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Tecnologia

Caterina Schiappa e Digital Bench: il progetto che dà voce all’unicità

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Caterina Schiappa Digital Bench
Tempo di lettura: 8 minuti

Caterina Schiappa imprenditrice, autrice, docente universitaria, digital trainer e genio positivo, racconta il suo progetto Digital Bench, nato per divulgare unicità e accelerare la positività. Grazie al passo della sosta, una tecnica di meditazione creativa, aiuta i professionisti a esprimere al meglio sé stessi e le proprie idee. 

Un lago placido e al contempo pulsante di vita di fronte al quale diluire il tempo, e una panchina dove far sostare i pensieri in tumulto e allenare la creatività. Un’atmosfera silenziosa ed eterea, che ha dell’incantevole e ricorda quasi una fiaba; questa storia, però, non ha a che fare con sogni d’amore perduti o duelli all’ultimo sangue, ma riguarda la propria felicità da allenare e l’unicità da svelare, aiutando poi gli altri a fare lo stesso.

Questa, la missione di Caterina Schiappa, imprenditrice, autrice, docente universitaria, digital trainer, genio positivo, oltreché batterista, lettrice incallita, camminatrice e viaggiatrice. Una persona dinamica e meditativa, che nasce a Sulmona nel 1978 vicino al lago di Scanno dalla suggestiva forma a cuore. Casualità? Mica tanto, perché dai laghi Caterina trae la sua forza durante la malattia del padre e l’ispirazione per Digital Bench (panchina digitale). Un progetto, nato per divulgare unicità e accelerare la positività, che nel 2019 ha come protagoniste le panchine di tutta Italia.

In questi luoghi di sosta, professionisti e imprenditori attraverso talk e interviste, conversano di crescita personale, creatività, musica, sport, fisica quantistica, botanica… Uno scambio reciproco di conoscenze, che rende Digital Bench una social web tv con 20 canali tematici e, nel tempo, una guida per professionisti, imprenditori, coach e piccoli imprenditori visionari “Sfiduciati dalla mancanza di sicurezze e determinazione”, che vogliono trovare e tirare fuori la loro unicità e comunicarla attraverso il digitale.

Tra le tecniche che Caterina utilizza per ogni percorso c’è il passo della sosta (da cui è stato tratto un omonimo libro con 365 passi, ricavati da testi di musica, arte e anche fumetti), una forma di meditazione creativa multidimensionale, che aiuta ad attivare i sensi e a sviluppare la creatività, seguendo dei semplici step.  

Caterina ci ha spiegato i passi da compiere ogni giorno, come allenare la felicità e contrastare i negativity bias (gli stimoli negativi); e, quale luogo migliore per farlo, se non di fronte a un lago? 

Il lago di Scanno dalla suggestiva forma a cuore

Caterina Schiappa e il progetto Digital Bench, nato da un momento doloroso della propria vita

Come e quando nasce Digital Bench?  

«Nel periodo in cui ho perso mio padre mi sono chiesta: “Cosa posso fare per superare questo dolore?”. Avendo una passione smisurata per il digitale, che è anche il mio lavoro, a gennaio 2019 ho creato delle piccole pillole video in cui raccontavo tutto quello che imparavo sulla scienza della felicità mentre studiavo come genio positivo.

Queste pillole mi hanno aiutato a capire cosa succedeva in quel periodo e come un lampo è arrivato Digital Bench, che nel tempo è diventato il luogo di sosta, dove professionisti e imprenditori si avvicinano a me per fare la differenza. L’obiettivo del progetto è accelerare la positività, tirare fuori il valore unico di ogni essere umano ed espanderlo attraverso la Digital Bench.

Contrastare anche il negativity bias, cioè la tendenza innata dell’essere umano ad agganciare il negativo. Il mio scopo è fare quello che ho fatto per prima: mi sono tolta tutte le maschere e ho cominciato a metterci la faccia».  

Nel tuo sito c’è il motto «Sii ciò che ti rende felice». Cosa ti rende felice? 

«La felicità non la intendo più come una volta, cioè solo un’emozione. Ma una competenza che possiamo allenare ogni giorno, proprio come un muscolo. Mi rende felice tutto ciò che vivo durante la giornata e nel momento in cui sono nel flow, nel qui e ora. È uno stato dell’essere, una dimensione “atipica” delle persone di questa società piena di preoccupazioni e input esterni. Tutte le ore che passo attraverso la meditazione e la lettura consapevole, servono ad allenare costantemente la felicità per cercare di essere nel qui e ora nel più tempo possibile durante la giornata».   

«La felicità come una competenza da allenare», sostieni. Cosa possiamo restituire al mondo con una felicità allenata? 

«Sicuramente, un’opportunità nuova, perché la maggior parte delle persone purtroppo non conosce questa dimensione della felicità, ma solo quella dell’emozione. Ciò che possiamo restituire al mondo è un atteggiamento di inversione di paradigma: passare da una chimica negativa, a una positiva e far sì che il nostro cervello possa produrre gli ormoni della felicità; ad esempio attraverso l’attività sportiva, la gratitudine, la meditazione e tutto ciò che ci rende vivi. Eliminare il più possibile gli ormoni dello stress che ci intossicano di emozioni negative e ci portano ad una spirale depotenziante. Possiamo restituire al mondo un’opportunità in più per essere felici, non vivendo però la felicità come uno stato passeggero, ma come uno stato dell’essere sempre a disposizione e da allenare».  

Gli imprenditori e professionisti si rivolgono a te per valorizzare la loro unicità. Che tipo di persone sono e qual è il comune denominatore che li rende un po’ tutti infelici e insoddisfatti? 

«Sono persone che hanno già un alto potenziale per vedere la felicità, esplorare e coltivare la loro unicità. Non partono da zero, ma hanno già fatto un percorso di crescita personale e hanno un allineamento di valori con i miei. Hanno idee geniali, organizzate e studiate, però hanno una paura fottuta di raccontarle al mondo, di uscire allo scoperto e di togliersi le maschere. Hanno la sindrome dell’impostore e la paura del giudizio, temono i social e sono incapaci di gestire il proprio tempo.

Sfruttando i pilastri del mio metodo che parte dalla meditazione, dalla centratura per poi focalizzarsi sulle leggi dell’ottimizzazione e gestione del tempo, fanno una virata importante, attingendo dalla loro unicità. Diventano più costanti e creano più velocemente contenuti ad alto impatto e polarizzanti in una dimensione creativa, che gli appartiene. Io la tiro solo fuori. Quello che fa la differenza è l’organizzazione delle idee ed essere costante nella comunicazione online».   

Caterina Schiappa ideatrice del progetto Digital Bench. Credit: Donato Paletta

E quando la sindrome dell’impostore imperversa, come dirle “Sciò”? 

«Come ho sperimentato per prima, cioè fare quel piccolo passettino ogni giorno al quale noi poi, saremo fedeli. Quando ci diamo un obiettivo, dobbiamo raggiungerlo; agire in maniera molto pratica. Definire il nostro start and go: se in un mese decidiamo di produrre 8 o 10 contenuti, iniziare a farlo e ogni giorno darsi un appuntamento fisso senza fermarsi mai, perché nel momento in cui ci fermiamo dobbiamo ricominciare da capo». 

C’è un caso emblematico di un imprenditore o brand che dopo un lungo percorso ed è riuscito a generare un impatto positivo? 

«Assolutamente! Elisa Bussolo, una consulente patrimoniale con una parte umana preziosissima. Abbiamo lavorato moltissimo per tirare fuori questo pezzo bello di umanità oltre alle competenze e alla storicità. Da dipendente di banca, ha accettato una sfida interessante: ha aperto la partita iva per fare il consulente patrimoniale per un altro istituto bancario e si è rivolta a me per tirare fuori il meglio di sé sui social. Adesso, la sua comunicazione sta avendo una riprova sociale molto interessante e di questo sono molto felice.

Un’altra cosa che ho imparato sulla mia pelle è che la paura è un po’ il desiderio che si affaccia. Tutte le volte che avvertiamo paura per fare un passo importante, abbiamo anche la misura di quanto quel desiderio è forte. Invito tutti a fare quel piccolo passettino e a lanciarsi nel vuoto tutte le volte che abbiamo questa percezione di paura, funzionale alla buona ricucita dei nostri progetti e deve esserci, perché se non abbiamo questo brivido, quel passo non lo faremo mai».   

Il passo della sosta, la tecnica di Caterina Schiappa per essere più produttivi e creativi

Quali sono gli step de “Il passo della sosta” (tecnica di meditazione creativa multidimensionale) da percorrere? 

«Il passo della sosta facilita e attiva tutti i sensi, anche quelli meno riconosciuti dalla tradizionale visione scientifica come l’intuito. Gli step servono a tirare fuori anche il meglio dei 5 sensi, che di solito diamo per scontato. Il passo della sosta inizia sempre al mattino dopo il caffè o tè, raggiungendo la propria libreria e scegliendo, ogni giorno, un passo tratto da un libro diverso.

Tutto parte dall’osservare in silenzio e senza giudizio i pensieri che ci arrivano, come se fossero delle nuvole. Questo silenzio di 30-50 secondi ci consente di entrare nella dimensione di flow e connetterci al nostro ritmo cardiaco, che non siamo abituati ad ascoltare quello di cui il nostro cuore ha bisogno o ci vuole restituire. Poi, ascoltiamo attraverso gli occhi e scegliamo i libri nella nostra libreria. Dopo “gustiamo” l’odore di ogni libro e sentiamo che tipo di ricordo ci può arrivare tramite l’olfatto, forma meditativa potentissima, così come il tatto: prendiamo il libro in mano e ci concentriamo sulla sensazione tattile. Il passo della sosta può durare in base al tempo a disposizione e il passo scelto con spontaneità rappresenta un insegnamento, un’intenzione specifica che noi diamo a quella giornata.

Prima facciamo una lettura a mente, poi ad alta voce e se abbiamo voglia registriamo, perché non siamo abituati ad ascoltarci e successivamente facciamo una scrittura creativa: riscriviamo il passo sul nostro taccuino e usare dei colori o elementi grafici o creativi che possono ispirarci in quel momento. Tutto questo, facilita l’attivazione dei sensi e ci restituisce quel senso di pienezza, calma e quiete nel nostro momento migliore della giornata, per poi ripeterlo durante il giorno; un po’ come tutte le meditazioni. Creiamo delle ancore in modo da poterci riconnettere con quella dimensione più volte durante il giorno.

Il passo della sosta ha diversi benefici: elimina il superfluo, a fare spazio e a essere più produttivi durante la giornata. È una tecnica, che stimola tantissimo la creatività e aiuta a produrre contenuti più velocemente. La mente è pulita e non hai quel chiacchiericcio continuo della mente». 

Caterina Schiappa Digital Bench

Caterina Schiappa con il suo libro “Il passo della sosta”. Credit: Donato Paletta

 

A questa tecnica hai dedicato un omonimo libro. Come nasce e qual è il suo messaggio?  

«Il libro nasce durante il mio lockdown, in cui cercavo di dare un’intenzione specifica alle mie giornate ed essere un po’ utile all’umanità. Ogni giorno sceglievo un passo, registravo la mia voce e lo condividevo sui miei social. Passati i giorni e settimane, mi sono resa conto che era diventata una routine, così ho pensato di continuare, ho raccolto i passi e li ho messi insieme in un libro da usare in tre modi.

Leggerlo nella sequenza in cui è stato scritto; stringere il libro fino a connettersi con sé stessi e quando si è pronti, aprirlo per trarre un insegnamento che sembra casuale, ma non lo è mai; oppure, praticare il proprio passo della sosta. Il messaggio è quello di sostare camminando, un po’ quello che facciamo tutti quotidianamente: ci incamminiamo verso una meta per raggiungere un obiettivo e abbiamo tutti bisogno di fare delle soste rigenerative per iniziare di nuovo a camminare con maggiore vitalità».  

Coltivare il proprio potenziale e prendersene cura, abbiamo detto. Per quanto riguarda le aziende, pensi che delle figure come il manager della felicità, possano aiutare a vivificare la propria unicità? 

«Assolutamente sì, si tratta di un bilinguismo organizzativo. Il manager della felicità ha l’impegno di far dialogare all’interno delle aziende. In quelle con visione gerarchica formata da capo e dipendenti, è molto più difficile tirare fuori l’unicità delle persone che ci lavorano. Questo manager trasforma l’azienda in una logica circolare di idee e persone, dove non ci sono gerarchie e l’unicità è molto più facile da tirare fuori, perché tutti stanno sullo stesso piano». 

Cosa c’è nel tuo futuro e in quello di Digital Bench? 

«Vivere, me lo auguro, in pienezza il mio proposito evolutivo. Contrastare i negativity bias e aiutare più persone possibile fra studenti, professionisti, coach, piccoli imprenditori visionari a tirare fuori il proprio valore unico (al di là dei loro ruoli, dei titoli e delle certificazioni), per impattare in modo considerevole e rendere questo mondo un posto migliore».  

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