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Arte & Cultura

Ci ha lasciato Milva, con lei se ne va un pezzo di storia della canzone italiana

Andrea Cavazzini

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Ha attraversato generi musicali diversi, dai successi alle chansons, alle canzoni di Brecht, Milva, al secolo Maria Ilva Biolcati per tutti la Rossa, se ne è andata ieri mattina, in silenzio, a dispetto della sua straordinaria voce che ha accompagnato il pubblico di mezzo mondo per oltre 50 anni.

Ha attraversato generi musicali diversi, dai successi alle chansons, alle canzoni di Brecht, Milva, al secolo Maria Ilva Biolcati per tutti la Rossa, se ne è andata ieri mattina, in silenzio, a dispetto della sua straordinaria voce che ha accompagnato il pubblico di mezzo mondo per oltre 50 anni. Ormai lontana dalle scene da anni a causa del suo difficile stato di salute,

Figlia di una sarta e di un pescatore nel piccolo paese di Goro, amava raccontare: “Non ho mai voluto essere una cantante, non era assolutamente il mio sogno. In realtà, sono nata in un piccolo paesino della provincia ferrarese dove la gente era piuttosto semplice. Volevo disegnare, dipingere, cucire, diventare una sarta e cucire abiti fantastici “. Sogno presto accantonato dall’impellenza di racimolare soldi per essere d’aiuto alla famiglia e allora il trasferimento a Bologna dove partecipò ad un concorso canoro. Poi il debutto nei night club con il nome di Sabrina, il terzo posto al Festival di Sanremo nel 1961 in coppia con Gino Latilla, dove pur partecipando per venti edizioni non riuscì mai a vincere, ma riscattandosi con una Gondola d’oro nel 1971 a Venezia con “La filanda”, versione italiana  di un successo della regina del fado, la portoghese Amalia Rodrigues, fino al successo internazionale.

Nel 1965 Giorgio Strehler intravedendo le sue potenzialità, la portò al “suo” Piccolo Teatro di Milano e la introdusse al repertorio di Bertolt Brecht e Kurt Weill, regalandole una prospettiva diversa alla sua carriera di interprete e protagonista della scena teatrale. Grazie all’impegno, alla forza di volontà assoluta e ad uno studio rigoroso, di quei brani, disse una volta: “Le ho cantate e interpretate con grande emozione. Amo le poesie di Brecht, mi piace la musica di Eisler e Weill e ho portato in scena l’“Opera da tre soldi” alla Scala di Milano, all‘Opera di Parigi, alla Royal Albert Hall di Londra e alla Deutsche Oper di Berlino, ed il teatro è diventata la mia grande passione, lavorando a stretto contatto con Strehler “. Non solo Brecht ma anche Berio, maestro della musica dodecafonica, il quale scrisse per la sua splendida voce  “La vera storia” da un libretto di Italo Calvino e poi  Ennio Morricone, Francis Lai, Mikis Theodorakis, Vangelis e Piazzolla, con il quale portò in scena uno spettacolo memorabile come “El Tango” che fece il  giro del mondo, oltre ad essere stata la prima a cantare il repertorio di Édith Piaf all’Olympia di Parigi, adattando per la versione italiana la celebre “Milord“.

Si esibì per ben tre volte alla Scala diretta anche da Claudio Abbado, vanto irripetibile per una che aveva iniziato cantare nei locali della costa adriatica.

Nel ruolo della pirata Jenny della famosa commedia di Brecht, Milva convinse subito pubblico e critica, ruolo che la rese famosa aiutandola a raggiungere non solo una brillante reputazione artistica, ma soprattutto la consapevolezza di sposare un progetto politico in perfetta sintonia con il pensiero brechtiano, legato alle origini dei personaggi, provenienti dallo stesso ambiente sociale nel quale era cresciuta.  

Negli anni ’60 e ’70 Milva costruì attorno a se un’identità ribelle, cantando canzoni politicamente impegnate in cui raccontava le storie di vita del proletariato, arrivando ad aggiungere al suo repertorio “Bella Ciao“, che le regalò il soprannome della “rossa”, come allusione al suo impegno politico e alla sua brillante chioma suggellato dallo splendido pezzo “La rossa” che Jannacci scrisse per lei. Un brano che divenne un marchio di fabbrica non solo in patria ma anche all’estero accanto ad un altro capolavoro questa volta del maestro Battiato come “Alexander Platz”, toccante riflessione sul tema del socialismo reale all’indomani della caduta del muro di Berlino nell’inverno del 1989.

La sua rivalità con Mina, altra icona della canzone italiana degli anni Sessanta e Settanta, segnò un’intera generazione di italiani, anche se questa “gara”, costruita ad arte dalla stampa, fu sempre smentita dalla stessa pantera di Goro, altro soprannome legato al suo temperamento vulcanico.

Nel 2010 il ritiro dalle scene con una dichiarazione sul sito sito dove affermava di “aver fatto il suo lavoro bene e con dignità“, ma che non era più in grado di “esercitarlo nel migliore dei modi“, soprattutto a causa della progressiva perdita della memoria anche per colpa di un uso eccessivo dei farmaci che avevano compromesso la sua salute.

Ma la fama della donna con la criniera di fuoco continuerà sempre. Con gli occhi sempre sorridenti e gli anni della sua bellezza, facendo sparire microfoni e lustrini la rossa resterà ancora li a cantare.

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