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Attualità

Crotone, ergastolo confermato in appello per Salvatore Gerace per l’omicidio di Giuseppe Parretta

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La corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la massima pena per Salvatore Gerace che il 13 gennaio del 2018 uccise a colpi di pistola il 18enne Giuseppe Parretta: “Gerace è risultato ben conscio di ciò che stava facendo al momento del fatto e delle possibili conseguenze morali e giuridiche della sua azione”

di B.P.

Ergastolo confermato in appello per il 59enne di Crotone Salvatore Gerace, reo confesso dell’omicidio del 18enne Giuseppe Parretta assassinato a colpi di pistola il 13 gennaio del 2018 nel centro storico di Crotone. La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro presieduta da Fabrizio Cosentino (Abigail Mellace consigliere), ha da poco emesso la sentenza che ha confermato in ogni sua parte la decisione emessa il 5 dicembre 2019 dai giudici di primo grado.

Il collegio ha di fatto accolto le richieste dell’accusa e delle parti civili (tra i quali la mamma e la sorella di Giuseppe)

Nel corso dell’udienza, a cui hanno partecipato anche i famigliari della giovane vittima difesi dagli Avvocati Emanuele Procopio e Jessica Tassone, Gerace in una dichiarazione spontanea continuava a dire di essere innocente e ha attaccato la signora Villirillo “accusandola di aver nascosto delle carte, e ha offeso anche Benedetta, la sorella di Giuseppe, accusandola di aver detto il falso”.

La Corte, però, ha confermato la sentenza di primo grado. Il consulente della Corte, analizzando tutta la documentazione clinica e il diario clinico del carcere, ha dichiarato che il “Gerace è risultato ben conscio di ciò che stava facendo al momento del fatto e delle possibili conseguenze morali e giuridiche della sua azione, lo stesso aveva una percezione non distorta della realtà e la capacità di discernere rettamente il significato ed il valore del proprio comportamento” pertanto, è indubbia la sua responsabilità penale.

L’infermità mentale, dunque, non è stata dimostrata. Un motivo di gioia e liberazione per Katia e Benedetta, che al momento della lettura della sentenza si sono abbracciate e sciolte in un pianto liberatorio.