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Dal Regno di Redonda al Principato di Sealand: la libertà di scegliere la propria utopia politica e di concedere titoli nobiliari a personaggi famosi

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Tempo di lettura: 3 minuti

Nominati “duca” Francis Ford Coppola, Pedro Almodòvar e Umberto Eco.

di Luca Rinaldi

 

Il Regno di Redonda è un’isoletta delle Antille di circa 3 kmq appartenente ufficialmente allo stato di Antigua e Barbuda e ufficiosamente a… Re Xavier, al secolo Javier Marìas Franco, scrittore spagnolo che, dopo una serie di vicissitudini ereditarie, ha ottenuto la corona che un tempo era stata di Re Mateo, primo sovrano di Redonda.

 

Re Mateo in principio era solo un banchiere che comprò l’isola nel 1865 e che richiese il titolo di re alla regina Vittoria, monarca inglese. La regina concesse bonariamente il titolo a patto che non vi fosse alcuna rivolta verso il dominio coloniale britannico.

 

Oggi Re Xavier, in veste di sovrano, ha creato una sorta di nazione artistica in cui concede pittoreschi titoli nobiliari a personaggi del mondo artistico spagnolo e internazionale. Tra gli insigniti più famosi ci sono Francis Ford Coppola, regista statunitense e “duca di Megalòpolis”, il regista spagnolo Pedro Almodòvar, ora “duca di Trèmula”, l’italiano Umberto Eco, filosofo e scrittore nonché “duca dell’isola del giorno prima” e lo scrittore Philip Pullman, “duca di Cittàgazze”.

 

Stranezze del nostro variegato mondo, senza dubbio, ma in realtà non poi così strampalate, perché il Regno di Redonda rientra in quelle che vengono definite micronazioni, micro-entità territoriali nate soprattutto negli anni ’70 del Novecento. Create da un ristretto gruppo di persone, in molti casi addirittura da una singola persona, tali territori pretendono il riconoscimento di nazione o stato indipendente, senza però ottenerne alcuno a livello internazionale. A mala pena tollerate in alcuni casi, in quanto vettrici di promozione turistica o, come nel caso di Redonda, per una sorta di bonaria concessione dall’alto, in altre occasioni sono state soppresse anche con la forza dai governi nazionali.

 

Sembra una follia, ma la Storia è piena di avventurieri, speculatori o eccentrici miliardari, che, preso possesso di isolette disabitate o strutture abbandonate, vi hanno stabilito dimora e hanno deciso di instaurarvi di propria iniziativa un governo e di autoproclamarsi re, principi o reggenti.

 

Le micronazioni possono nascere per l’insofferenza nei confronti delle imposizioni di entità statali più grandi, percepite come distanti, poco presenti o soffocanti. Il Principato di Sealand, creato nel 1967 occupando una piattaforma antiaerea sita in acque internazionali e abbandonata dagli inglesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, è nato per i problemi legali incontrati da una stazione radio a cui era stato impedito di trasmettere. In altri casi c’è una volontà di sperimentare forme sociali differenti, comunità innovative e utopistiche o tentativi di veri e propri assolutismi monarchici. Nascono anche per esigenze prettamente materiali o fraudolente di miliardari e investitori in cerca di stati tax-free o ancora per fini ludici e goliardici senza alcuna seria pretesa di riconoscimento.

 

Tutti questi casi hanno in comune una ridotta estensione territoriale e un altrettanto ridotto numero di “cittadini”, così come la dotazione di una forma di governo e di una struttura in apparenza simile a quella degli stati sovrani, con tanto di simboli ufficiali e riconoscimenti di onorificenze e titoli nobiliari, oltre che in alcuni casi, emissione di francobolli, monete e passaporti, ovviamente non validi nel resto del mondo.

 

Sono casi particolari, pittoreschi, anacronistici, ma fanno riflettere sul fatto che in un contesto internazionale sempre più globalizzato e regolamentato, esista ancora qualcuno che preferisce disporre della propria libertà a discapito dei vantaggi che derivano dall’essere connessi al resto del mondo. Il desiderio di indipendenza rimane connaturato all’essere umano che cerca un riconoscimento e chiede di essere considerato come individualità.

Il fenomeno delle micronazioni  forse rappresenta semplicemente un altro modo per ottenere un tale risultato.

 

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