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Delitti e Salotti – Murders and Talk Shows

Gianni Pezzano

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di emigrazione e di matrimoni

Delitti e Salotti

Basta accendere il televisore per vedere programmi che ogni giorno trattano temi tragici, ma in un modo che spesso rischia di creare l’impressione di colpevolezza di qualcuno al di fuori del tribunale

 

“Paese che vai usanza che trovi” è un’espressione che rispecchia realtà profonde soprattutto quando ti trasferisci permanentemente da un paese a un altro. Passa il tempo e ti rendi conto che le differenze a volte sono più profonde e sottili di quel che pensavi. In particolare queste differenze si vedono nel modo in cui reati e delitti vengono trattati in televisione e nei giornali.

A dire il vero, queste differenze sono tra due diritti fondamentali per qualsiasi paese civilizzato, che spesso in Italia si trovano in conflitto tra di loro. Il primo è la libertà di stampa e del pubblico di essere informato, e il secondo il diritto di un imputato a un processo equo, non sempre possibile in un sistema dove i processi spesso si fanno in televisione e nei giornali prima ancora dell’inizio formale di un processo penale. Il giornalista ha il ruolo di informare il pubblico, però questo ruolo deve anche considerare la responsabilità di non mettere a rischio indagini e processi.

Basta accendere il televisore per vedere programmi che ogni giorno trattano temi tragici, ma in un modo che spesso rischia di creare l’impressione di colpevolezza di qualcuno al di fuori del tribunale. Analizzare presunte prove in uno studio televisivo o nei giornali quando le prove spesso non sono ancora state confermate in aula, non fa altro che creare le condizioni per proteste in decisioni legali diverse dalle aspettative create da programmi televisivi e articoli superficiali.

Se partiamo dalle indagini preliminari la fuga inopportuna di notizie potrebbe avere conseguenze negative per le persone indagate, perché spesso le indagini sono di routine e non necessariamente vengono seguite da imputazioni formali. Purtroppo in Italia un documento formale e tecnicamente di trasparenza come un avviso di garanzia, spesso viene trattato come una condanna dalla stampa, invece che una formalità giuridica.

Nei paesi anglosassoni le indagini sono coperte dal segreto assoluto e la fuga di nomi di indagati potrebbe essere motivo per non proseguire con le indagini, oppure per non proseguire in tribunale perché le indagini e le prove sono state inquinate. In questi paesi i nomi dei presunti colpevoli escono solo dopo l’imputazione formale per un reato, e nei casi più seri solo dopo la prima udienza davanti a un giudice che convalida l’arresto dopo aver dichiarato che le prove a carico dell’indagato sono sufficienti per meritare un processo penale.

Per questo motivo all’estero la prescrizione sparisce al momento dell’imputazione formale di un indagato. L’imputazione deve avere un risultato definitivo di colpevolezza o di innocenza, perché una dichiarazione della fine di un processo per avere superato i limiti di prescrizione non è una prova definitiva dello stato di colpevolezza vera dell’imputato. Anzi, la fine di un processo per prescrizione non è altro che una sconfitta del sistema giuridico del paese, un fallimento che non dovremmo mai permettere.

Questo trattamento dell’indagato non è una forma di rispetto per la persona sotto inchiesta, è rispetto per il concetto che la colpevolezza o l’innocenza di una persona si stabilisce in tribunale, dopo un processo regolare e non con una procedura mediatica come troppo spesso vediamo in televisione in Italia.

Ci vuole poco per ricordare casi in Italia dove personaggi sono diventati famosi per essere stati coinvolti in processi di alto profilo. Puntate intere di salotti televisivi sono state dedicate alle analisi di processi e indagini. Questi programmi somigliano a processi sommari senza le garanzie legali di un tribunale formale, e le esigenze tecniche per dimostrare se le prove fornite dal pubblico ministero siano state confermate con il giusto rigore scientifico.

Spesso gli ospiti di queste puntate non sono esperti di diritto penale, oppure tecnici scientifici capaci di valutare e giudicare prove puramente scientifiche, bensì personaggi capaci di creare scompiglio e “spettacolo” con il pubblico. Molti di questi personaggi sono diventati famosi proprio e solo perché aiutano programmi ad aumentare lo share televisivo. In questo modo i salotti televisivi sono diventati de facto aule di tribunale dove il futuro dell’imputato è deciso dal pubblico linciaiolo, che reagisce a seconda di come il caso è presentato e commentato dagli ospiti e non dal pubblico ministero e dall’avvocato difensore.   

Nessuno può mettere in dubbio che ci sono stati sbagli in processi legali e che la stampa ha avuto un ruolo importantissimo nel rivelare questi sbagli, non solo in Italia, ma in moltissimi paesi, anche in quelli con sistemi legali esigenti. Però c’è una differenza enorme tra fornire informazione e diventare il mezzo per giudicare le indagini e le prove per decidere poi se l’indagato sia colpevole o innocente.

Infatti, proprio per questo motivo in molti paesi prove rese pubbliche prima d’essere presentate formalmente e confermate in tribunale, sono dichiarate automaticamente inammissibili e infatti nei casi più seri i giornalisti rischiano imputazioni per oltraggio alla Corte. Questo vale anche nei casi di confessioni, perché il fatto che un imputato abbia confessato un reato non vuol dire che sia il colpevole. In Inghilterra Timothy Evans fu giustiziato dopo aver confessato d’aver ucciso tre donne, solo anni dopo con la scoperta di altri corpi si capì che il vero responsabile era John Christie, un caso raccontato nel film “10 Rillington Place” (L’assassinio di 10 Rillington Place in Italia) intitolato al luogo dei delitti.

Questo spiega l’altro motivo principale di assicurare che i processi finiscano regolarmente con prove confermate e non inquinate. Le indagini e il processo devono garantire che il vero colpevole venga arrestato e condannato, e non un innocente.

Lo stesso vale per le analisi troppo approfondite degli imputati di un processo in corso. Di nuovo nel sistema anglosassone i precedenti degli imputati non sono presentabili dal pubblico ministero e nemmeno il giudice del processo li conosce, per garantire la sua imparzialità. L’imputato dovrebbe essere giudicato e condannato dalle prove concrete per quel reato specifico e non in base a incidenti di venti o trent’anni prima. I meno giovani si ricorderanno che questo è successo in Italia nel passato e in particolare nel processo del “Mostro di Firenze” dove, per l’ennesima volta purtroppo, la Giustizia non fu aiutata da comportamenti sommari da una certa parte della stampa durante tutta la vicenda.

La Giustizia è fondamentale per noi tutti ed è alla base di tutto il nostro sistema di governo. Però, non dobbiamo dimenticare che è delicata e che dobbiamo trattarla con rispetto. Comportamenti troppi leggeri da parte di chi indaga e da chi riporta le notizie in modo superficiale non fanno altro che creare un clima di sfiducia nella Giustizia del nostro Paese.

La prossima volta che vediamo salotti televisivi e leggiamo articoli di processi sensazionali chiediamoci se quel che vediamo e leggiamo sia veramente quello che sarà presentato in tribunale. Chiediamoci soprattutto se davvero la presenza di chi sa presentare la sua causa al pubblico televisivo, invece di fornire le prove a un giudice in un tribunale, sia il miglior modo per decidere la colpevolezza o l’innocenza di qualcuno.

Infine, chiediamoci se noi dovessimo essere processati vorremmo trovarci in quella situazione? Non ho dubbi su come noi tutti risponderemmo a questa domanda…

di emigrazione e di matrimoni

Murders and Talk Shows

We only have to switch on the television to see programmes that every day deal with tragic themes but in a manner that often risks creating the impression of someone’s guilt outside the courts

“When in Rome do as the Romans do” is an expression that reflects a profound reality, especially when you move permanently from one country to another. Time passes and you realize that at times the differences are much deeper and much subtler than what you thought. These differences are seen especially in the way in which crimes and murders are treated on the television and the newspapers.

To tell the truth, these differences are between two essential rights for any civilized country that are often in conflict in Italy. The first is the freedom of the press and the public to be informed and the second the right of an accused person to a fair trial which is not always possible in a system where trials are often held on the television and in the newspapers even before the formal start of a criminal trial. Journalists have the role of informing the public but this role must also consider the responsibility of putting at risk investigations and trials.

We only have to switch on the television to see programmes that every day deal with tragic themes but in a manner that often risks creating the impression of someone’s guilt outside the courts. Analyzing alleged evidence in a television studio or in the newspapers that often has not been confirmed in the courtroom only creates the condition for protests against legal decisions that are different from the expectations created by superficial television programmes and newspaper articles.

If we start from the preliminary investigations the inopportune leak of news could have negative consequences for people under investigation because investigations are often routine and are not necessarily followed by a formal indictment. Unfortunately in Italy a formal and technically transparent document such as an “avviso di garanzia” (notice of investigation which advises people they are being investigated by the police) is often treated as a conviction in the press rather than a legal formality.

In Anglo Saxon countries investigations are covered by absolute secrecy and the leak of names of people under investigation could be the reason not to continue with the investigations or for not continuing onto the court because the investigations and the evidences have been tainted. In these countries the names are released only after formal indictment for a crime and in the most serious cases only after the first sitting in front of a judge who validates the arrest after having declared that the evidence against the suspect is enough to warrant a criminal trial.

For this reason in other countries the statute of limitations no longer applies after the suspect is formally charged. The charge must have a definitive result of guilt or innocence because a declaration at the end of a trial for having exceeded the limits of the statute of limitation is not a definitive proof of the state of guilt of the defendant. Indeed, the end of a trial for having exceeded the statutes of limitation of the crime is nothing more than a defeat of a country’s judicial system, a failure that we should never allow.

This treatment of the accused is not respect for the person under investigation, it is respect for the concept that guilt or innocence of a person is established only in court after a regular trial and not by a procedure in the media as we see all too often in Italy.

It takes little to remember people who became famous because they were involved in high profile trials. Whole episodes of television talk shows have been dedicated to the analysis of trials and investigations. These programs resemble summary trials without the legal guarantees of a formal trial and the technical necessities to show that proof supplied by the prosecutor has been confirmed with the proper scientific rigor.

Often the guests of these episodes are not experts in criminal law or scientific technicians capable of evaluating and judging purely scientific evidence but people capable of creating uproar and “putting on a show” for the audience. Many of these people have become famous precisely and only because they help programmes to increase their share of the television audience. In this way television talk shows have become de facto courtrooms where the future of the defendant is decided by lynching audiences that react according to how the case is presented and commented on by the guests and not by the prosecutor and the defence attorney.

Nobody can doubt there have been mistakes in legal trials and that the press has had a very important role in revealing these mistakes, not only in Italy but in many countries, even in those with demanding legal systems. However, there is a huge difference between providing information and becoming the means of judging the investigations and the evidence to then decide if the defendant is guilty or innocent.

In fact, this is the very reason why in many countries any evidence made public before it has been formally presented and confirmed in the court is automatically declared inadmissible and in the more serious cases journalists risk being held in contempt of court.  This is also true of confessions because the fact a defendant has confessed to a crime does not mean that he or she is guilty. In England Timothy Evans was executed after having confessed to killing three women, only years later after other bodies were discovered did it become clear that the true person responsible was John Christies in the case told in the film “10 Rillington Place”, named after the scene of the crimes.

This explains another main reason to ensure that trials end regularly with evidence that has confirmed and not been tainted. The investigations and the trial must guarantee that the real culprit is arrested and sentenced and not an innocent person.

This is also true for too detailed analysis of the defendant of an ongoing trial. Again in the Anglo-Saxon system in order to guarantee impartiality the defendant’s precedents cannot be presented by the prosecution and not even the trial judge knows them. The defendant must be judged and convicted by concrete evidence for that specific crime and not according to incidents twenty or thirty years before. The older readers will remember that this happened in Italy in the past and especially in the trial of the “Monster of Florence” when, for the umpteenth time unfortunately, Justice was not helped by summary behaviour by a certain part of the press during the entire affair.

Justice is essential for all of us and it is the foundation of our system of government. However, we must not forget that it is delicate and that we must treat it with respect. Frivolous behaviour by the investigators and those who report the news superficially does nothing but create a climate of distrust in our country’s Justice.

The next time we watch television talk shows and we read the reports of sensational trials we must ask ourselves if what we are watch and read is really what will be presented in court. We must ask ourselves above all if the presence of someone who knows how to present his case to the television audience instead of providing the evidence to a judge in court really is the best way for deciding someone’s guilt or innocence.

And finally let us ask ourselves, if we were to be tried would we want to find ourselves in that situation? I have no doubt how all of us would answer this question…

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Italia

Arleo su Legge di bilancio: bene le misure per il decollo delle zes e aumento dei beneficiari di Resto al Sud

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Il responsabile dell’Osservatorio sulla ricostruzione economica post COVID-19 di Competere.eu commenta alcune novità della Legge di Bilancio finalizzate a rilanciare l’economia nel Mezzogiorno

“Ben vengano le misure relative alle zone economiche speciali e all’ampliamento della platea dei beneficiari di Resto al Sud al fine di aiutare le start up nelle Regioni meridionali”. 

Lo dichiara Giuseppe Arleo, responsabile dell’Osservatorio sulla ricostruzione economica post COVID-19 di Competere.eu.
“Con i commi 173-176 e 170 della Legge di Bilancio – spiega Arleo – si definiscono misure molto importanti al fine di aiutare in maniera concreta coloro che intendano avviare un’attività imprenditoriale al Sud.  Nel primo caso è prevista una rilevante agevolazione fiscale per chi avvia un’attività d’impresa nelle zone economiche speciali istituite nel Mezzogiorno d’Italia, pari al 50% a decorrere dal periodo d’imposta nel corso del quale è stata intrapresa l’attività e per i 6 periodi d’imposta successivi. Con il comma 170, invece, si amplia la platea dei beneficiari delle agevolazioni di Resto al Sud, portando da 45 a 55 il limite d’età per poter accedere alle incentivazioni stabilite.

Sono due azioni diverse in tema di politiche agevolative, una fiscale l’altra finanziaria, ma entrambe sicuramente destinate a produrre risultati positivi, se saranno attuate in maniera rapida e veloce, pertanto riducendo al minimo il periodo di attesa dei passaggi burocratici necessari in modo da renderle immediatamente operative”.

Per il responsabile dell’Osservatorio sulla ricostruzione economica post COVID-19 di Competere.eu, i commi da 173 a 176 possono rappresentare finalmente l’auspicata svolta per le Zes. “Potrà essere finalmente valorizzata l’istituzione di questo nuovo strumento, la cui messa in pratica è stata di fatto rimandata per diversi anni. Con l’incentivo fiscale le Zes diventano concretamente attrattive per un sistema impresa che voglia tornare a essere protagonista, superando il periodo drammatico che ancora stiamo tutti vivendo”.

Giudizio positivo anche per le modifiche di Resto al Sud, incentivo gestito da Invitalia e che agevola l’avvio di attività nelle Regioni del Mezzogiorno e nelle aree del Centro colpite dal sisma nel 2016 e 2017. “L’innalzamento dell’età a 55 anni”, sottolinea Arleo, “consente a coloro che, per via della crisi generata dalla pandemia, non abbiano più un contratto di lavoro o vogliano riconvertire la propria attività, di avere una possibilità concreta di avviare una nuova iniziativa imprenditoriale, con un incentivo che copre l’intero investimento da realizzare. Resta purtroppo ancora escluso dalle agevolazioni il settore commerciale”.

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Crotone, episodio di violenza tra due giovani. Pestaggio ripreso con un telefonino

Benedetta Parretta

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Ripreso con uno smartphone il pestaggio di un adolescente, il filmato fa il giro del web. L’aggressore del coetaneo è figlio del pugile crotonese Tobia Giuseppe Loriga.

Nei giorni scorsi è stato diffuso in rete un video ripreso a Crotone nel quale si vedono due giovani ragazzi litigare violentemente tra di loro. In particolare uno di essi viene ripreso mentre con calci e pugni colpisce l’altro ragazzo inerme a terra, intimandogli di non reagire sennò continuerà a picchiarlo fino ad ucciderlo, mentre il povero malcapitato tenta di coprirsi il volto con le mani.

Altri ragazzi riprendono la macabra scena che si tinge del color rosso del sangue della vittima, che inorridito non reagisce più.

Alcune grida di altri coetanei suggeriscono l’utilizzo di alcune mattonelle per continuare a colpire il ragazzo, e negli occhi del ragazzino è palese la paura di morire, quando viene colpito da più testate violente restando visibilmente stordito.

I poliziotti della squadra mobile della Questura hanno in breve tempo identificato aggressori e complici protagonisti della vicenda, avvenuta a Crotone nello scorso mese di dicembre in un magazzino abbandonato della città a quanto pare per futili motivi, i partecipanti sono tutti minorenni.

Non si sa ancora quali sono i motivi della lite, ma si conosce il nome dell’aggressore che riempie di botte l’altro ragazzo nel video. Si tratta del figlio del pugile crotonese Tobia Giuseppe Loriga.

Per questo la Procura della Repubblica di Crotone ha trasmesso gli atti alla Procura per i minori di Catanzaro che sta valutando le responsabilità di ognuno dei protagonisti e le relative ipotesi di reato. “Quanto accaduto – si legge in una nota della Questura di Crotone – deve essere sicuramente stigmatizzato e pertanto si invita la cittadinanza a denunciare alle forze di polizia eventuali analoghe situazioni, al fine di prevenire il compimento di gesti emulativi”.

La Crotone degli adulti dovrebbe dimostrare in modo chiaro e tangibile che è contro la violenza, contro il bullismo. Un gesto concreto verso chi è vittima di pestaggi brutali è il minimo. Anche perché quando un minore si macchia di episodi di grave violenza i veri responsabili sono gli adulti, siamo noi che non sappiamo infondere i giusti messaggi e la morale, siamo sempre noi gli adulti che diamo l’esempio e dobbiamo preservare e riempire di contenuti il futuro dei nostri figli.

Qui di seguito il messaggio su FB del campione di pugilato Tobia Giuseppe Loriga in risposta a quanti lo hanno attaccato dopo l’episodio di violenza perpetrato dal figlio ai danni di un coetaneo. E anche se Facebook è una sorta di Agorà anche del mondo degli adulti, forse qualcosa di più poteva essere fatto per essere esempio costruttivo e non solo…’personaggi in cerca d’autore’!

Non posso che condannare, come padre, come atleta e come cittadino, il gesto fatto da mio figlio, divenuto in queste ore di dominio pubblico. Occorre però effettuare, sin da subito, alcune importanti precisazioni. Preliminarmente, i fatti sono stati commessi nel mese di dicembre, prima della celebrazione del Natale. Preso coscienza dei fatti – come mia abitudine e costume – ho incontrato immediatamente i genitori del ragazzo dove, a colloquio, alla presenza anche di Pierfrancesco, abbiamo voluto capire cosa fosse successo. Sempre in quella occasione, poi – come mia abitudine e costume – ho chiesto scusa al ragazzo ed alla famiglia. Sempre durante il privato colloquio, i ragazzi,oltre a chiarirsi e stringersi la mano in segno di pace, non riferivano di quanto si vede nel video, da me appreso, con forte rammarico, solo in queste ore. Ulteriore colloquio privato poi è stato tenuto, nuovamente con i genitori del minore, alla presenza delle Forze dell’Ordine DA ME PERSONALMENTE PORTATE! Anche in quella occasione ho chiesto umilmente scusa, l’ho invitato a venire in palestra gratuitamente – con la felicità e complicità del padre che mi rassicurava che lo avrebbe portato lui personalmente – e per sempre, nonostante porto ancora in cuore il rammarico e la delusione per quanto accaduto. E’ inutile dire che con il padre del ragazzo ci siamo pacificamente chiariti. Ancora, sempre successivamente al predetto incontro, il ragazzo commentava alcuni miei post con dei cuori. Ora, chi ha imparato a conoscermi, sia come uomo che come atleta, sa quanto sia contrario alla violenza, in qualsiasi forma essa si presenti. Chi mi conosce sa bene che insegno ai miei allievi la non violenza ed anzi, utilizzare la nobile arte fuori dalla palestra – qualunque sia il motivo – vuol dire essere immediatamente espulsi. Cresco ed accudisco i miei allievi come figli, cercando di non far loro compiere gli stessi miei errori commessi in gioventù. Sfido qualsiasi padre a dire diversamente. Chi non ha mai commesso errori in gioventù? E chi vorrebbe che i figli commettano gli stessi errori dei padri? Sono però rammaricato anche per le aspre e gratuite critiche che mi vengono mosse come padre e genitore. Ho dato a Pier tutta l’educazione possibile. Gli ho dato i migliori consigli che un padre possa dare. Gli ho insegnato che si è forti se si è buoni nell’animo e non violento nella mani. Ma a quanto pare l’opinione pubblica dimentica come alle volte sia difficile essere genitore ma si vuole, a tutti costi, colpevolizzare, puntare il dito e denigrare. Lo ripeto, più volte sono stato a colloquio con la famiglia del ragazzo e con lo stesso ragazzo e, per quanto nelle mie facoltà, ho fatto ciò che potevo fare. Mi spiace leggere commenti ed incitamenti a chiedere pubblicamente scusa – come se l’averlo fatto in privata sede e non averlo reso pubblico non abbia la stessa valenza. Sono stato messo in queste ore alla gogna perchè sarei “un genitore che insegna la violenza”. AVETE OGGETTIVATO UNA IMMAGINE DISTORTA DELLA MIA PERSONA, FORSE COMPRENSIBILE COME ATLETA, MA NON COME PADRE E PER QUESTO NON ACCETTO DA NESSUNO CRITICHE ASSOLUTAMENTE GRATUITE E FUORI LUOGO. Per il resto, aspettiamo che la Magistratura faccia il suo corso. Come disse Gesù, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Tobia Giuseppe Loriga

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Cisl Medici Lazio: campagna vaccinale anti COVID-19 non è una gara a chi vaccina di più

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La Cisl Medici Lazio ha pubblicamente apprezzato la campagna vaccinale anti COVID-19 portata avanti dalla Regione Lazio ma ammonisce ‘non è una gara a chi vaccina di più. Assessore alla Sanità sia rigoroso e vigile nel far somministrare seconda dose a 21 giorni di distanza’

di Vanessa Seffer

 

Sarebbe estremamente grave – evidenzia la Cisl Medici Lazio in un comunicato – se gli operatori sanitari che si sono sottoposti alla prima iniezione del vaccino anti COVID dovessero rimanere senza la seconda dose di vaccino da somministrare a 21 giorni di distanza. 

Sarebbe grave perché non verrebbe rispettata la esatta sequenza temporale dettata dalla azienda produttrice del vaccino, e confermata dalla comunità scientifica, e non ci sarebbe alcuna certezza sulla possibilità di mettere in sicurezza gli operatori sanitari.

Sarebbe grave perché nessuno sa cosa accade a chi si è vaccinato la prima volta ed ora rischia di vedere slittare la seconda dose di vaccino. E certo non potremmo accontentarci delle eventuali rassicurazioni che qualche presenzialista televisivo finirà per emettere per accontentare magari chi avrebbe dovuto garantire una adeguata programmazione vaccinale.

Sarebbe grave perché aumenterebbero i numerosi dubbi sulla campagna vaccinale che non può essere fatta nelle Asl del Lazio con accelerazioni dettate dalla voglia di primeggiare nei numeri per vincere la gara a chi vaccina di più.

Sarebbe grave a fronte della risonanza mediatica che si è data alla necessità di vaccinare le categorie più fragili e gli anziani ultraottantenni.

E come Cisl Medici Lazio avevamo visto giusto considerato che pochi giorni fa, in un precedente comunicato, scrivevamo che occorreva evitare quella che sembrava già una gara al primato di chi vaccina di più.

La Cisl Medici Lazio ha pubblicamente apprezzato la campagna vaccinale anti COVID-19 portata avanti dalla Regione Lazio, per i medici e il personale sanitario, sulla base di una adesione  “libera e volontaria” e quindi senza alcuna obbligatorietà. Oggi invitiamo l’Assessore alla Sanità a non attardarsi sul tema del certificato vaccinale da rilasciare a partire da febbraio, dopo la somministrazione della seconda dose, bensì a garantire la somministrazione stessa della seconda dose facendo la voce grossa a tutti i livelli istituzionali per mettere in sicurezza gli ospedali e gli operatori sanitari e di conseguenza mettere in sicurezza i pazienti e i cittadini.

E invitiamo fermamente l’Assessore alla Sanità del Lazio a fare la voce grossa anche con le direzioni strategiche delle Asl e delle Aziende ospedaliere affinché accelerino con le assunzioni di personale necessarie a dare stabilità e continuità alla lotta contro le altre malattie acute e croniche trascurate a causa della pandemia – conclude il comunicato della Cisl Medici Lazio.

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