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Crisi energetica: la strada maestra — Energy crisis: the main road

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Tempo di lettura: 5 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Crisi energetica: la strada maestra

di Marco Andreozzi

Nelle ultime due settimane, si sono verificati alcuni fatti poco positivi che, relativamente ad energia e cambiamenti climatici, hanno riguardato l’Unione Europea (UE) e ancor più marcatamente l’Italia. In primo luogo, proprio mentre Mario Draghi era a Kiev, il regime russo ordinava di diminuire le forniture di metano ad un Paese dove il rischio di siccità si va profilando, in particolare nella pianura padana. Una doppia pressione che può spingere a prevedere modalità di razionamento di beni di pubblica utilità in una situazione definibile come di quasi-guerra, purtroppo. Circa il gas, se la Germania importa dalla Russia più dell’Italia – 66% contro 43% – l’Italia è, per contro, molto più dipendente da esso nel proprio mix energetico. I dati 2019 ci dicono che l’Italia ha consumato poco più di 6 TJ (terajoule, mille miliardi di Joule) di energia, della quale il 41,8% dal metano, il 34,4% dal petrolio e il 19,4% dalle rinnovabili. Di converso la dipendenza tedesca dal metano è di circa il 27%.

Con l’inflazione europea ai valori noti dell’8%, la situazione ricorda la crisi energetica del 1973 (e ’79), stimando che un terzo del problema è dovuto al fattore-energia. Ora, mentre la Germania sta riaccendendo le centrali a carbone, il problema andrebbe visto come opportunità per transitare verso un vero sistema energetico sì più pulito, ma anche endogeno, ovvero sostenibile e compatibile con lo sviluppo industriale ed economico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) stima che gli investimenti complessivi per raggiungere l’obiettivo delle zero-emissioni climalteranti al 2050 dovrebbero valere 5.000 miliardi di $ per anno fino a quella data. Cifra che se proporzionata alla percentuale del PIL italiano sul pianeta – pari al 2,5% – può significare un investimento annuo nel Bel Paese di 130 milioni di $ l’anno, pari al 6,5% del PIL generato oggi. 

Si può fare. Soprattutto se questo 6,5% accorpa incentivi su: eolico fuori-costa, solare termico, biocombustibili da terreni marginali non agricoli, biogas, digitalizzazione dei sistemi porto-retroporto, trasporti merci e persone su ferro, autostrade del mare, idrogeno per utilizzi nell’industria energivora come siderurgia, ceramica e vetro, nucleare. Investimenti in mobilità significano uso più razionale dell’energia prodotta e sono vettori di sviluppo economico. Ricordiamo infatti alcuni moltiplicatori: Un posto di lavoro in tecnologia ne genera due nei servizi; 1 € di domanda aggiuntiva nell’economia marina (10% del PIL) ne produce 2 di ricaduta sull’economia nazionale; aggiungiamo a questo la maggior efficienza degli incentivi sull’industria a monte delle filiere (acciaio) invece che sulla manifattura delle produzioni finali. Insomma, puro concetto sinergico e il PNRR dovrebbe avere questo chiaro orientamento.

E viceversa, la duplice sorpresa. L’Italia alloca 1,5 miliardi di € del PNRR – a fondo perduto addirittura – per realizzare impianti fotovoltaici nel settore agricolo, zootecnico ed agro industriale. Altissima invasività territoriale per un apporto marginale di energia elettrica generata – per giunta già meno cara dell’elettricità delle centrali – di cui la Cina in particolar modo ringrazia (di cui si è già detto in articoli precedenti): dipendenza dall’estero con situazione di monopolio, dove vengono meno garanzie di qualità a prezzi idonei (in assenza di mercato). E qualche giorno prima il parlamento europeo approvava in via definitiva il ‘FitFor55’ (di cui si è già scritto): solo vetture elettriche dal 2035. Anche qui la Cina ringrazia. Ma al 2035 la dipendenza dal gas russo sarà terminata, giusto?

 

Energy crisis: the main road

by Marco Andreozzi

In the last two weeks, some not very positive events have occurred which, in relation to energy and climate change, have concerned the European Union (EU) and even more markedly Italy. In the first place, just while Mario Draghi was in Kiev, the Russian regime was ordering to decrease the supply of methane to a country where the risk of drought is looming, particularly along the Po valley. A double pressure that can lead to methods of rationing public utility goods in a situation that can be defined as quasi-war, unfortunately. Regarding gas, if Germany imports more from Russia than Italy – 66% against 43% – Italy is, on the other hand, much more dependent on it in her energy mix. The 2019 data tell us that Italy consumed just over 6 TJ (tera-joule, one trillion Joules) of energy, of which 41.8% from methane, 34.4% from oil and 19, 4% from renewables. Conversely, the German dependence on methane is about 27%.

With European inflation at known values of 8%, the situation recalls the energy crisis of 1973 (and ’79), estimating that one third of the problem is due to the energy factor. Now, while Germany is re-igniting coal-fired power plants, the problem should be seen as an opportunity to move towards a true energy system that is cleaner, but also endogenous, that is, sustainable and compatible with industrial and economic development. The International Energy Agency (IEA) estimates that the overall investments to achieve the zero-greenhouse gas emissions target by 2050 should be worth $ 5 trillion per annum up to that date. A figure that is proportional to the percentage of Italian GDP on the planet – equal to 2.5% – can mean an annual investment in the Bel Paese of $ 130 million a year, equal to 6.5% of the GDP generated today.

It can be done. Especially if this 6.5% brings together incentives on: off-shore wind farming, solar thermal, bio-fuels from marginal non-agricultural land, biogas, digitization of port-rear port systems, transport of goods and people by rail, motorways of the sea, hydrogen for uses in the energy-intensive industry such as steel, ceramics and glass, nuclear power. Investments in mobility mean a more rational use of the energy generated and are vectors of economic development. In fact, let’s recall some multipliers: One job in technology generates two jobs in services; 1 € of additional demand in the marine economy (10% of GDP) produces 2€ of fallout on the national economy; add to this the greater efficiency of incentives on the industry upstream the supply-chains (steel) rather than on manufacturing of final products. In short, a pure synergistic concept and the Next Generation EU for Italy should have this clear orientation.

Viceversa, the double surprise. Italy allocates € 1.5 billion of her Next Generation EU – even on a non-repayable basis – to set-up photovoltaic systems in the agricultural, livestock and agro-industrial sectors. Very high land invasiveness with a minor contribution of power generated – moreover already cheaper than electricity from power plants – for which China in particular thanks (already mentioned in previous articles): dependence on foreign sources with a monopoly situation, whereas quality guarantees at suitable prices are lacking (in the absence of a market). And a few days earlier, the European parliament finally approved the ‘FitFor55’ (which has already been written about in previous articles): only electric cars from 2035, then. Here, too, China thanks. But who cares if by 2035 the dependence on Russian gas will be over, right?

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