Connettiti con noi

Diritti umani

Crisi demografica e diritti fondamentali

redazione

Pubblicato

il

Secondo le previsioni, la diffusione del Coronavirus, oltre ad aver colpito un cospicuo numero di persone anziane, avrà anche la conseguenza di ridurre ulteriormente, o mantenere bassa, la natalità

di Antonio Virgili – Presidente Commissione Cultura della LIDU

Ѐ definita “crisi demografica” una situazione nella quale le caratteristiche della popolazione (migrazioni, natalità, fertilità, nuzialità, malattie, ecc.) sono tali da determinare alterazioni ampie delle caratteristiche di partenza di tale popolazione, alterazioni che portino ad un impoverimento demografico, sia nel rapporto relativo tra le varie fasce d’età che nel numero totale di abitanti. Secondo le previsioni, la diffusione del Coronavirus, oltre ad aver colpito un cospicuo numero di persone anziane, avrà anche la conseguenza di ridurre ulteriormente, o mantenere bassa, la natalità. Sebbene solo da pochi anni si cominci a discutere di questi aspetti, l’Italia si trova già da vari decenni sulla china di un’ampia crisi demografica, ben prima dell’epidemia di Coronavirus del 2020.

Natalità e fertilità erano, infatti, in calo costante da diversi anni, la nuzialità pure (con il contemporaneo aumento dell’età media degli sposi); l’invecchiamento ha raggiunto livelli alti e con il contenimento delle spese assistenziali e sanitarie la mortalità sta riprendendo ad aumentare, e cresce pure il numero di persone (non solo anziani) che non può permettersi di pagare farmaci e cure adeguate; aumenta, il flusso di emigrazione dei giovani, specialmente di quelli istruiti. Come in alcuni altri Paesi europei (1), il numero totale di abitanti sarebbe già in costante diminuzione se non ci fosse il bilanciamento dei flussi migratori. Inoltre i divari territoriali sono ampi, con zone sempre più spopolate ed impoverite della parte più istruita e dinamica della popolazione ed aree dove i livelli di istruzione, di servizi e di infrastrutture sono al di sotto della media nazionale. Come i dati di altre ricerche mostrano, nel Sud la speranza media di vita è più bassa ed ha cominciato a differenziarsi più significativamente da quella media. Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla salute dell’Università Cattolica (2) i divari regionali crescono, ad esempio in Campania si registra la spesa sanitaria pro capite più bassa d’Italia e se è vero che le carenze organizzative sono numerose è anche vero che comunque ci sono minori risorse a disposizione.

A ciò dovrebbe mettere riparo lo Stato per un’equa distribuzione dei fondi basata su parametri appropriati e attendibili, non lasciataa localismi rissosi e affaristici. Non mancano le progressive riduzioni di personale sanitario, sostituendo solo in parte, per esigenze di bilancio, quello andato in pensione, ciò sta producendo vistose carenze di organico e allarmanti vuoti per alcune specialità mediche. Anziché affrontare il problema del personale e del calo delle nascite ci si è affrettati a chiudere o ridurre i reparti di maternità (3) ed a mantenere limitato l’accesso a corsi e specializzazioni universitarie sanitarie, con il risultato di ulteriori carenze attese oramai nel giro di pochi anni (4). Tra gli altri effetti, questa situazione ha prodotto una crescente medicalizzazione delle nascite ed un ricorso al parto chirurgico che non ha equivalenti in altri Paesi dell’UE con popolazione, sistemi sanitari e risorse simili al nostro. Esattamente l’opposto di quanto si dichiarava nei piani di riduzioni delle strutture ospedaliere per “favorire” la medicina sul territorio. Con tendenze di questo tipo, parlare di “possibile crisi” è dunque un eufemismo per mascherare una crisi che, unita a quella economica, sta continuando ad impoverire il Paese e pone le premesse per ulteriori aggravamenti nei prossimi anni. 

A queste coordinate di fondo della situazione demografica italiana e degli squilibri territoriali si sovrappongono i flussi immigratori, meno consistenti di quanto si pensi ma significativi, e quelli emigratori, con i giovani spinti ad espatriare per trovare attività di lavoro più adeguate e meglio remunerate (depauperando quindi il Paese delle forze giovani). Questi fenomeni collidono con le aspettative di una ampia parte della popolazione e da vari anni la LIDU cerca di confrontarsi con tali fenomeni demografici, spesso ignorati o minimizzati, che incidono sempre di più sulla vita quotidiana dei cittadini e su alcuni dei diritti fondamentali che sono costituzionalmente garantiti, quali il diritto alla salute, alla formazione di una famiglia, alla procreazione, ad una vecchiaia decorosa. L’instabilità economica, che sempre più ha caratterizza il mercato del lavoro, assumendo le vesti della cosiddetta “flessibilità” (di fatto precarietà), aggrava ulteriormente gli squilibri poiché i giovani (e le donne in particolare), già numericamente ridotti per l’invecchiamento demografico, incontrano maggiori difficoltà a trovare lavoro, ad avere retribuzioni adeguate per affrontare le spese familiari, ed a mantenerle nel tempo visto il prevalere di situazioni contrattuali a termine. Non solo, la contrazione dei servizi sanitari e la loro privatizzazione crescente riducono le azioni di prevenzione, di assistenza al parto e di tutela nel caso di nati con problemi.

Ci si trova quindi con relativamente poche coppie giovani, spesso sotto-occupate, con attività precarie o poco retribuite, prive di un sistema assistenziale pubblico completo, quindi fortemente disincentivate dal mettere al mondo dei figli. La contemporanea crescita numerica della popolazione anziana è stata abitualmente descritta solo in termini economici negativi, ma mantenere mediamente basseretribuzioni e pensioni sta riducendo i consumi di una ampia fascia di persone, una scelta poco vantaggiosa. Per definire i caratteri della profonda trasformazione in atto oramai da tempo, in un volume pubblicato anni or sono, avevo parlato di una “rivoluzione silenziosa” che sta trasformando demograficamente le società e gli scenari mondiali di medio e lungo periodo (5).

Per spiegare le cause del calo della natalità, una delle narrazioni collettive diffusa in Italia descrive le donne come oramai poco o nulla interessate alla procreazione, ciò però è smentito da varie ricerche realizzate nell’arco degli ultimi 10-20 anni: le ragazze e le giovani donne dai 30 ai 35 anni, in realtà i figli li vorrebbero, anche due o tre, ma in Italia è sempre maggiore la separazione tra il desiderio di maternità e la possibilità concreta di realizzarla. Tempi sempre più lunghi per ottenere un lavoro stabile (e rischio di non ottenerlo in caso di gravidanza), costi di nascita e crescita in aumento, spesso la scelta di avere un figlio unico risulta obbligata dal contesto, specialmente tra le coppie con livello medio-alto di istruzione che maggiormente si pongono il problema della stabilità economica e delle prospettive per i propri figli. Questa sorta di trappola demografica per cui da un lato le coppie giovani sono sempre meno numerose, poi subiscono gli effetti della precarizzazione del lavoro e dei costi elevati per gli alloggi e per la crescita degli eventuali figli, con la spinta pure ad evitare che la famiglia resti monoreddito, pone tutte le premesse per portare ad una rinuncia ai bambini.

Se si decide di avere dei bambini il rischio successivo è che la madre sia indotta a rinunciare al lavoro, con le usuali ampie differenze di servizi tra Nord e Sud Italia. A fronte di questi dati c’è chi ha continuato a definire “bamboccioni” o “choosy” una parte dei giovani italiani, facendo finta di ignorare che altri Paesi prevedono incentivi per il reperimento di alloggi ai giovani, borse di studio per garantire perfezionamenti e completamento degli studi, hanno una disoccupazione giovanile molto più bassa, garantiscono (nei fatti, non solo in principio) che una giovane donna in gravidanza non rischi di perdere il lavoro, offrono livelli retributivi medi più elevati per cui anche con un solo reddito si possono affrontare le esigenze di una nuova famiglia. In altri Paesi si ha maggior consapevolezza che i giovani sono oramai una parte minoritaria della popolazione che va incentivata a restare ed a migliorare. Non ultimo, i dati Istat del 2019 riportano un tasso complessivo di disoccupazione nazionale pari al 9,8%. Tenendo conto delle variazioni geografiche, si nota che al Nord la percentuale è del 5,7% e al Sud del 16,2%.

Problema aggiuntivo del Meridione è che la metà di quel 16,2% sono giovani, dai 15 ai 24 anni. Nel Sud Italia, le percentuali di disoccupazione giovanile superano il 50%, un dato triplo della media europea che è del 15,2%.  Emergono dunque preoccupanti tendenze demografiche che mostrano una crescente fragilità della struttura della popolazione italiana, difficoltà sociali ed economiche per le giovani coppie e per le donne che desiderino avere figli. A ciò si aggiungono divari territoriali crescenti che sono confermati da differenze nella durata media della vita, nella mortalità prematura, nella possibilità di trovare lavoro, nella disponibilità di servizi scolastici per i più piccoli. Ancora una volta aveva ben intuito Giovanni Falcone quando affermava: “Ci si dimentica che il successo delle mafie è dovuto al loro essere dei modelli vincenti per la gente. E che lo Stato non ce la farà fin quando non sarà diventato esso stesso un «modello vincente».” Ciò vale evidentemente anche per quei diritti fondamentali alla vita, alla salute, ad un lavoro stabile ed alla procreazione purtroppo spesso così approssimativamente e malamente tutelati.

1 In quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale i valori danno mortalità superiore a natalità o crescita zero. Gli immigrati hanno abitualmente un tasso di natalità superiore a quello delle popolazioni europee indigene.

2 Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, “Rapporto osservasalute 2019”.

3 Ad esempio, come ricorda l’Ordine professionale delle ostetriche, oggi in Italia c’è la metà delle professioniste presenti nel Regno Unito (ved.: Bosco F., “Ostetriche: in Italia sempre meno in organico”, in Sanità Informazione, 28/01/2019)

4 Considerando il numero di infermieri e ostetriche ogni 10 mila abitanti, l’Italia si colloca solo al 17° posto tra i Paesi dell’Ue (es.: Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità su La Midwifery Care: report internazionale e situazione italiana, in EpiCentro- ISS, Luglio 2011); tra non molto mancheranno i medici.

5 Virgili A, La rivoluzione silenziosa: le trasformazioni demografiche del XX secolo, CSI, Napoli, 2002

Lascia un commento
Print Friendly, PDF & Email

Categorie