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Diritti umani

Dall’autore de “Il caso Aversa”, “Viaggio tra i destini paralleli della mia terra”.

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Tempo di lettura: 7 minuti

Per il libro di Antonio Cannone al Premio internazionale Golden Books Awards menzione quale miglior saggio 2020.

Antonio Cannone, attento giornalista e scrittore ha da sempre denunciato attraverso metafore e simbolismi le complessità dei rapporti umani in una società dove il concetto di coscienza è andato modificandosi col mutare del potere economico. Un filo conduttore unico per tutti i suoi libri.

Ritiene che la denuncia attraverso la carta stampata possa essere ancora utile?

Sì, fin al mio primo libro, L’Anemone di Adone del 1991, ho cercato di lanciare messaggi. Io ritengo che chi scrive lo fa per se stesso senza dubbio. Un pò come auto analizzarsi. Ma chi scrive deve porsi contemporaneamente  il problema che c’è sempre qualcuno che legge. Un lettore? Due? Tre? Diecimila? Va bene qualsiasi  sia il numero delle persone che si raggiungono. Oggi poi che i media sono in mano ai grandi gruppi di potere, c’è un’enorme difficoltà e per questo non bastano i social dove dopo meno di un secondo un tuo post è già superato mentre il libro rimane per sempre. Dopo averlo letto magari ti rimane in testa qualcosa e lo riprendi altre volte per approfondire meglio un pensiero, un concetto che ti era sfuggito.  Metafore e simbolismi sono la forma ideale per me, come per tanti altri, di raccontare la vita che è già un palcoscenico. Nel nostro quotidiano anche se non ce ne accorgiamo subito, avviene una mutazione di rapporti continua non sempre positivi. Anzi, quasi sempre subiamo cambiamenti imposti ed è qui che faccio riferimento alla nostra coscienza che deve cercare, per definizione, di saper scindere i valori e formarsi. Se lo facciamo in maniera critica verso questa deriva capitalistica che non guarda in faccia nessuno,  forse riusciamo a resistere e cercare di cambiare il corso degli eventi.  Altrimenti si rimane passivi, attratti dal potere economico e dal consumismo che impone questo modello di società discriminante.

Ritiene l’alienazione  tecnologica colpevole del mutamento delle coscienze e quindi di questa nuova superficialità ed insensibilità?

Di per sé la tecnologia è una grande ricchezza. Già nel libro ‘Gli Intrusi-Fascino mortale’, ammonivo però sull’uso che se ne fa. È innegabile che l’alienazione ai mezzi di comunicazione attuali porta in sé una specie di blocco delle coscienze che solo chi ha sensibilità e vuole porre un argine a questa deriva, può cercare di ‘scaldare’ i cuori, per così dire, dell’umanità. Frenare in qualche modo la piega che sta prendendo il genere umano, sempre più insensibile e superficiale  verso i bisogni degli ultimi.

I critici del Premio Letterario Residenze Gregoriane di Tivoli hanno definito il suo romanzo “Un originale e inedito viaggio introspettivo – di dantesca memoria – ottimamente descritto, che tratteggia un’umanità presa dai propri materiali bisogni, negli errori e nelle trappole di ogni giorno”. Ritrova il suo romanzo in tale descrizione?

Una delle più belle critiche ricevute sul mio ultimo libro. Senza dubbio è una descrizione reale e concreta del  lavoro realizzato. Una critica che rispecchia esattamente ciò che ho inteso esprimere. Ogni capitolo con i suoi personaggi  esprime un’umanità variegata, segnata da storie parallele con profonde differenze di valori, concezione di vita e bisogni. Sofferenze e tratti  distintivi. Ma al centro c’è sempre l’uomo che ha nella sua coscienza la forza per poter cambiare le sorti della propria esistenza. Privata e collettiva.

Il libro è un j‘accuse contro il potere, contro le mafie e la corruzione. Ma anche contro la dittatura del consumismo e ogni sua declinazione. Ritiene possa essere utile strumento per guidare i giovani alla consapevolezza?

Non voglio essere arrogante o presuntuoso. Dico che ogni generazione ha valori sani e che si contraddistinguono in ogni epoca storica. Oggi i giovani sono talmente avanti rispetto alle generazioni precedenti che sarebbe sciocco voler insegnare loro cosa fare. Non ho mai sopportato questo atteggiamento da altri. L’accusa che muovo è nei confronti di questo sistema che crea diseguaglianze e i giovani sono le prime vittime per un fatto puramente oggettivo. Non ci sono luoghi di aggregazione e oltretutto ora con questa pandemia le cose si sono aggravate. Finiscono per rimanere in casa, aggrappati alla playstation, ai social quando va bene. Oppure, prendere ad esempio modelli di vita imposti anche da una narrazione della realtà che li fa rispecchiare in molti casi nei personaggi di Gomorra.  A questo si aggiunge il ‘martellamento’ quotidiano dei media che propina una società che deve essere perfetta, ricca e sempre sorridente, sfoggiare benessere a tutti i costi. Insomma, la società liquida di Bauman. Quindi, è naturale che prevalgono corruzione e mafia.  Possedere sempre di più rispetto all’altro alimenta il consumismo che risucchia in un vortice tutto e tutti e fa ingrassare le multinazionali. Nessun Governo si oppone a questo perché si è complici. Sta vincendo un modello economico che non ha precedenti nella storia e questo è davvero preoccupante perché ad oggi non ci sono ancora gli anticorpi giusti per contrastare questo strapotere mediatico ed economico.

Non mancano i riferimenti alla società calabrese, o meglio parte dal sud per articolarsi in altri luoghi. Un viaggio interpretato da una voce narrante. Perché questa scelta?

“La coscienza di ogni essere umano parla sempre. Non si ferma mai se non con la cessazione della vita. Ed è questa che prevale nel mio libro e che si trasforma in voce narrante.  Rispetto agli altri miei lavori, pur rimanendo nel solco di una certa preposizione del messaggio, ho scelto una narrazione diversa. Far parlare per tutto l’arco del racconto la voce narrante che attraverso i personaggi si interroga e interroga il mondo. Ho pensato di raccontare alcuni aspetti del Sud e della Calabria in particolare, al di là dei soliti stereotipi che si possono leggere in alcuni saggi. Per carità legittimi. Ho voluto rappresentare la realtà partendo anche dalla coscienza di un mafioso, che nonostante tutto ha un cervello come chiunque altra persona che ha fatto un’altra scelta di vita. E la vita è anche questo. E così mi è sembrato coerente, in  tutto l’arco narrativo, far parlare la voce narrante.  Come quando qualcuno ci osserva dall’alto e non giudica solamente ma mette a confronto le diversità e le scelte che si compiono. Quindi, un viaggio fra i destini dei protagonisti che sono lo specchio della realtà.

Ogni personaggio, nel libro, ha il proprio palcoscenico, che in realtà diventa la prigione in cui si evidenzia la difficoltà dell’uomo nell’agire quotidiano e nei rapporti con il suo simile:  di fronte ai fatti, il subire o il provocare. È la coscienza a parlare  dello ndranghetista con giacca e cravatta che fa affari loschi e deturpa l’ambiente, dell’idealista che affronta il broker, del politico potente campione di demagogia e maestro d’imbrogli, ma soprattutto del padre che sa di morire e spiega al figlio come affrontare quello che è il più doloroso dei distacchi. Potremmo dire che in questi personaggi sia racchiuso tutto lo scibile umano moderno?

E’ la filosofia di questo libro. Si può dire che questo lavoro racchiude esattamente il mio pensiero sulla vita. Non si discosta dagli altri, ma è frutto davvero di un narrare libero e  intriso, come già detto di simbolismo e metafore.  E’ una sintesi delle mie conoscenze, di quello che ho appreso, dei miei ideali, dei miei riferimenti.  Certo, si trova tutto ciò che anche il mio lavoro di giornalista ha riscontrato: dalla politica, quasi sempre sinonimo di imbrogli e raggiri della povera gente disperata e in cerca della raccomandazione per un posto di lavoro, passando per chi è vittima della ‘ndrangheta, dall’idealista che si oppone ad uno stato di cose che non rispecchia il suo credo e via discorrendo fino a toccare il tema della morte che nei miei lavori è sempre presente. Durante la prima presentazione ufficiale del libro, il noto sociologo dell’Università di Firenze  Vittorio Mete lo paragonò per certi versi  a ‘Petrolio’ di Pasolini, perché trovò evidenti riferimenti nell’arco della narrazione che ne ripercorrono le tematiche. Alla luce anche delle profonde mutazioni avvenute nel corso di questi anni.  Per me un complimento bellissimo del quale ne vado orgoglioso e onorato.  Ma c’è anche tanto Zavattini, un altro grande scrittore che amo e che ho letto tantissimo, anche per essere stato fra i padri nel Neorealismo italiano che rimane il periodo più bello del nostro cinema.

Nel libro spunta anche una figura particolare: l’inventore di una App della ‘verità’.  Ci racconta da cosa nasce questa figura?

“Per tornare a Zavattini, l’idea per esempio dell’App appartiene al concetto tanto caro a Zavattini di verità. Oggi  paradossalmente si fa fatica – nonostante lo sviluppo incredibile delle nuove forme di comunicazione – a comprendere cosa realmente fanno gli Stati, i Governi.  In alcune nazioni come Taiwan, la tecnologia è davvero avanti in quanto a partecipazione democratica dei cittadini. Ognuno può interagire con il Governo attraverso in un’apposita piattaforma e discutere su una legge prima che venga approvata, dare un contributo.  Nel mio libro parlo di una App dalla quale ogni cittadino ha il diritto di apprendere cosa fanno i suoi governanti.  Apprendere la verità. Si dirà che i nostri politici usano i post su Facebook, Twitter, etc, ma non è esattamente la stessa cosa. Loro raccontano una loro versione senza contraddittorio. E qui il riferimento torma a Pasolini che aveva visto questo già 40, 50 anni fa parlando della televisione. Oggi a parte la tv, i social sono il megafono di chi ha in mano il potere. Quindi,  l’idea di una App da tutti scaricabile con la quale i cittadini possono sapere in tempo reale cosa fanno i Governi, ma anche le Regioni, etc. Ma, ripeto, sapere la verità non filtrata da uffici stampa di comodo e senza nascondere affari  e interessi di ogni singolo Stato. Questa si che sarebbe una rivoluzione e un cambiamento di rapporti tra Stato e cittadino, non più suddito ma protagonista alla pari.

Si aspettava la menzione quale miglior saggio del Golden Books Awards ?

Sicuramente una grande soddisfazione perché si tratta di un premio internazionale con scrittori e poeti provenienti da diversi Paesi europei  e non solo, con i quali ci siamo ritrovati nella splendida Napoli. La giuria era di altissimo rango, basta citare Fabrizio Caramagna, il giudice Mirabelli, l’attore Giovanni Caso e altri. Ringrazio l’Accademia degli artisti, il centro culturale studi storici di Eboli e la Umberto Soletti Editore per l’organizzazione curata dalla presidente Carmela Russo. Ma la cosa che mi ha fatto piacere è che il libro, oltre ad essere considerato un saggio,  ha vinto un altro premio  speciale quale miglior romanzo ‘Autori di Calabria’ nell’ambito della rassegna letteraria nazionale “Un libro amico per l’inverno” IX edizione 2020 che si è svolta a Rende. Ecco, credo che la maggiore soddisfazione per quest’opera  sia proprio quella di avere coniugato insieme due generi  letterari.