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Crotone. Rinviati a giudizio Pezziniti e Cortese per l’omicidio D’Arca dello scorso anno

By 21 Febbraio 2020 No Comments

Il 20 febbraio si è svolta l’udienza preliminare per l’omicidio di Stefano D’Arca, avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2019 sotto i portici a Crotone. L’associazione Libere Donne al fianco della famiglia D’Arca con gli avvocati Jessica Tassone ed Emanuele Procopio

di Benedetta Parretta

Per nonno e nipote, rispettivamente Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese,  il Pm Giampiero Golluccio ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio, nel corso dell’udienza preliminare del 20 febbraio presso il Tribunale di Crotone per l’omicidio di Stefano D’Arca di 54 anni. I due sono inoltre accusati di detenzione, porto e ricettazione dell’arma usata per il delitto; il sessantasettenne Pezziniti è accusato anche della detenzione di un revolver con matricola punzonata.

Come si sono svolti i fatti che hanno portato all’uccisione di D’Arca

La lite tra D’Arca e Cortese sarebbe degenerata la notte del 7 marzo alla chiusura del bar Moka di Luciano Cortese padre di Giuseppe, per la perdita di una schedina. Stefano D’Arca avrebbe danneggiato una zuccheriera e una vetrina, forse era ubriaco. Giuseppe Cortese chiamò il padre Luciano che, con l’ausilio di alcuni dipendenti, separò il figlio e D’Arca, ma neanche lui riuscì a riportare la calma.


Allora il giovane chiamò il nonno, che abita a due passi da lì ed è il titolare dell’hotel Concordia.

Lo stesso Giuseppe Cortese a quel punto prevelò una pistola in uno sgabuzzino e tornò sul posto, ritrovandosi con D’Arca che inveì verbalmente. «Ti sei preso una pistola per spararmi?».

Quindi D’Arca venne allontanato dal bar dal padre del ragazzo che, a quanto pare insieme al nonno, a quel punto affrontò D’Arca che con atteggiamento di sfida disse al giovane che non avrebbe avuto il coraggio di sparare.

Il nonno sostiene di aver impugnato lui l’arma e di aver sparato.

Sette i colpi partiti da quella maledetta calibro 7,65 con la matricola abrasa, cinque dei quali raggiunsero al petto D’Arca, che morirà in ospedale poco dopo.

Il nonno chiamò l’ambulanza del 118 e la polizia, dichiarando:“abbiamo sparato a qualcuno che ci ha aggrediti… ci siamo difesi”. Ma la polizia intervenuta sequestrò a casa del nonno un’altra pistola clandestina. La vicenda fu ricostruita rapidamente dagli agenti della Squadra Mobile della Questura grazie anche alla visione delle immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza, da cui emerge un quadro inquietante.

Cosa emerge dalle telecamere di videosorveglianza

«Ce l’hai le palle per spararmi?», dice nelle immagini audio video il D’Arca «Lui non ce l’ha ma ce le ho io» risponde prontamente il giovane Cortese.

La scena assurda dura venti minuti ed è tutto filmato.

E viene fuori che già venti minuti dopo la mezzanotte, D’Arca, avvicinandosi al bancone, faceva cadere degli oggetti. Si vede anche un dipendente che indietreggia cercando di calmarlo.

Quindi D’Arca si scaglia contro un distributore di palline colorate.

In quel momento Giuseppe Cortese fa una telefonata mentre D’Arca continua a colpire il bancone. Arriva Luciano Cortese, che cerca di calmare D’Arca che dopo un po’ riprende a inveire. Giuseppe Cortese allora esce dal bar e percorre il marciapiede sotto i portici in direzione di piazza Pitagora, fino all’hotel Concordia, gestito dal nonno.

Poco dopo fa lo stesso tragitto in direzione opposta. Con la mano sinistra regge un oggetto.

E’ una pistola. Torna nel locale impugnandola. Sono le 00,42 quando rientra al bar.

Gli agenti durante l’interrogatorio che seguì all’omicidio di D’Arca, misero il ragazzo di fronte all’evidenza del possesso della pistola, e Cortese ammise indicando il luogo dove l’aveva riposta dopo gli spari.

Nello stesso frangente Pezziniti si autoaccusò di essere stato lui a sparare contro D’Arca nonostante nel video fosse inquadrato il ragazzo con la pistola.

Scattò la perquisizione all’hotel Concordia dove il ragazzo fece rinvenire una busta con dentro una pistola calibro 7,65 e 343 cartucce. Nella stanza da letto di Pezziniti, in una cassetta di sicurezza, venne poi trovato un revolver con sette cartucce.

L’impegno dell’associazione Libere donne

Contro la giustizia fai da te, Katia Villirillo, la mamma di Giuseppe Parretta, il 18enne ucciso nel centro storico nel gennaio 2018 nella sede dell’associazione “Libere donne”, da lei presieduta, insieme all’associazione “A un passo da te” formata dagli amici del ragazzo, organizzò una fiaccolata alcuni giorni dopo il grave fatto di sangue.

Ma l’impegno di Libere Donne non si è fermato solo a questo, infatti la moglie e la figlia di Stefano D’Arca sono rappresentate e difese in tribunale da Emanuele Procopio e Jessica Tassone, avvocati di fiducia della Villirillo e delle due associazioni da lei fondate. Fabrizio Gallo rappresenta i fratelli della vittima; Cortese è difeso da Francesco Laratta e Ilda Spadafora e Pezziniti da Aldo Truncè.

Nella mattinata di ieri è stato disposto rinvio a giudizio nei confronti di tutti gli imputati per tutti i capi di imputazione.

A giudicare per il fatto omicidiario sarà la corte di assise di Catanzaro. Il giudice dell’udienza preliminare con il proprio decreto nel rigettare le richieste degli avvocati degli imputati, e raccogliendo le tesi di pubblico ministero e parti civili, gli avvocati Jessica Tassone, Emanuele Procopio e Fabrizio Gallo, ha fissato l’inizio del processo per il 28 maggio prossimo.

Il giudice si è altresì riservato sulla decisione su l’istanza di sequestro conservativo dei beni avanzata dai procuratori delle parti civili.

Pertanto il barbaro omicidio del povero Stefano D’Arca, palesemente ucciso a sangue freddo e per futili motivi, sarà deciso dalla Corte di Assise di Catanzaro in un giudizio ordinario.

Gli Imputati Cortese e Pezziniti sono al momento detenuti in regime di arresti domiciliari.

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