al termine del suo atto delittuoso con la pistola ormai inceppata: ‘Ti è andata bene, ero venuto a fare una strage’, frase con cui si evince la premeditazione del grave reato.

Le motivazioni della Corte

La Corte, nel valutare la volontà e determinazione nel commettere l’omicidio, ha ritenuto altresì fondamentale quanto dichiarato agli agenti dal Gerace al momento dell’arresto: “tranquilli, tranquilli, quello che dovevo fare l’ho fatto…”

Determinante la perizia balistica e l’esame autoptico del medico legale dott.ssa Aquila che con un’attenta ricostruzione delle ferite riportate dal giovane e le testimonianze dei famigliari presenti, è riuscita a smontare la fantasiosa tesi del Gerace che mirava ad ottenere un responso di legittima difesa, lui con una pistola in pugno carica e due nascoste in casa, contro un ragazzo di 18 anni appena compiuti, esile e disarmato.

Rilevanti, per i Giudici della Corte di Assise di Catanzaro, anche le contestazioni fatte degli avvocati difensori delle parti civili – avvocati Emanuele Procopio e Jessica Tassone- che con i loro interventi sono riusciti, dapprima a smentire le ritrattazioni fatte in aula dalla sorella del Gerace ed inoltre con il controesame dell’imputato hanno fatto emergere le contraddizioni delle plurime, fantasiose, ricostruzioni che quest’ultimo aveva fatto nelle varie fasi processuali.

Ma basta un ergastolo per un delitto così grave?

“I giudici hanno fatto il loro dovere – ha sostenuto Caterina Villirillo madre del giovane Giuseppe all’esito della sentenza – ma io sono stata abbandonata dallo Stato. Nessuno si assume la responsabilità di una morte assurda avvenuta solo perché io e la mia associazione abbiamo fatto quello che lo Stato dovrebbe fare: difendere i deboli. Mio figlio è la vittima sacrificale di uno Stato che non difende i suoi cittadini dalla malavita organizzata. E il risultato è che io e miei figli siamo soli, continuamente minacciati ed in pericolo di vita”


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