Forte Secur Group presenta a Dubai il progetto per la sicurezza a Expo 2020

Salvatore Forte: la nostra tecnica Best riduce i tempi di controllo garantendo elevatissimi standard di sicurezza. L’azienda leader nell’Aviation Security l’ha presentato ad AVSEC Global

“Dubai sarà sede dell’Expo 2020, un’occasione perfetta per applicare le nostre metodologie su vasta scala, come abbiamo fatto per le Olimpiadi Invernali di Torino 2006. 

Il nostro progetto per l’esposizione mondiale del 2020 si basa su una formazione ad hoc degli addetti che si occuperanno di security e controllo accessi; i corsi sono specificatamente studiati per trovare applicazione nei contesti più complessi e potenzialmente problematici, in cui si prevedono importanti flussi umani da gestire. In questi eventi di massa le tempistiche del controllo accessi devono essere ridotte al minimo garantendo costantemente un altissimo livello di sicurezza.”

Salvatore Forte, fondatore di Forte Secur Group, ( https://www.fortesecurgroup.com) spiega così il progetto realizzato per l’Expo.

Forte Secur Group è tra i principali player in Italia ad occuparsi a 360 gradi della corporate security per le più importanti aziende italiane, alcune delle quali lavorano in settori strategici per l’interesse nazionale. Forte Secur Group è leader nel  comparto dell’aviation security: da 15 anni infatti, grazie all’expertise del fondatore Salvatore Forte, Auditor ed Istruttore Certificato Enac, ha una business unit Aviation che si occupa di consulenza, formazione e servizi di sicurezza aeroportuale.

Il progetto è stato anche presentato negli ultimi giorni alle istituzioni locali e in occasione di AVSEC Global, la quarta edizione del simposio mondiale incentrato sull’aviation security, che si è tenuta a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.

“Non esistono progetti uguali al nostro né per contenuti né per struttura. La nostra partecipazione con la tecnica BeST – prosegue Forte – punta a dimostrare i risultati raggiungibili grazie all’implementazione delle nostre idee innovative. 

La tecnica BeST, che abbiamo presentato a Dubai, si focalizza proprio su questi due aspetti: riduzione dei tempi di controllo e mantenimento dell’elevato standard di sicurezza richiesto dalle circostanze. Tutto ciò si può ottenere solo puntando sul fattore umano, visto che la tecnologia ha già raggiunto livelli molto elevati e, per il momento, difficilmente innalzabili. Agire sul potenziale umano costituisce la vera e innovativa sfida per formare operatori di security capaci, equilibrati e consapevoli delle potenziali minacce, in grado di assorbirne e sopportarne lo stress”.

Sempre in tema di aviation security, Forte Secur Group è anche il punto di riferimento in Italia per la formazione, grazie ad un’Academy strutturata con quattro Istruttori Certificati dall’Enac, che nel solo 2018 ha formato e certificato più di duemila e quattrocento dipendenti di società aeroportuali e aeree.
Con un fatturato aggregato di  oltre 8 milioni, 170 dipendenti,  quartieri generali a Treviso e Milano e un risultato operativo raddoppiato nel triennio 2016-2018, Forte Secur Group è ormai un punto di riferimento nel panorama  dei provider innovativi nella corporate security.

AVSEC Global
Organizzato da Emirates Group Security, l’evento ha visto alternarsi sul palco oltre 30 presentazioni tenute da speakers scelti dalle più importanti società ed agenzie di security a livello mondiale, dalla FBI alla DEA. Neuroscienziati, analisti comportamentali, influencer e direttori di agenzie di sicurezza si sono confrontati sulle nuove sfide dell’aviation security per favorire l’interscambio di idee e trovare nuovi ed efficaci strumenti per affrontare e vincere le sfide del prossimo futuro.
Ad AVSEC Global, inaugurato dallo sceicco di Dubai Ahmed Bin Saaed AL Maktoum, sono intervenuti fra gli altri Sir Tim Clark, presidente della compagnia Emirates Airline. All’evento hanno partecipato le delegazioni di oltre 400 società e agenzie specializzate nel settore oltre ai 25 maggiori sponsor di questa edizione. “Il simposio – sottolinea Forte – assicurando un confronto di idee e proposte sull’aviation security, traccia le linee per risolvere i problemi di sicurezza nel prossimo futuro”.

Cybersecurity, spesso una trappola – Cybersecurity, often a trap

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, spesso una trappola

Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno!

Ogni volta che sento la parola “sicurezza”, mi pongo una domanda, la sicurezza di chi? A che prezzo? Per quanto tempo? Far leva sulla paura è una vecchia tecnica, l’Italia sa bene cosa ha rappresentato il terrorismo, la strategia della tensione. Abbiamo assistito con sgomento all’11 settembre, ascoltato con incredulità alle varie commissioni d’indagine e alle ritorsioni avvenute dopo. Purtroppo, però molte cose non sono chiare. Certe relazioni tra chi doveva garantire la sicurezza e chi invece l’ha minata, tra forze politiche e sistemi di sicurezza che tali non sono stati, se non per servire meccaniche altre.

La “primavera araba”, uno dei più lampanti esempi di manipolazione e interferenza da parte di “agenzie per sicurezza” straniere in barba alla sovranità nazionale di uno stato o regione. Vogliamo parlare della Libia? Ucraina? Vogliamo parlare della strage di “Ustica” ecc. ecc.  Ci aspettiamo che adesso tutti siano diventati buoni? Che ci si possa fidare? L’ultima moda in campo digitale e la “Cybersecurity” ovvero la vigilanza e il controllo della congruenza dei sistemi digitali e delle loro applicazioni e funzionamento. Come spesso accade per le mode quello della Cybersecurity è un fenomeno legato in parte da un reale bisogno, in parte creato per dissimulare un pericolo che non si sa bene come affrontare. Viene poi commercializzato per il grande pubblico sfruttando la stessa strategia del terrore messa in pratica in altri campi, ma il pericolo è reale.

Spesso si affacciano giullari e profeti che fino a ieri nulla sapevano di questo argomento e che oggi scrivono libri e trattati. Il mercato si riempie di strumenti e applicazioni che dovrebbero rendere “sicuro” l’ambiente digitale ma che spesso a nulla servono se non a rubarci i soldi. Come difendersi? Purtroppo, le istituzioni sono prive di quegli strumenti necessari per una reale gestione del problema. Questo è quello che accade nei luoghi di frontiera, in questo caso una frontiera tecnologica che ci travolge tutti. Le regole sono più blande, i controlli più difficili, il bisogno di risorse e la speranza di guadagni fa spesso dimenticare i rischi di questo modo di incedere. Così in questo caos (forse voluto) si demanda a terzi il controllo e la gestione di questo problema strategico per la democrazia, per i diritti umani, per il nostro coesistere e vivere. Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno! Perché coloro che sono chiamati a dare il loro parere e supporto si trovano in conflitto d’interessi. Sarebbe come chiedere a una casa farmaceutica di curare le cause di una malattia e non i suoi sintomi. Ma come se ne esce?

La soluzione non è indolore né nuova, bisogna creare degli osservatori che siano in grado di raccogliere informazioni e dare delle linee guida, dobbiamo impegnarci per comprendere collaborando con tecnici, fisici, medici, ricercatori, riportando la tecnologia al servizio dell’evoluzione della specie umana, l’etica negli ambienti di lavoro, l’amore nel costruire e condividere. Se non fermiamo questa frenesia tecnologica e non ritroviamo dei valori condivisi saremo presto vittime della nostra incapacità di proteggere i fondamentali diritti umani. Dobbiamo creare dei luoghi sicuri perché l’utilizzo e l’abuso che stiamo facendo di queste tecnologie ci lascia vulnerabili ed esposti, preda di multinazionali senza scrupoli, di governi e istituzioni tiranniche. I danni torno a ripeterlo sono tutt’altro che virtuali. 

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, often a trap

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody!

Every time I hear the word “safety,” I ask myself a question, the safety of whom? At what price? For how long? Leveraging fear is an old technique, Italy knows well what terrorism represented, the strategy of tension. We watched with dismay at 9/11, listened with disbelief to the various committees of inquiry, and the retaliation that took place afterwards. Unfortunately, however, many things are unclear. Certain relations between those who were supposed to guarantee safety and those who undermined are not clear, between political forces and security systems, that where not so secure at list not for us.

The “Arab Spring”, one of the most glaring examples of manipulation and interference by foreign security agencies in the face of the national sovereignty of a state or region, do we want to talk about Libya? Ukraine? We want to talk about the massacre of “Ustica” etc. etc.  Do we expect everyone to be good now? Who are you going to trust? The latest fashion in the digital field is: “Cybersecurity”.  The vigilance and control of the congruence of digital systems and their applications and operations. As is often the case with fashions, Cybersecurity is a phenomenon linked in part to a real need, partly created to disguise a danger that you don’t quite know how to deal with. It is then marketed to the general public by exploiting the same strategy of terror put into practice in other fields, but the danger is real.

Often there are jesters and prophets who until yesterday knew nothing about this subject and who today write books and treatises. The market is filled with tools and applications that should make the digital environment “safe” but often serve nothing except to steal our money. How to defend yourself? Unfortunately, the institutions lack the necessary tools for real management of the problem. This is what happens in border places, in this case a “technological frontier” that is everywhere and overwhelms us all. In this border places rules are blander, the controls more difficult, the need for resources and the hope of gains often makes us forget the risks of this way proceeding. So, in this chaos (perhaps wanted) third parties are asked to control and manage this strategic problem for democracy, for human rights, for our coexistence and lives.

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody! Because those who are called to give their opinion and support find themselves more often than non in conflict of interest. It would be like asking a pharmaceutical company to treat the causes of a disease and not its symptoms. But how do you get out of it? The solution is neither painless nor new, we need to create observatory that are able to gather information and give guidelines, we must work to understand by collaborating with technicians, physicists, doctors, researchers, we need to bringing the technology back to the service of human evolution, we need to bring back ethics in the workplace, we need to reintroduce the word love in the workplace. If we do not stop this technological frenzy and find shared values, we will soon be victims of our inability to protect our fundamental human rights. We must create a safe environment because the use and abuse we are making of these technologies leaves us vulnerable and exposed, prey to unscrupulous multinationals company, governments and tyrannical institutions. The damage I repeat is far from virtual.

Cybersecurity, spesso una trappola – Cybersecurity, often a trap

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, spesso una trappola

Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno!

Ogni volta che sento la parola “sicurezza”, mi pongo una domanda, la sicurezza di chi? A che prezzo? Per quanto tempo? Far leva sulla paura è una vecchia tecnica, l’Italia sa bene cosa ha rappresentato il terrorismo, la strategia della tensione. Abbiamo assistito con sgomento all’11 settembre, ascoltato con incredulità alle varie commissioni d’indagine e alle ritorsioni avvenute dopo. Purtroppo, però molte cose non sono chiare. Certe relazioni tra chi doveva garantire la sicurezza e chi invece l’ha minata, tra forze politiche e sistemi di sicurezza che tali non sono stati, se non per servire meccaniche altre.

La “primavera araba”, uno dei più lampanti esempi di manipolazione e interferenza da parte di “agenzie per sicurezza” straniere in barba alla sovranità nazionale di uno stato o regione. Vogliamo parlare della Libia? Ucraina? Vogliamo parlare della strage di “Ustica” ecc. ecc.  Ci aspettiamo che adesso tutti siano diventati buoni? Che ci si possa fidare? L’ultima moda in campo digitale e la “Cybersecurity” ovvero la vigilanza e il controllo della congruenza dei sistemi digitali e delle loro applicazioni e funzionamento. Come spesso accade per le mode quello della Cybersecurity è un fenomeno legato in parte da un reale bisogno, in parte creato per dissimulare un pericolo che non si sa bene come affrontare. Viene poi commercializzato per il grande pubblico sfruttando la stessa strategia del terrore messa in pratica in altri campi, ma il pericolo è reale.

Spesso si affacciano giullari e profeti che fino a ieri nulla sapevano di questo argomento e che oggi scrivono libri e trattati. Il mercato si riempie di strumenti e applicazioni che dovrebbero rendere “sicuro” l’ambiente digitale ma che spesso a nulla servono se non a rubarci i soldi. Come difendersi? Purtroppo, le istituzioni sono prive di quegli strumenti necessari per una reale gestione del problema. Questo è quello che accade nei luoghi di frontiera, in questo caso una frontiera tecnologica che ci travolge tutti. Le regole sono più blande, i controlli più difficili, il bisogno di risorse e la speranza di guadagni fa spesso dimenticare i rischi di questo modo di incedere. Così in questo caos (forse voluto) si demanda a terzi il controllo e la gestione di questo problema strategico per la democrazia, per i diritti umani, per il nostro coesistere e vivere. Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno! Perché coloro che sono chiamati a dare il loro parere e supporto si trovano in conflitto d’interessi. Sarebbe come chiedere a una casa farmaceutica di curare le cause di una malattia e non i suoi sintomi. Ma come se ne esce?

La soluzione non è indolore né nuova, bisogna creare degli osservatori che siano in grado di raccogliere informazioni e dare delle linee guida, dobbiamo impegnarci per comprendere collaborando con tecnici, fisici, medici, ricercatori, riportando la tecnologia al servizio dell’evoluzione della specie umana, l’etica negli ambienti di lavoro, l’amore nel costruire e condividere. Se non fermiamo questa frenesia tecnologica e non ritroviamo dei valori condivisi saremo presto vittime della nostra incapacità di proteggere i fondamentali diritti umani. Dobbiamo creare dei luoghi sicuri perché l’utilizzo e l’abuso che stiamo facendo di queste tecnologie ci lascia vulnerabili ed esposti, preda di multinazionali senza scrupoli, di governi e istituzioni tiranniche. I danni torno a ripeterlo sono tutt’altro che virtuali. 

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, often a trap

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody!

Every time I hear the word “safety,” I ask myself a question, the safety of whom? At what price? For how long? Leveraging fear is an old technique, Italy knows well what terrorism represented, the strategy of tension. We watched with dismay at 9/11, listened with disbelief to the various committees of inquiry, and the retaliation that took place afterwards. Unfortunately, however, many things are unclear. Certain relations between those who were supposed to guarantee safety and those who undermined are not clear, between political forces and security systems, that where not so secure at list not for us.

The “Arab Spring”, one of the most glaring examples of manipulation and interference by foreign security agencies in the face of the national sovereignty of a state or region, do we want to talk about Libya? Ukraine? We want to talk about the massacre of “Ustica” etc. etc.  Do we expect everyone to be good now? Who are you going to trust? The latest fashion in the digital field is: “Cybersecurity”.  The vigilance and control of the congruence of digital systems and their applications and operations. As is often the case with fashions, Cybersecurity is a phenomenon linked in part to a real need, partly created to disguise a danger that you don’t quite know how to deal with. It is then marketed to the general public by exploiting the same strategy of terror put into practice in other fields, but the danger is real.

Often there are jesters and prophets who until yesterday knew nothing about this subject and who today write books and treatises. The market is filled with tools and applications that should make the digital environment “safe” but often serve nothing except to steal our money. How to defend yourself? Unfortunately, the institutions lack the necessary tools for real management of the problem. This is what happens in border places, in this case a “technological frontier” that is everywhere and overwhelms us all. In this border places rules are blander, the controls more difficult, the need for resources and the hope of gains often makes us forget the risks of this way proceeding. So, in this chaos (perhaps wanted) third parties are asked to control and manage this strategic problem for democracy, for human rights, for our coexistence and lives.

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody! Because those who are called to give their opinion and support find themselves more often than non in conflict of interest. It would be like asking a pharmaceutical company to treat the causes of a disease and not its symptoms. But how do you get out of it? The solution is neither painless nor new, we need to create observatory that are able to gather information and give guidelines, we must work to understand by collaborating with technicians, physicists, doctors, researchers, we need to bringing the technology back to the service of human evolution, we need to bring back ethics in the workplace, we need to reintroduce the word love in the workplace. If we do not stop this technological frenzy and find shared values, we will soon be victims of our inability to protect our fundamental human rights. We must create a safe environment because the use and abuse we are making of these technologies leaves us vulnerable and exposed, prey to unscrupulous multinationals company, governments and tyrannical institutions. The damage I repeat is far from virtual.

Levol-App: piattaforma europea digitale per la gestione dei volontari

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, a Cori, il meeting tra esperti del terzo settore per il lancio della versione definitiva

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, la città di Cori (LT), ospiterà un altro meeting europeo organizzato dall’Informa-Giovani del Comune di Cori con la collaborazione dell’Associazione Arcadia. Esperti di no-profit, associazionismo e volontariato si incontreranno nella Biblioteca comunale “Elio Filippo Accrocca” nell’ambito del partenariato europeo “Levol-App”, acronimo che sta per “Piattaforma digitale di formazione professionale del volontariato e del terzo settore”. 

Saranno presenti operatori di realtà impegnate nel terzo settore e provenienti da Spagna (Neo-Sapiens), Slovacchia (Platforma dobrovolnickych centier a organizacii), Gran Bretagna (Birmingham Voluntary Service Council), Italia (Futuro Digitale) e Portogallo (Pista Magica). Data l’importanza dell’appuntamento coordinerà gli interventi un responsabile dell’agenzia nazionale portoghese capofila del progetto.

Si parlerà dei progressi fatti, delle esperienze locali di coinvolgimento e del futuro. L’incontro operativo però si concentrerà sul lancio della versione definitiva della piattaforma (learning.levol-app.eu), gratuita e pensata per chi opera nel solidale. Realizzata in cinque lingue, permette a chi vi accede di poter studiare del materiale di alta qualità sulla pratiche di gestione dei volontari e scaricare documenti operativi che possano essere di supporto per le azioni quotidiane delle associazioni.

“Finora oltre 100 organizzazioni da tutta Europa hanno testato la piattaforma e partecipato alla formazione online – spiega Marco De Cave, referente locale del servizio – Come Informa-Giovani siamo soddisfatti del lavoro fatto e di quanto stiamo proiettando l’immagine di Cori in Italia e all’estero, investendo fondi europei, sempre più importanti per noi e per tutti. Sarà l’occasione per 10 esperti europei di conoscere la cultura del nostro territorio e il forte cuore solidale della nostra comunità”.

Stanno vendendo e violentando le nostre “anime digitali”

di emigrazione e di matrimoni

Stanno vendendo e violentando le nostre “anime digitali”

Si incomincia a parlare di un virus informatico che intacca le SIM (hardware) attraverso un sms. Simjacker, questo è il nome del virus, circola già da qualche anno e trasformerebbe il telefono cellulare in una microspia.

di Gabriele Andreoli

Sono rientrato dal MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) uno dei luoghi sacri per la ricerca, l’innovazione e lo studio. Con alcuni professori si è parlato di un nuovo progetto con al centro due parole chiave: amore e tecnologia. Questo progetto ha il fine di sottolineare il bisogno che abbiamo di umanizzare e riportare i sentimenti e l’uomo al centro dell’interesse e della ricerca, mentre ora il profitto e il suo sfruttamento sono protagonisti. La sensazione è ovunque la stessa, stiamo perdendo il controllo e alcuni stanno sfruttando per fini commerciali l’intelligenza artificiale, gli algoritmi per la modificazione del comportamento, stanno vendendo e violentando le nostre “anime digitali”. Eppure, siamo ancora in pochi a parlare di diritti umani e tecnologia, a chiedere chiarimenti e il rispetto delle Costituzioni. Non mancano le prove che si stia correndo troppo veloci. Ed ecco che si incomincia a parlare di un virus informatico che intacca le SIM (hardware) attraverso un sms. Simjacker, questo è il nome del virus, circola già da qualche anno e trasformerebbe il telefono cellulare in una microspia, la differenza rispetto agli altri sistemi e nel modo in cui lo fa, non più con sistemi esterni o attraverso programmi o malware che si inseriscono nel sistema operativo, ma attaccando direttamente “hardware” senza che l’utente se ne accorga.

Ma cosa ci importa, giusto? Tanto siamo pieni di applicazioni che ci monitorano e ci rubano i dati. Già, forse però non è proprio un bene far finta di nulla e pregare che non entrino nei nostri conti correnti o profili, o ci cancellino gli HD o il Cloud. Siamo sempre più dipendenti da mezzi di cui non possiamo fidarci né per proteggere i nostri segreti né per custodirli. Pensate se prendendo il vostro cellulare in mano vi accorgeste che tutti i dati sono scomparsi, o che tutti i numeri che avete sono stati contattati o peggio attaccati da hackers? La nostra sfera privata va difesa, non perché ci sia qualcosa da nascondere ma perché abbiamo il diritto di vivere la nostra intimità, ne abbiamo bisogno; è uno dei nostri diritti inalienabili. Perché proteggere noi vuol dire difendere coloro che amiamo, non è solo un diritto; ma un dovere.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

They are raping our “digital souls”

There is evidence of a computer virus that affects the SIM (hardware) of mobile devices (smart phones) through a text message. Simjacker, this is the name of the virus, has been circulating for some years and would turn the phone into a bug.

By Gabriele Andreoli

I have just returned in Italy from the MIT (Massachusetts Institute of Technology) one of the sacred places for research, innovation and study. With some professors there was talk about a new project with two key words: love and technology. This project aims to emphasize the need we have to humanize and bring back feelings and human to the center of interest and research, which now sees human exploitation and profit as protagonists. The Feeling is the same everywhere, we are losing control over technology and its use. Someone is tacking advantage, manipulating reality and our weaknesses for commercial purposes. Through artificial intelligence, behaviour modification algorithms are selling and raping our “digital souls”. And yet, we are still few talking about human rights and technology, asking for clarification, policies and respect of the Constitutions. There is no lack of evidence that we are running too fast, compromising our democracies and human rights. And here it is, as if that was not enough, that we start talking about a computer virus that affects the SIM (hardware) through a text message. Simjacker, this is the name of the virus, has been circulating for some years now and would transform the mobile phone into a bug, the difference from the other systems is the way it does it, no longer with external systems or through programs or malware that insert themselves in the operating system, but directly attacking “hardware” without the user noticing. But what do we care, right? We are so full of applications that monitor us and steal our data.

Yeah, but it’s not really a good thing to pretend nothing is happening, and limit our self to pray that they don’t enter into our bank accounts or profiles, or cancel our HD or our Cloud. We are increasingly dependent on means of which we cannot trust either to protect our secrets or to store them. Think, if you take your cell phone in your hand and notice that all the data has disappeared, or that all the numbers you have been contacted by strangers or worse attacked by hackers? Our private sphere must be defended, not because there is something to hide but because we have the right to live our intimacy, we need it; it is one of our inalienable rights. Because protecting us means defending those we love, it is not just our right; but our duty.

Le regole imposte dai social media assumono sempre più un orientamento contro i diritti umani

In Italia a insindacabile giudizio di Facebook il servizio viene negato e interrotto a quello o questo partito, o associazione, o persona.

Sono a Cape Code, MA, USA, arrivano segnali preoccupanti dal “bel paese” ma non solo. Mi sembra che si stia avverando la peggiore profezia Orwelliana. Oggi su Facebook sono iscritti 31 milioni di italiani, dai social passa l’80% dell’informazione, sui social si fanno le campagne elettorali. Non può e non dovrebbe essere considerato un “regno privato” dove le regole sono dettate da una multinazionale e più precisamente da un ragazzetto milionario che non ha nessun rimorso dei danni creati e di quelli che queste sue scellerate azioni continuano a creare. Abbiamo visto con le elezioni USA e Cambridge Analitica come le democrazie siano fragili, abbiamo visto FaceBook sperimentare diverse strategie, per esempio in Myanmar offrire internet gratis per aumentare il volume dei suoi affari con il bel risultato di aver alterato la situazione politica e molto realisticamente anche l’insorgenza di ritorsioni razziali. Questa piattaforma non è in grado, nè del resto ha il diritto di gestire a suo piacimento, la legge e gli equilibri globali. Eppure in barba alle costituzioni e alle regole più elementari sui diritti umani agisce discriminando indisturbata. Devo temere? Posso scrivere? parlare?  “posso esistere”? In Italia a insindacabile giudizio di Facebook il servizio viene negato e interrotto a quello o questo partito o associazione o persona.

Poco importa se gli esponenti politici “epurati” fanno parte di organizzazioni che per la legge italiana sono perfettamente legali, e se la nostra Costituzione all’articolo 21 recita “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Zuckerberg puó fregarsene e se ne frega, e nessuno (o quasi) dice nulla se le politiche attuate sono sovversive e incostituzionali, razziste e discriminatorie. Alcuni forse pensano che queste prove di dittatura planetaria siano accettabili, che i diritti umani poco contino, ma è un terribile errore che apre la porta ad immani sciagure, e che sta dilagando come un morbo e infettando la nostra società e vita reale (non che non sia reale su FB e Instagram). Stiamo perdendo il nostro diritto ad “esistere”, presto ci sarà solo moneta elettronica (già oggi senza una carta di credito sei emarginato), si parla di “Cip” elettronico per fini medicali, e del 5G il fantastico internet delle cose. Saremo tutti collegati o scollegati? Saranno “collegati” solo i “buoni”, i figli remissivi, passivi e schiavi di un sistema che non dà scampo. Non ci sarà più il bisogno di prigioni, basterà inviare un segnale e il dato individuo o gruppo, sarà de facto ghettizzato e punito, sarà “fatto fuori”, epurato. Dunque la nostra Costituzione non vale piú? Lo sforzo dei padri fondatori, per quanto perfettibile aveva lo scopo di tutelare tutti, di posare le basi per una crescita condivisibile e la coesistenza. Oggi è giusto alienare le nostre radici, storia, conquiste per sostituirli con contratti elettronici che nessuno legge? 

In Italia il nuovo governo “Conte Bis” parte con il piede sbagliato in materia di nuove tecnologie

Ci aspettiamo per il bene comune che non si parli solo di CyberSecurity, ma della modificazione biologica e psicologica che le “nuove tecnologie stanno portando”, del pericolo posto in essere dall’utilizzo delle radiofrequenze, di applicazioni che portano alla “dipendenza”, che ci espongono a rischi concreti e documentati

di Gabriele Andreoli

Al primo consiglio dei ministri il nuovo Governo Conte ha esercitato la Golden Power sugli operatori telefonici, in relazione agli apparati di rete per quanto riguarda fornitori non europei, finalizzata a proteggere la sicurezza nazionale. Il nuovo governo dovrà però affrontare la più complicata questione riguardante la sicurezza da un punto di vista medico di queste nuove tecnologie e di quelle esistenti e in uso.

Non mi interesso di politica, nel senso più vasto del termine, ma di politiche umanitarie. Mentre i governi più attenti si fanno domande sul 5G e sull’impatto che le nuove tecnologie stanno avendo prendendo contromisure, preoccupano le dichiarazioni del neo Ministro dell’Innovazione e della Digitalizzazione Paola Pisano. “In futuro potrò dire ai miei figli che ho contribuito ad attirare in città aziende che danno lavoro a molte persone. Aziende che si occupano di tecnologie del futuro. E queste sono il driver del cambiamento della nostra società”. Da madre di tre figli la dott.sa Pisano forse dovrebbe chiedersi anche quale impatto avrà questa sua posizione da un punto di vista medico e dei diritti umani, prima che economico. O invece di essere ricordata come chi ha portato lavoro, forse sarà additata come chi spalleggiando le multinazionali ha contribuito al diffondersi di tecnologie nocive per il solo profitto di pochi. Creare lavoro e promuovere la tecnologia non può e non deve essere fatto a discapito della salute e della sicurezza, e questo è esattamente quello che sta accadendo come abbiamo visto negli editoriali precedenti, come decine di indagini, commissioni, libri e documenti scientifici provano. Ignorare questa mole di studi e ricerche significa non comprendere le nuove tecnologie e non essere capaci di sviluppare il giusto rapporto benefico con esse.

 Ci aspettiamo per il bene comune che non si parli solo di CyberSecurity ma della modificazione biologica e psicologica che le “nuove tecnologie stanno portando”, del pericolo posto in essere dall’utilizzo delle radiofrequenze, di applicazioni che portano alla “dipendenza”, che ci espongono a rischi concreti e documentati. Bisogna che le nuove tecnologie diventino “human friendly (al servizio e per il bene dell’uomo) e non strumento di coercizione e massimizzazione del profitto per il benessere di pochi. Ci auguriamo di poter essere utili a questo e a ogni altro governo, ente, multinazionale istituto perchè si possa creare un futuro a misura d’uomo.  Collaborare dunque per il bene comune occuparsi seriamente dei problemi posti in essere dall’abuso delle tecnologie esistenti prima di lanciarsi verso un futuro che cosí sta imponendosi come una dittatura tecnologica che in pochi anni ha distrutto il tessuto sociale e messo a rischio le democrazie e milioni di persone. 

“Metti in pausa il 5G“: parte la campagna contro lo stress da eccesso di informazioni

Paolo Goglio ha dato vita ad una ricerca specifica sulle fonti di stress della vita moderna, curata dall’associazione “Amore con il Mondo”.

La vita moderna, si sa, è colma di fonti di stress. La rincorsa alle nuove tecnologie poi è sempre più frenetica e travolgente e sta culminando nella controversa installazione e sperimentazione di sempre più apparati e applicazioni per le reti 5G. Un aspetto delle nostre esistenze che ha dato vita ad una ricerca specifica sulle fonti di stress della vita moderna, curata dall’associazione “Amore con il Mondo”.

La ricerca è stata curata da Paolo Goglio, presidente dell’associazione, che da oltre 10 anni si è dedicato ad un progetto di comunicazione monitorando il comportamento sociale che deriva dal flusso di informazioni mediatiche, per il quale ha già realizzato numerosi reportage, conferenze, libri di saggistica sociale e documentari televisivi e cinematografici.

IL PESO DELLA PRESSIONE MEDIATICA

La ricerca ha evidenziato che la sola affissione stradale ci porta a ricevere messaggi condizionanti con una frequenza che supera i 3.000 input/giorno e sono posizionati ovunque, ai semafori e agli incroci, nei punti di maggiore affluenza, stazioni, fermate dei bus e aeroporti, sempre più grandi, accattivanti e aggressivi.

E’ un bombardamento che supera le 5.000 unità input/giorno considerando che, qualunque cosa facciamo e ovunque ci troviamo, riceviamo questo mitragliamento feroce e costante di messaggi da televisioni e monitor posizionati ovunque ormai.

Le stesse vetrine dei negozi invitano ad acquisti che sollecitano costantemente lapercezione di avere sempre desiderio e bisogno di qualcosa, depliant e volantini ovunque, persone che cercano in ogni modo di catturare la nostra attenzione per vendere prodotti e servizi e per completare il quadro ora non esiste più neppure un minuscolo rifugio, un’isola che ci consenta di avere quel momento di pace per dedicare un istante a noi stessi, vedere la realtà che ci circonda, rapportarci alla vita e all’essere.

“L’avvento della telefonia mobile ha posto la pietra tombale su questa triste realtà, e ha saturato ogni restante minuscolo spazio di vita rimasto, portando questi input su un piano talmente elevato da deformare completamente la nostra vita. La nostra percezione della realtà, le nostre esigenze, i gusti e le abitudini sono deformate, non c’è quasi più nulla di autentico e l’invadenza dei call center e della profilazione ai fini di advertising ha trasformato la nostra vita in un frenetico e logorante percorso di astrazione” spiega Paolo Goglio, presidente dell’associazione “Amore con il mondo” (www.amoreconilmondo.com).

L’AUMENTO DELLO STRESS

“Il problema è che anziché combattere lo stress abbiamo creato strumenti per aumentarlo sempre di più, la visione è evidente soprattutto nelle città dove tutti sono conformati in uno spazio grande come il display del proprio smartphone, camminano assenti dal mondo esterno, lo consultano centinaia di volte al giorno, spesso compulsivamente e senza bisogno alcuno, le notifiche arrivano a centinaia” continua Goglio.

La ricerca evidenzia che inoltre che mentre da una parte si grida il proprio diritto alla privacy dall’altra si postano immagini della propria vita familiare, dei propri momenti e dei propri spazi su piattaforme social visibili da tutti in tutto il mondo. Ogni cosa che mangiamo, ogni abito che indossiamo e ogni luogo che visitiamo non è più visto per quello che è ma sempre e solamente attraverso il mirino della fotocamera che inquadra e condivide ogni momento per ricevere quella inutile gratificazione sotto forma di like, smile e cuoricini vari. Il malessere che ne deriva alimenta i casi di depressione che oggi è la seconda causa di disabilità dopo le malattie cardiovascolari

“Io non sono contrario alla tecnologia e meno che mai al progresso ma proprio perché opero nel campo della comunicazione da molti decenni ho fatto numerosi e approfonditi studi sul rapporto tra le tecnologia e la felicità, intesa come benessere interiore ed esteriore sia sul piano individuale che della società in genere. Il quadro che ne deriva è molto allarmante, c’è una profonda sensazione di malessere diffusa ad ogni livello, la domanda che mi viene posta più volte è ‘Ma come è possibile essere felici con tutto quello che succede, ma vi rendete conto in che mondo viviamo?’ e magari quella persona è sulla sponda di un lago con un cagnolino che gioca e una figlia sorridente, ma è incapace di vedere tutto questo, asfissiato e accecato dal peso ormai abnorme di informazioni negative che riceve su tutti i fronti”.

Un problema che secondo la ricerca di “Amore nel Mondo” onlus in Italia ne è colpito 12,5% degli italiani. Cifra che secondo alcuni studiosi è anche ottimista rispetto ai reali danni che l’abuso delle nuove tecnologie stanno provocando

LA CONVIVENZA CON LE TECNOLOGIE

Qui non si tratta di contrastare l’aspetto tecnologico, ma di osservare con estrema attenzione quello che sta avvenendo perché il peso che ciascuno di noi è chiamato a sostenere è enorme e lo stress che ne deriva è insostenibile, non c’è e non ci sarà mai tempo per sé stessi, si parla di essere sempre connessi.

“Quando siamo veramente connessi a noi stessi e alle nostre vite? Quando avremo tempo per accorgerci di questo grande inganno che sta fagocitando il nostro tempo?Passiamo anche 4 ore al giorno sui social per non parlare delle ore passate sul divano a ricevere condizionamenti dalla Tv e la conseguenza è che non c’è mai tempo. Molti parlano rapidamente come se avessero bisogno di guadagnare tempo, in realtà sono talmente stressati da questa morsa distruttiva che per fare una telefonata di 2 minuti ne occorrono 10 e magari ripetono 3-4 volte le stesse cose” spiega ancora il presidente dell’associazione Paolo Goglio.

Ecco perché l’avvento di nuove, ulteriori tecnologie per aumentare la potenza e la portata del volume di input/giorno può essere oggetto di discussioni sulle conseguenze dei danni alla salute fisica o all’ambiente ma non può assolutamente essere sottovalutata né discussa sul piano del benessere individuale e sociale.

La soglia è già abbondantemente superata con l’avvento di milioni di applicazioni, memorie sempre più veloci e capienti, processori sempre più veloci, display sempre più definiti e batterie sempre più potenti.

“Con il passaggio al 5G tutto questo si moltiplicherà esponenzialmente e se da una parte è doveroso prestare ascolto alle numerose voci che allertano sui possibili rischi che milioni di antenne inevitabilmente porteranno con la relativa overdose di emissioni elettromagnetiche e i conseguenti rischi di danno biologico, dall’altra è necessario, anche solo per un istante, fare una pausa” commenta ancora Goglio.

L’IMPORTANZA DI FARE UNA PAUSA

E’ proprio la pausa il vero segreto per provare a riflettere. Se non c’è mai tempo per farlo è chiaro che tutto andrà sempre e solamente in una sola direzione e saremo sempre più sommersi dalla tecnologia.

Basti pensare che in Finlandia stanno già sperimentando il 6g. Dal punto di vista strettamente tecnologico il progresso è semplicemente stupefacente, ma esiste un progresso dell’umanità, un progresso sociale, un progresso individuale di cui Goglio invita a prendere coscienza.

“Mi rivolgo a tutti, enti e comuni, associazioni, attivisti e inattivisti, e invito tutti a prendersi una pausa da questo incessante frenetismo tecnologico. E’ orribile, lo so, fermarsi un solo istante. Ma proprio in quell’attimo potrebbe scattare un clic interiore che ci porta ad una semplice consapevolezza: noi siamo vivi e la nostra unica risorsa è il tempo, siamo veramente liberi di investirlo come desideriamo o siamo piuttosto caduti in una specie di frullatore dell’umanità dove la tecnologia è diventata talmente affascinante, divertente e potente da impedirci di avere quell’attimo di connessione con la realtà creata e non solamente con la realtà costruita?” si chiede Paolo Goglio.

Ogni volta che qualcuno dice di sì c’è sempre qualcuno che dice di no, favorevoli e contrari esistono ad ogni livello e per qualunque tematica, qui non si tratta di contrastare nulla e nessuno ma semplicemente di fare una piccola pausa e osservare, ascoltare le cose su un piano diverso, affidarsi al buon senso, alla propria voce interiore, provare a connettersi non solo alle radiofrequenze ma anche ai propri sentimenti, alle proprie emozioni, al proprio cuore, immaginare anche solamente un attimo di vivere una sensazione di pace.

Chi siamo, cosa siamo, cosa abbiamo fatto, chi siamo stati, cosa abbiamo dato, ricevuto, cosa abbiamo sentito, cosa abbiamo donato, che cosa abbiamo dato in cambio di questo grande dono di vita?

“L’abbiamo sprecata girando una manovella per tutta la vita, a sederci sul divano per ingannare il tempo, a usare dei passatempi perché il tempo non passa e quando non passa ci annoiamo e quella noia è la drammatica testimonianza che non siamo capaci di sentire la linfa vitale che scorre in noi e che ci chiama ad essere parte di un sistema talmente grande e potente. Così bello che è veramente impossibile pensare che possa esistere artificialmente in un televisore o dentro un telefono, qualcosa in grado di sostituire le nostre emozioni”.

UN FILM DEVOLUTO ALLA CAUSA

A dicembre 2018 Paolo Goglio ha presentato al cinema Anteo di Milano un film intitolato “CLIC – 10 giorni guidato dal vento”, una autentica impresa cinematografica già entrata nella storia del cinema dalla porta principale, per essere stato il primo SELFIEFILM della storia del cinema, in quanto realizzato, prodotto e interpretato da una sola persona.

“Inizialmente ho riservato questa mia opera alla piccola distribuzione e ai circuiti cinematografici indipendenti, ho riscosso numerosi consensi e ora ho piacere di dedicarlo ad una causa che considero di vitale importanza per il benessere individuale e sociale. Non si tratta di dire SI o NO, di dire basta, ancora, stop. E’ sufficiente una pausa, solamente questo: non abbiamo nessun reale bisogno di connettere il frigorifero o il forno a microonde, le lampadine e gli elettrodomestici, non abbiamo bisogno di una realtà virtuale. Il vero paradosso è che quanto più pensiamo di creare una realtà aumentata e quanto più ci ritroviamo in una realtà diminuita”.

Se facciamo un attimo di pausa potremo accorgercene e magari risvegliarci, come da un sogno sgradito, scoprire che il grande spazio della vita, quella reale, è l’unico vero spazio a cui connetterci per giungere a livelli maggiori di benessere e di felicità.

“Invito chiunque stia operando per sensibilizzare non solo all’uso sconsiderato delle tecnologie ma chiunque sia attivo sul piano sociale, educativo, didattico o formativo a contattarmi tramite il sito web dell’associazione www.amoreconilmondo.com o alla mail [email protected], per ricevere gratuitamente una copia del film ‘CLIC – 10 giorni guidato dal vento’ con nulla osta per la proiezione in pubblico. Si possono organizzare proiezioni e dare vita a un dibattito a cui, se disponibile, avrò il piacere di presenziare e partecipare” conclude Paolo Goglio.

Tutto quello che comunichi potrà e verrà usato contro di te

Il sistema globale, si sta trasformando in una dittatura delle informazioni, in grado di affermare le regole più spietate colpendo e annientando i singoli.

Ma perché tenere una rubrica su tecnologia e diritti umani? La risposta è semplice: Il sistema globale, si sta trasformando in una dittatura delle informazioni, in grado di affermare le regole più spietate colpendo e annientando i singoli. Il nostro sistema sociale e biologico si basa su una regola molto semplice, per proliferare abbiamo bisogno di stabilità, questa la si raggiunge quando ci sentiamo sicuri, tranquilli, quando possiamo collaborare. Per cui le nostre interazioni con il mondo che ci circonda sono fondamentali. Se ci sentiamo in costante pericolo, se siamo continuamente tracciati, spiati, ricattati non possiamo che impaurirci, annichilirci, esasperarci. E la soluzione non sono psicologi o psicofarmaci, ma un semplice rapporto corretto di collaborazione con il mondo che ci circonda.

Negli ultimi mesi ho seguito l’evoluzione delle proteste a Hong Kong, dove il governo cinese ha utilizzato i dati delle telecamere biometriche sparse su tutto il territorio, incrociandoli con il database a loro disposizione. Non è difficile credere che con l’ausilio di sistemi di “sicurezza” come “Evident” abbiano tracciato e traccino la vita delle persone attraverso gli smart phone, le smart TV, i computer. Tutto quello che dici, scrivi, comunichi potrà essere usato e verrà usato contro di te, non importa quando e perché lo hai scritto, basta una frase anche decontestualizzata e scattano le contromisure. Lo abbiamo visto e vissuto con il cyberbullismo, con quello che viene definito in inglese attraverso la parola “shaming” (svergognare). Sicuramente avrete seguito la vicenda di Justine Sacco, in caso contrario eccone un breve riassunto: la Dr.ssa Sacco, che all’epoca lavorava come capo relazioni pubbliche in una grossa azienda di N.Y., prima di prendere il suo volo per Johannesburg dove andava a trovare i famigliari Twitta quella che a suo avviso era l’ennesima battuta, forse di cattivo gusto, forse fuori luogo, ma niente di più: “sto andando in Africa, Spero di non prendere AIDS. Scherzo, sono bianca.” Arrivata riaccende il telefono e scopre di essere stata licenziata e che ad attenderla ci sono alcuni dimostranti che le danno della razzista.

Il suo tweet era diventato virale, ritwittato e commentato fino a diventare la prova schiacciante della sua inadeguatezza e pregiudizio razziale. Da allora la sua vita è stata un susseguirsi di minacce, esclusioni, punizioni, tutto quello che ha scritto rintracciato ed esposto, ogni sua frase analizzata. La sua vita distrutta come quella di tante altre persone con l’unica colpa spesso solo di aver scherzato o essere stati fraintesi. Leggerezza o imprudenza, premeditazione o dolo, la differenza la fa la diffusione, la pubblicazione e la sensazionalizzazione di un dato evento o frase da parte di chi controlla i media. E chi controlla i dati? Chi ha potere sui media? Sul web? Come avrebbero dimostrato i suoi accaniti carnefici mediatici non era infatti il primo Tweet “politically incorrect” che Justine postava, ma fino a quando qualcuno non ha deciso di specularci sopra nulla è accaduto. Potrebbe essere stato un collega invidioso? Un fidanzato tradito? E se Justine fosse stata una dissidente?Magari che lottava per i diritti degli animali o contro l’adozione della rete 5G? Insomma, un personaggio che qualcuno nell’apparato dello Stato o di qualche grande multinazionale non apprezzava? Se lo “Stato”, o meglio alcuni apparati di controllo agiscono da sempre per influenzare il sistema, possiamo credere che non lo facciano usando le nuove tecnologie? Possiamo chiudere gli occhi dopo gli eventi della Brexit e delle presidenziali USA e pensare che la Cambridge Analitica non continui il suo lavoro? Possiamo ignorare le rivelazioni di Snwoden sui sistemi di controllo illegali della NSA e CIA e delle altre agenzie?

Tutto quello che comunichi potrà e verrà usato contro di te, non dimenticarlo. 

Il potere di uno smartphone: quando il selfie diventa una tomba

I dati sulla connessione, sulla sindrome da “disconnessione” riportano alla mente una filastrocca che risale al tempo della peste: giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra. E così tra il gioco e il bisogno di riempire i vuoti, immortalati sull’altare di un “Like” contiamo oltre 250 morti da selfie per il 2019.

Settimo appuntamento e mi sento di non aver ancora neanche cominciato a descrivere quello che l’indagine cominciata molti anni fa riguardo alle nuove tecnologie ha fatto emergere. La ricercatrice e professoressa Susan Blackmore, nei suoi studi sulla memetica (la scienza che studia la virologia delle idee) presentava il dilagare della digitalizzazione, di internet e dell’intelligenza artificiale come la tomba della specie umana. Francamente non so cosa causerà la nostra estinzione, ma so che fino a quel momento dobbiamo lottare per far rispettare i diritti umani, per minimizzare i rischi, per costruire e condividere. Leggo i dati sulla connessione, sulla sindrome da “disconnessione” e mi viene in mente una filastrocca che si fa risalire al tempo della peste e che credo molti conoscano: giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra. E così tra il gioco e il bisogno di riempire i vuoti, immortalati sull’altare di un “Like” contiamo oltre 250 morti da selfie per il 2019. Quelli ufficiali, caduti con il loro telefonino tra le mani difendendo la loro voglia di protagonismo ma non i loro cari che spesso sono morti insieme a loro. Spose, bambini, mariti, nonni, non solo giovani esibizionisti. Alcuni governi stanno reagendo e si vedono i primi segnali “No selfi zone”.

Non demonizziamo il mezzo come ho più volte ripetuto, ma non crediate che sia “neutro”, questo mezzo ha un suo impatto e un suo scopo e il suo utilizzo modifica il nostro comportamento. Se conosciamo e comprendiamo queste meccaniche possiamo accettarle e utilizzarle a nostro vantaggio, quante fantastiche cose possiamo fare con i nostri nuovi smartphone, ma di certo chi studia le tecnologie e il suo impatto comprende anche che molto c’è da fare per evitarne un uso “deviato”. I dati ancora una volta ci mostrano un minimo comune denominatore: l’incapacità gestionale di molti soggetti. Così mi ritrovo a parlare di cyberbullismo, dell’uso indiscriminato degli smart phone in mano ai bambini, strumento che gli “adulti” utilizzano spesso come palliativo in virtù della loro incapacità genitoriale. I danni che costoro arrecano ai propri figli sono spesso irreversibili, ma essendo loro le prime vittime non comprendono le ripercussioni negative che l’uso indiscriminato di tale tecnologia ha specialmente su una mente in via di formazione. Non è cosa nuova che la tecnologia e l’innovazione portino con sé anche una deriva negativa, ma i numeri che abbiamo difronte e le proporzioni sono da epidemia globale.

Come una droga un selfie non basta più, sono dieci, cento, mille scatti, in un susseguirsi compulsivo e ossessivo, un viaggio non è un viaggio, un amore non è un amore, nulla ha valore se non può essere “postato”. D’altronde ormai così si fa la politica, così parlano i potenti del mondo, per tweet e attraverso Face Book che udite bene è uno dei principali mezzi d’informazione. Gli algoritmi costruiscono intorno a noi bolle informative, per assecondarci, per stimolarci e venderci prodotti e servizi, dandoci un’immagine del mondo distorta. Facebook è diventato per molti il primo mezzo d’informazione, un mezzo che però poco ha a che fare con la realtà e molto con il marketing e la manipolazione. Lo spiega bene e senza mezzi termini Roger McNamee, uno dei protagonisti dell’ascesa di Zuckerberg nel suo libro “Zucked”. 

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