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Chernobyl, 33 anni fa la tragedia della negligenza umana.


Era 26 aprile del 1986, quando ci fu l’esplosione all’interno della centrale nucleare di Chernobyl che cambierà le sorti di milioni di persone. Sostanze radioattive cento volte superiori a quelle delle bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, provocando vittime, le cui stime ancora sono difficili da stabilire.

Luoghi di vita comune, animati dal vento, dove il tempo sembra essersi fermato, in cui tavole imbandite, trattori, fotografie si riducono ad attimi in decomposizione, in attesa che tutto venga ricoperto da un’altrettanta natura in ginocchio, dalle radici malate. Sono passati 33 anni dalla tragedia nucleare di Cernobyl del 1986, tra le più disastrose mai avvenute in una centrale nucleare, classificata con il livello 7, il massimo della scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici (Ines) dell’agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), insieme all’incidente nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel 2011. Era la notte tra il 25 e il 26 aprile, quando si verificò l’esplosione al reattore numero 4 della centrale atomica, mentre era in corso un test durante il quale era stato staccato il sistema di sicurezza, per eseguire una prova di verifica del funzionamento della turbina in caso di mancamento improvviso di corrente elettrica. Il reattore non doveva scendere al di sotto di una soglia di energia minima e nonostante ciò, si decise di procedere ad una potenza molto più bassa di quella prevista dal regolamento. Errori umani, difetti strutturali sottovalutati e tecnica difettosa crearono le condizioni per il disastro. L’orologio segnava l’una, 23 minuti e 44 secondi.

Nell’atmosfera si dispersero sostanze con un’emanazione di radioattività circa cento volte maggiore a quella delle bombe su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Solo il 27 aprile, 36 ore dopo l’incidente, furono evacuati i 45mila abitanti di Pripyat, la cittadina a un passo da Chernobyl e nei giorni successivi circa 130 mila persone in un raggio di 30 km dovettero lasciare le proprie case, per un totale di circa 350 mila persone evacuate dalla regione e costrette a trasferirsi altrove. L’allarme in Europa giunse dalla Svezia il 28 aprile, quando venne registrata radioattività anomala nel Paese. Nei primi dieci giorni successivi alla catastrofe si tentò con ogni mezzo di fermare la fuga radioattiva: elicotteri militari versarono oltre 1800 tonnellate di sabbia e 2400 di piombo sul reattore, il 9 maggio dopo una nuova esplosione, venne creato un sarcofago per coprire il reattore nucleare. Migliaia le persone che parteciparono alle operazioni, tra militari e civili. Operai, pompieri, soldati, reclutati e volontari, adoperati nei mesi seguenti sono stati circa 700mila, provenienti non solo da Ucraina, ma anche da Russia e Bielorussia, repubbliche che all’epoca dell’incidente facevano parte appunto dell’Unione Sovietica. Da Mosca l’ammissione del disastro arrivò solo il 14 maggio da parte del segretario dell’allora Partito comunista sovietico Michail Gorbaciov. Le responsabilità furono addossate al direttore dell’impianto ed ai tecnici che eseguirono il test, processati e condannati. Resta difficile avere un numero preciso di chi si è ammalato gravemente per via del disastro di Cernobyl, e di chi ha già perso la vita o la perderà. Nel 2006 La Repubblica ha raccolto diverse testimonianze tra cui quella di Angelika Claussen, che presiede l’associazione tedesca dei “Medici contro la guerra nucleare”: “Le cifre dell’Onu sono assolutamente false, perchè parlano di 4000 casi di tumori alla tiroide: ma secondo i nostri dati, sono già 10mila le persone colpite da questo male e 50mila quelle che lo saranno tra breve”.


Leonid Bolshov, direttore dell’Istituto per l’energia atomica russa, per il quale Chernobyl è stato soltanto un incidente tecnico e non una catastrofe diceva: “I dati parlano chiaro: 47 persone sono morte quasi sul colpo, e nove bambini di tumore alla tiroide”. Opposto è il parere di Viaceslav Grishine, che in quei fatidici giorni lavorò allo spegnimento dell’incendio della centrale: “Degli oltre 600mila “likvidatory”, ossia quei tecnici, pompieri e soldati che dall’Ucraina, Russia e Bielorussia furono spediti a Chernobyl per tentare di arginare il disastro, 45mila sono morti e quasi 120mila sono rimasti gravemente invalidi”. Per la sezione russa di Greanpeace, lo scopo del rapporto Onu, sarebbe quello di sostenere il programma nucleare di Mosca, che prevede la costruzione di 40 nuovi reattori entro il 2030. Vladimir Ciuprov, responsabile dell’organizzazione, citava i dati stilati da un centro di ricerca dell’Accademia delle Scienze secondo cui, tra il 1990 e il 2004, la nube radioattiva avrebbe ucciso 67mila persone solo in Russia. Per un bilancio corretto, bisognerebbe poter paragonare i casi di tumore nelle regioni contaminate prima e dopo la catastrofe. Ma la maggior parte di quei dati sono oggi sotto chiave negli archivi di Mosca che li considera segreti di Stato e quindi inaccessibili all’Ucraina, teatro della tragedia, che nel 1991 divenne indipendente. Tra le vittime, soprattutto bambini circa 8milioni e mezzo rispetto agli 11 milioni e mezzo, con un aumento dei casi di tumore di sei volte. Nel 2015 con telecamere situate in diversi punti dall’accaduto, si è rilevata la presenza di ben 15 specie di animali differenti nonostante le zone ancora altamente contaminate e nelle quali, si stima, le persone potranno tornare dopo almeno 600anni. Novantasette piccoli centri abitati evacuati ed una tragedia che ancora oggi segna come un marchio la pelle delle persone coinvolte, in memoria di una catastrofe che forse, anzi certamente poteva essere evitata.

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