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Delitto di Giarre: uno, nessuno o centomila colpevoli?

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Ripercorriamo la tragica vicenda dei due giovani siciliani, “i ziti” com’erano chiamati, morti mano nella mano, martiri della rivoluzione omosessuale in Italia, che ha consentito di dare vita successivamente a movimenti in difesa come LGBT.

di Luca Rinaldi

Ottusità, omertà, omofobia: queste sono le basi da cui è nato l’attuale movimento LGBT in Italia. L’ottusità delle forze dell’ordine, l’omertà di un piccolo paesello siciliano, l’omofobia di un’intera nazione.

Era il 31 ottobre del 1980 quando furono rinvenuti i corpi di Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e di Antonio Galatola, 15 anni. I due erano scomparsi già da un paio di settimane e vane erano state le ricerche della polizia di Giarre, cittadina nella provincia catanese, così come a vuoto era andata l’inserzione dei familiari su un quotidiano locale. Li trovarono in un agrumeto, con due colpi di pistola in fronte e le mani strette l’una in quella dell’altro. Accanto ai corpi un biglietto d’addio: si erano uccisi perché non potevano vivere liberamente il loro amore in una città, Giarre, che non li tollerava.

L’intera Giarre, città intrisa di pregiudizi e testardamente retrograda, in effetti, li definiva “I ziti” (in siciliano, “I fidanzati”), e Giorgio, nello specifico, era per tutti il “Puppu cu’ bullu” (“Il finocchio col bollo”), perché dichiaratamente gay e sorpreso anni prima dai carabinieri in auto in compagnia di un altro uomo.

A seguito del ritrovamento dei cadaveri si passò dall’opinione che i due fossero fuggiti insieme, all’ipotesi che avessero deciso di farla finita insieme: un’omicidio-suicidio da manuale, con tanto di biglietto d’addio. Con un piccolo dettaglio che non tornava, però: la pistola, una Bernardelli calibro 7,65 fu ritrovata poco distante, sepolta sotto poche manciate di terra e con la sicura inserita.

Scartata l’ipotesi del suicidio, gli inquirenti trovarono finalmente un colpevole per quello che, a tutti gli effetti, era diventato un duplice omicidio. Il presunto colpevole venne identificato in Francesco Messina, ragazzino di 12 anni, nipote di Galatola. La sua confessione ai carabinieri, seppur lacunosa e piena di contraddizioni, racconta una storia diversa: “O ci uccidi, o noi uccidiamo te”. Queste le parole che lo zio Antonio e il suo amico Giorgio avrebbero pronunciato, mettendo nelle mani del ragazzo la pistola e costringendolo così al duplice omicidio.

Una confessione tanto assurda che regge appena un giorno, in quanto, avvicinato da un giornalista, Francesco rivela un’altra versione, dicendo di non averli uccisi ma di essere stato indotto alla precedente confessione dai carabinieri stessi, sotto la minaccia che avrebbero arrestato suo nonno.

Le componenti ci sono tutte perché la tempesta mediatica si scateni: da un lato i carabinieri tacciati di abuso di potere e indirizzamento delle indagini, dall’altra la spinosa questione del delitto a sfondo omofobico in una città della Sicilia più conservatrice.

Giarre si ritrova nell’occhio del ciclone, permanendo testarda nella sua ostinata omertà, nel non voler parlare del fatto e anzi nel voler dimenticare tutta la faccenda il prima possibile per paura di essere, da quel momento in avanti, ricoperta dall’onta infamante di città dove “siamo tutti finocchi”.

Eppure, il sostituto procuratore di Catania, a capo dell’inchiesta, inizialmente non si lascia trascinare dalle correnti dell’opinione pubblica e della stampa ma, pur riconoscendo che la prima confessione di Francesco fosse poco credibile, finisce comunque per sposare la tesi del bambino killer. Il colpevole sarebbe dunque Francesco Messina, ma essendo minorenne è troppo piccolo per essere giudicato e condannato. Il caso viene così archiviato rimanendo, di fatto, irrisolto.

Eppure, la vicenda presenta innegabili punti oscuri mai chiariti: un bambino di 12 anni che spara a sangue freddo senza alcuna ripercussione psicologica; le due vittime che nel momento in cui qualcuno gli starebbe sparando, mantengono stranamente le mani intrecciate; la calligrafia sul biglietto d’addio mai riconosciuta da alcuno dei familiari dei due; il fatto che nessuno, quella notte, abbia sentito gli spari.

Nonostante non si sia mai arrivati all’individuazione di un colpevole certo, è innegabile che tutte le piste conducevano a Francesco Messina. L’ipotesi più plausibile è che questi sia stato costretto ad addossarsi la responsabilità dell’omicidio, in quanto minorenne e non imputabile, per coprire uno o più familiari dei due ragazzi. Che le famiglie dei due considerassero indegno e vergognoso avere due figli omosessuali era evidente, tanto che durante le indagini continuarono strenuamente a difendere l’eterosessualità dei propri figli e a negare qualsiasi tipo di relazione amorosa tra loro. Da lì, a decidere di cancellare questo disonore infamante con un’azione tanto drastica come commettere l’omicidio dei propri figli, non è purtroppo una possibilità da escludere. Se poi, i due amanti, avessero o meno, accettato la sentenza di morte, convinti di non poter mai vivere serenamente il loro amore, questo non lo sapremo mai.

Come detto, il caso fu prontamente e convenientemente archiviato e appena venti giorni dopo l’accaduto, la città tornò alla normalità, seppellendo il tutto sotto il velo della stessa omertà che aveva accompagnato i cittadini giarresi durante tutta la vicenda.

E allora, chi può dire se l’assassino fu uno, il giovane Francesco, o nessuno, dato che la giustizia se ne lavò, di fatto, le mani, lasciando il delitto irrisolto. Forse è più onesto dire che gli assassini furono centomila o quanti a Giarre costituivano il fulcro più conservatore della società, coloro che consideravano l’omosessualità una moda, un vizio, una malattia, qualcosa di tremendo. E parliamo di figure di spicco della comunità come il pretore e i parroci e, con loro, anche normali cittadini preoccupati solo di difendere il buon nome della città e l’onor proprio.

Eppure, una punizione peggiore gli assassini di Antonio e Giorgio non potevano averla. Il delitto ha infatti fatto emergere in tutta la sua enormità il problema di discriminazione degli omosessuali e la presenza di una dilagante omofobia in tutta la penisola. La conseguenza di questa presa di coscienza fu l’immediata reazione della comunità che oggi chiameremmo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender): venne fondato, proprio a Palermo, in quella stessa Sicilia che si rivelava colma di contraddizioni, il primo Arcigay, a opera proprio di un sacerdote, Marco Bisceglia, con l’assistenza, tra gli altri, di un giovanissimo obiettore di coscienza, Nichi Vendola. L’associazione si diffonderà in poco tempo in tutta Italia.

A questo primo evento seguirono, sempre a Palermo, la prima festa nazionale gay e un incontro tra Arcigay e partiti con la presentazione di un programma e di alcune richieste. Anche Le Papesse, il primo collettivo lesbico siciliano, venne fondato di lì a poco.

Tristemente ironico, dunque, che sia stato proprio un assassino retrogrado, pieno di pregiudizi e omofobo ad aprire il vaso di Pandora, a rendere Antonio e Giorgio due veri e propri martiri della causa omosessuale e ad attivare, di fatto, il movimento LGBT italiano contemporaneo, che oggi ha raggiunto e ottenuto il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali.

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