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Ambiente & Turismo

Cocullo tra religione e paganesimo

Titty Marzano

Pubblicato

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Un paese le cui origini sono ancora oggi un mistero.

Piccolo e bellissimo paese Cocullo, in provincia di L’Aquila. ha origini avvolte nel mistero, un antichissimo mistero datato tra il IV ed il I sec. a. C.

E’ un piccolo gioiello incastonato su un monte, tra la Valle Peligna e la Marsica, eppure Cocullo che conta appena 300 abitanti, è conosciuto in tutto il mondo per un particolare rituale che ogni anno porta nel paese decine di migliaia tra curiosi e fedeli.

Il primo di maggio si tiene, infatti, la più famosa e misteriosa celebrazione in cui si fondono le usanze pagane e la tradizione cristiana. La devozione per San Domenico, protettore del paese, si intreccia con il rito arcaico dei “serpari”.
La leggenda racconta che San Domenico, minacciato di morte, fuggì da Villalago per raggiungere Cocullo dove si fermò per sette anni compiendo numerosi miracoli e ivi lasciò un suo dente e un ferro di cavallo della sua mula.

La mattina della ricorrenza tradizione vuole che i fedeli tirino con i denti una cordicella alla quale è legata una campanella e poi al termine della liturgia, si mettano in fila per ricevere la terra benedetta, proveniente dalla grotta del Santo, per spargerla successivamente nei campi.

La statua si incammina quindi, al termine della funzione religiosa, sulle spalle di quattro portatori e prima dell’inizio di questa particolarissima processione i serpari mostrano ai pellegrini i serpenti catturati alla fine di marzo (durante il letargo e che al risveglio vengono nutriti in particolari cassette di legno), dando modo alla folla di toccarli per esorcizzare le proprie paure. Quindi i serpenti vengono liberati sulla statua del Santo che prosegue il suo cammino tra la folla. Il rituale ha carattere fortemente evocativo ed oltre alla celebrazione del Santo come protettore dalle insidie della natura si allontanano attraverso di lui tutti i mali del mondo e le paure legate all’effimero della vita.

Questo rituale, unico in tutta Italia, costituisce solo uno dei misteri del borgo poiché altro mistero  avvolge il paese, fitto come la sua vegetazione, verde di un verde inusuale, e rigogliosa, splendidamente rigogliosa, tanto da celarlo alla vista.

La sua esistenza stante ai reperti, numerosi bronzetti votivi raffiguranti Ercole e le necropoli con tomba a fossa,  può essere datata tra il IV ed il I secolo a. C., mentre la sua prima “attestazione”, Koukoulon riportata da Strabone, risale all’epoca romana che lo colloca nella valle sottostante all’attuale collocazione, in cima al colle, da datare in epoca medievale e la cui posizione parrebbe da ricercare nella necessità di una posizione difensiva.

E proprio dalla parte più alta del paese, dove è presente la Torre di guardia, un labirinto di viottoli acciottolati e stradine si dipana dalla piazza principale e in alcuni punti il cielo sembra sparire negli stretti passaggi in cui le costruzioni sovrastanti rivelano pietre e rocce.

Pietra per le vie, per le case, per la splendida fontana che mantiene inalterata la sua struttura originaria con tre archi a sesto acuto, per le mura della parte più antica del borgo e gli edifici fortificati costruiti in linea di cortina.

Pietra per la lunga e ripida scalinata che ci porta alla porta urbica del borgo vecchio, Porta Manno, dallo splendido arco ogivale con cornice in pietra concia che si incastra direttamente nel suolo roccioso.

Scendendo Porta Ruggeri, con arco a tutto sesto, in parte inglobata nella muratura di edifici circostanti, rivela un passaggio con volta a botte e pareti in parte costituite dalla roccia del colle. Proseguendo Porta Renovata, anch’essa con arco a tutto sesto e legata alle mura mediante una torretta.  Mura ininterrotte che seguono l’andamento circolare del borgo con al vertice la torre, disegnando quasi un bellissimo nido.

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