Le regole imposte dai social media assumono sempre più un orientamento contro i diritti umani

In Italia a insindacabile giudizio di Facebook il servizio viene negato e interrotto a quello o questo partito, o associazione, o persona.

Sono a Cape Code, MA, USA, arrivano segnali preoccupanti dal “bel paese” ma non solo. Mi sembra che si stia avverando la peggiore profezia Orwelliana. Oggi su Facebook sono iscritti 31 milioni di italiani, dai social passa l’80% dell’informazione, sui social si fanno le campagne elettorali. Non può e non dovrebbe essere considerato un “regno privato” dove le regole sono dettate da una multinazionale e più precisamente da un ragazzetto milionario che non ha nessun rimorso dei danni creati e di quelli che queste sue scellerate azioni continuano a creare. Abbiamo visto con le elezioni USA e Cambridge Analitica come le democrazie siano fragili, abbiamo visto FaceBook sperimentare diverse strategie, per esempio in Myanmar offrire internet gratis per aumentare il volume dei suoi affari con il bel risultato di aver alterato la situazione politica e molto realisticamente anche l’insorgenza di ritorsioni razziali. Questa piattaforma non è in grado, nè del resto ha il diritto di gestire a suo piacimento, la legge e gli equilibri globali. Eppure in barba alle costituzioni e alle regole più elementari sui diritti umani agisce discriminando indisturbata. Devo temere? Posso scrivere? parlare?  “posso esistere”? In Italia a insindacabile giudizio di Facebook il servizio viene negato e interrotto a quello o questo partito o associazione o persona.

Poco importa se gli esponenti politici “epurati” fanno parte di organizzazioni che per la legge italiana sono perfettamente legali, e se la nostra Costituzione all’articolo 21 recita “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Zuckerberg puó fregarsene e se ne frega, e nessuno (o quasi) dice nulla se le politiche attuate sono sovversive e incostituzionali, razziste e discriminatorie. Alcuni forse pensano che queste prove di dittatura planetaria siano accettabili, che i diritti umani poco contino, ma è un terribile errore che apre la porta ad immani sciagure, e che sta dilagando come un morbo e infettando la nostra società e vita reale (non che non sia reale su FB e Instagram). Stiamo perdendo il nostro diritto ad “esistere”, presto ci sarà solo moneta elettronica (già oggi senza una carta di credito sei emarginato), si parla di “Cip” elettronico per fini medicali, e del 5G il fantastico internet delle cose. Saremo tutti collegati o scollegati? Saranno “collegati” solo i “buoni”, i figli remissivi, passivi e schiavi di un sistema che non dà scampo. Non ci sarà più il bisogno di prigioni, basterà inviare un segnale e il dato individuo o gruppo, sarà de facto ghettizzato e punito, sarà “fatto fuori”, epurato. Dunque la nostra Costituzione non vale piú? Lo sforzo dei padri fondatori, per quanto perfettibile aveva lo scopo di tutelare tutti, di posare le basi per una crescita condivisibile e la coesistenza. Oggi è giusto alienare le nostre radici, storia, conquiste per sostituirli con contratti elettronici che nessuno legge? 

In Italia il nuovo governo “Conte Bis” parte con il piede sbagliato in materia di nuove tecnologie

Ci aspettiamo per il bene comune che non si parli solo di CyberSecurity, ma della modificazione biologica e psicologica che le “nuove tecnologie stanno portando”, del pericolo posto in essere dall’utilizzo delle radiofrequenze, di applicazioni che portano alla “dipendenza”, che ci espongono a rischi concreti e documentati

di Gabriele Andreoli

Al primo consiglio dei ministri il nuovo Governo Conte ha esercitato la Golden Power sugli operatori telefonici, in relazione agli apparati di rete per quanto riguarda fornitori non europei, finalizzata a proteggere la sicurezza nazionale. Il nuovo governo dovrà però affrontare la più complicata questione riguardante la sicurezza da un punto di vista medico di queste nuove tecnologie e di quelle esistenti e in uso.

Non mi interesso di politica, nel senso più vasto del termine, ma di politiche umanitarie. Mentre i governi più attenti si fanno domande sul 5G e sull’impatto che le nuove tecnologie stanno avendo prendendo contromisure, preoccupano le dichiarazioni del neo Ministro dell’Innovazione e della Digitalizzazione Paola Pisano. “In futuro potrò dire ai miei figli che ho contribuito ad attirare in città aziende che danno lavoro a molte persone. Aziende che si occupano di tecnologie del futuro. E queste sono il driver del cambiamento della nostra società”. Da madre di tre figli la dott.sa Pisano forse dovrebbe chiedersi anche quale impatto avrà questa sua posizione da un punto di vista medico e dei diritti umani, prima che economico. O invece di essere ricordata come chi ha portato lavoro, forse sarà additata come chi spalleggiando le multinazionali ha contribuito al diffondersi di tecnologie nocive per il solo profitto di pochi. Creare lavoro e promuovere la tecnologia non può e non deve essere fatto a discapito della salute e della sicurezza, e questo è esattamente quello che sta accadendo come abbiamo visto negli editoriali precedenti, come decine di indagini, commissioni, libri e documenti scientifici provano. Ignorare questa mole di studi e ricerche significa non comprendere le nuove tecnologie e non essere capaci di sviluppare il giusto rapporto benefico con esse.

 Ci aspettiamo per il bene comune che non si parli solo di CyberSecurity ma della modificazione biologica e psicologica che le “nuove tecnologie stanno portando”, del pericolo posto in essere dall’utilizzo delle radiofrequenze, di applicazioni che portano alla “dipendenza”, che ci espongono a rischi concreti e documentati. Bisogna che le nuove tecnologie diventino “human friendly (al servizio e per il bene dell’uomo) e non strumento di coercizione e massimizzazione del profitto per il benessere di pochi. Ci auguriamo di poter essere utili a questo e a ogni altro governo, ente, multinazionale istituto perchè si possa creare un futuro a misura d’uomo.  Collaborare dunque per il bene comune occuparsi seriamente dei problemi posti in essere dall’abuso delle tecnologie esistenti prima di lanciarsi verso un futuro che cosí sta imponendosi come una dittatura tecnologica che in pochi anni ha distrutto il tessuto sociale e messo a rischio le democrazie e milioni di persone. 

“Metti in pausa il 5G“: parte la campagna contro lo stress da eccesso di informazioni

Paolo Goglio ha dato vita ad una ricerca specifica sulle fonti di stress della vita moderna, curata dall’associazione “Amore con il Mondo”.

La vita moderna, si sa, è colma di fonti di stress. La rincorsa alle nuove tecnologie poi è sempre più frenetica e travolgente e sta culminando nella controversa installazione e sperimentazione di sempre più apparati e applicazioni per le reti 5G. Un aspetto delle nostre esistenze che ha dato vita ad una ricerca specifica sulle fonti di stress della vita moderna, curata dall’associazione “Amore con il Mondo”.

La ricerca è stata curata da Paolo Goglio, presidente dell’associazione, che da oltre 10 anni si è dedicato ad un progetto di comunicazione monitorando il comportamento sociale che deriva dal flusso di informazioni mediatiche, per il quale ha già realizzato numerosi reportage, conferenze, libri di saggistica sociale e documentari televisivi e cinematografici.

IL PESO DELLA PRESSIONE MEDIATICA

La ricerca ha evidenziato che la sola affissione stradale ci porta a ricevere messaggi condizionanti con una frequenza che supera i 3.000 input/giorno e sono posizionati ovunque, ai semafori e agli incroci, nei punti di maggiore affluenza, stazioni, fermate dei bus e aeroporti, sempre più grandi, accattivanti e aggressivi.

E’ un bombardamento che supera le 5.000 unità input/giorno considerando che, qualunque cosa facciamo e ovunque ci troviamo, riceviamo questo mitragliamento feroce e costante di messaggi da televisioni e monitor posizionati ovunque ormai.

Le stesse vetrine dei negozi invitano ad acquisti che sollecitano costantemente lapercezione di avere sempre desiderio e bisogno di qualcosa, depliant e volantini ovunque, persone che cercano in ogni modo di catturare la nostra attenzione per vendere prodotti e servizi e per completare il quadro ora non esiste più neppure un minuscolo rifugio, un’isola che ci consenta di avere quel momento di pace per dedicare un istante a noi stessi, vedere la realtà che ci circonda, rapportarci alla vita e all’essere.

“L’avvento della telefonia mobile ha posto la pietra tombale su questa triste realtà, e ha saturato ogni restante minuscolo spazio di vita rimasto, portando questi input su un piano talmente elevato da deformare completamente la nostra vita. La nostra percezione della realtà, le nostre esigenze, i gusti e le abitudini sono deformate, non c’è quasi più nulla di autentico e l’invadenza dei call center e della profilazione ai fini di advertising ha trasformato la nostra vita in un frenetico e logorante percorso di astrazione” spiega Paolo Goglio, presidente dell’associazione “Amore con il mondo” (www.amoreconilmondo.com).

L’AUMENTO DELLO STRESS

“Il problema è che anziché combattere lo stress abbiamo creato strumenti per aumentarlo sempre di più, la visione è evidente soprattutto nelle città dove tutti sono conformati in uno spazio grande come il display del proprio smartphone, camminano assenti dal mondo esterno, lo consultano centinaia di volte al giorno, spesso compulsivamente e senza bisogno alcuno, le notifiche arrivano a centinaia” continua Goglio.

La ricerca evidenzia che inoltre che mentre da una parte si grida il proprio diritto alla privacy dall’altra si postano immagini della propria vita familiare, dei propri momenti e dei propri spazi su piattaforme social visibili da tutti in tutto il mondo. Ogni cosa che mangiamo, ogni abito che indossiamo e ogni luogo che visitiamo non è più visto per quello che è ma sempre e solamente attraverso il mirino della fotocamera che inquadra e condivide ogni momento per ricevere quella inutile gratificazione sotto forma di like, smile e cuoricini vari. Il malessere che ne deriva alimenta i casi di depressione che oggi è la seconda causa di disabilità dopo le malattie cardiovascolari

“Io non sono contrario alla tecnologia e meno che mai al progresso ma proprio perché opero nel campo della comunicazione da molti decenni ho fatto numerosi e approfonditi studi sul rapporto tra le tecnologia e la felicità, intesa come benessere interiore ed esteriore sia sul piano individuale che della società in genere. Il quadro che ne deriva è molto allarmante, c’è una profonda sensazione di malessere diffusa ad ogni livello, la domanda che mi viene posta più volte è ‘Ma come è possibile essere felici con tutto quello che succede, ma vi rendete conto in che mondo viviamo?’ e magari quella persona è sulla sponda di un lago con un cagnolino che gioca e una figlia sorridente, ma è incapace di vedere tutto questo, asfissiato e accecato dal peso ormai abnorme di informazioni negative che riceve su tutti i fronti”.

Un problema che secondo la ricerca di “Amore nel Mondo” onlus in Italia ne è colpito 12,5% degli italiani. Cifra che secondo alcuni studiosi è anche ottimista rispetto ai reali danni che l’abuso delle nuove tecnologie stanno provocando

LA CONVIVENZA CON LE TECNOLOGIE

Qui non si tratta di contrastare l’aspetto tecnologico, ma di osservare con estrema attenzione quello che sta avvenendo perché il peso che ciascuno di noi è chiamato a sostenere è enorme e lo stress che ne deriva è insostenibile, non c’è e non ci sarà mai tempo per sé stessi, si parla di essere sempre connessi.

“Quando siamo veramente connessi a noi stessi e alle nostre vite? Quando avremo tempo per accorgerci di questo grande inganno che sta fagocitando il nostro tempo?Passiamo anche 4 ore al giorno sui social per non parlare delle ore passate sul divano a ricevere condizionamenti dalla Tv e la conseguenza è che non c’è mai tempo. Molti parlano rapidamente come se avessero bisogno di guadagnare tempo, in realtà sono talmente stressati da questa morsa distruttiva che per fare una telefonata di 2 minuti ne occorrono 10 e magari ripetono 3-4 volte le stesse cose” spiega ancora il presidente dell’associazione Paolo Goglio.

Ecco perché l’avvento di nuove, ulteriori tecnologie per aumentare la potenza e la portata del volume di input/giorno può essere oggetto di discussioni sulle conseguenze dei danni alla salute fisica o all’ambiente ma non può assolutamente essere sottovalutata né discussa sul piano del benessere individuale e sociale.

La soglia è già abbondantemente superata con l’avvento di milioni di applicazioni, memorie sempre più veloci e capienti, processori sempre più veloci, display sempre più definiti e batterie sempre più potenti.

“Con il passaggio al 5G tutto questo si moltiplicherà esponenzialmente e se da una parte è doveroso prestare ascolto alle numerose voci che allertano sui possibili rischi che milioni di antenne inevitabilmente porteranno con la relativa overdose di emissioni elettromagnetiche e i conseguenti rischi di danno biologico, dall’altra è necessario, anche solo per un istante, fare una pausa” commenta ancora Goglio.

L’IMPORTANZA DI FARE UNA PAUSA

E’ proprio la pausa il vero segreto per provare a riflettere. Se non c’è mai tempo per farlo è chiaro che tutto andrà sempre e solamente in una sola direzione e saremo sempre più sommersi dalla tecnologia.

Basti pensare che in Finlandia stanno già sperimentando il 6g. Dal punto di vista strettamente tecnologico il progresso è semplicemente stupefacente, ma esiste un progresso dell’umanità, un progresso sociale, un progresso individuale di cui Goglio invita a prendere coscienza.

“Mi rivolgo a tutti, enti e comuni, associazioni, attivisti e inattivisti, e invito tutti a prendersi una pausa da questo incessante frenetismo tecnologico. E’ orribile, lo so, fermarsi un solo istante. Ma proprio in quell’attimo potrebbe scattare un clic interiore che ci porta ad una semplice consapevolezza: noi siamo vivi e la nostra unica risorsa è il tempo, siamo veramente liberi di investirlo come desideriamo o siamo piuttosto caduti in una specie di frullatore dell’umanità dove la tecnologia è diventata talmente affascinante, divertente e potente da impedirci di avere quell’attimo di connessione con la realtà creata e non solamente con la realtà costruita?” si chiede Paolo Goglio.

Ogni volta che qualcuno dice di sì c’è sempre qualcuno che dice di no, favorevoli e contrari esistono ad ogni livello e per qualunque tematica, qui non si tratta di contrastare nulla e nessuno ma semplicemente di fare una piccola pausa e osservare, ascoltare le cose su un piano diverso, affidarsi al buon senso, alla propria voce interiore, provare a connettersi non solo alle radiofrequenze ma anche ai propri sentimenti, alle proprie emozioni, al proprio cuore, immaginare anche solamente un attimo di vivere una sensazione di pace.

Chi siamo, cosa siamo, cosa abbiamo fatto, chi siamo stati, cosa abbiamo dato, ricevuto, cosa abbiamo sentito, cosa abbiamo donato, che cosa abbiamo dato in cambio di questo grande dono di vita?

“L’abbiamo sprecata girando una manovella per tutta la vita, a sederci sul divano per ingannare il tempo, a usare dei passatempi perché il tempo non passa e quando non passa ci annoiamo e quella noia è la drammatica testimonianza che non siamo capaci di sentire la linfa vitale che scorre in noi e che ci chiama ad essere parte di un sistema talmente grande e potente. Così bello che è veramente impossibile pensare che possa esistere artificialmente in un televisore o dentro un telefono, qualcosa in grado di sostituire le nostre emozioni”.

UN FILM DEVOLUTO ALLA CAUSA

A dicembre 2018 Paolo Goglio ha presentato al cinema Anteo di Milano un film intitolato “CLIC – 10 giorni guidato dal vento”, una autentica impresa cinematografica già entrata nella storia del cinema dalla porta principale, per essere stato il primo SELFIEFILM della storia del cinema, in quanto realizzato, prodotto e interpretato da una sola persona.

“Inizialmente ho riservato questa mia opera alla piccola distribuzione e ai circuiti cinematografici indipendenti, ho riscosso numerosi consensi e ora ho piacere di dedicarlo ad una causa che considero di vitale importanza per il benessere individuale e sociale. Non si tratta di dire SI o NO, di dire basta, ancora, stop. E’ sufficiente una pausa, solamente questo: non abbiamo nessun reale bisogno di connettere il frigorifero o il forno a microonde, le lampadine e gli elettrodomestici, non abbiamo bisogno di una realtà virtuale. Il vero paradosso è che quanto più pensiamo di creare una realtà aumentata e quanto più ci ritroviamo in una realtà diminuita”.

Se facciamo un attimo di pausa potremo accorgercene e magari risvegliarci, come da un sogno sgradito, scoprire che il grande spazio della vita, quella reale, è l’unico vero spazio a cui connetterci per giungere a livelli maggiori di benessere e di felicità.

“Invito chiunque stia operando per sensibilizzare non solo all’uso sconsiderato delle tecnologie ma chiunque sia attivo sul piano sociale, educativo, didattico o formativo a contattarmi tramite il sito web dell’associazione www.amoreconilmondo.com o alla mail paologoglio@gmail.com, per ricevere gratuitamente una copia del film ‘CLIC – 10 giorni guidato dal vento’ con nulla osta per la proiezione in pubblico. Si possono organizzare proiezioni e dare vita a un dibattito a cui, se disponibile, avrò il piacere di presenziare e partecipare” conclude Paolo Goglio.

Tutto quello che comunichi potrà e verrà usato contro di te

Il sistema globale, si sta trasformando in una dittatura delle informazioni, in grado di affermare le regole più spietate colpendo e annientando i singoli.

Ma perché tenere una rubrica su tecnologia e diritti umani? La risposta è semplice: Il sistema globale, si sta trasformando in una dittatura delle informazioni, in grado di affermare le regole più spietate colpendo e annientando i singoli. Il nostro sistema sociale e biologico si basa su una regola molto semplice, per proliferare abbiamo bisogno di stabilità, questa la si raggiunge quando ci sentiamo sicuri, tranquilli, quando possiamo collaborare. Per cui le nostre interazioni con il mondo che ci circonda sono fondamentali. Se ci sentiamo in costante pericolo, se siamo continuamente tracciati, spiati, ricattati non possiamo che impaurirci, annichilirci, esasperarci. E la soluzione non sono psicologi o psicofarmaci, ma un semplice rapporto corretto di collaborazione con il mondo che ci circonda.

Negli ultimi mesi ho seguito l’evoluzione delle proteste a Hong Kong, dove il governo cinese ha utilizzato i dati delle telecamere biometriche sparse su tutto il territorio, incrociandoli con il database a loro disposizione. Non è difficile credere che con l’ausilio di sistemi di “sicurezza” come “Evident” abbiano tracciato e traccino la vita delle persone attraverso gli smart phone, le smart TV, i computer. Tutto quello che dici, scrivi, comunichi potrà essere usato e verrà usato contro di te, non importa quando e perché lo hai scritto, basta una frase anche decontestualizzata e scattano le contromisure. Lo abbiamo visto e vissuto con il cyberbullismo, con quello che viene definito in inglese attraverso la parola “shaming” (svergognare). Sicuramente avrete seguito la vicenda di Justine Sacco, in caso contrario eccone un breve riassunto: la Dr.ssa Sacco, che all’epoca lavorava come capo relazioni pubbliche in una grossa azienda di N.Y., prima di prendere il suo volo per Johannesburg dove andava a trovare i famigliari Twitta quella che a suo avviso era l’ennesima battuta, forse di cattivo gusto, forse fuori luogo, ma niente di più: “sto andando in Africa, Spero di non prendere AIDS. Scherzo, sono bianca.” Arrivata riaccende il telefono e scopre di essere stata licenziata e che ad attenderla ci sono alcuni dimostranti che le danno della razzista.

Il suo tweet era diventato virale, ritwittato e commentato fino a diventare la prova schiacciante della sua inadeguatezza e pregiudizio razziale. Da allora la sua vita è stata un susseguirsi di minacce, esclusioni, punizioni, tutto quello che ha scritto rintracciato ed esposto, ogni sua frase analizzata. La sua vita distrutta come quella di tante altre persone con l’unica colpa spesso solo di aver scherzato o essere stati fraintesi. Leggerezza o imprudenza, premeditazione o dolo, la differenza la fa la diffusione, la pubblicazione e la sensazionalizzazione di un dato evento o frase da parte di chi controlla i media. E chi controlla i dati? Chi ha potere sui media? Sul web? Come avrebbero dimostrato i suoi accaniti carnefici mediatici non era infatti il primo Tweet “politically incorrect” che Justine postava, ma fino a quando qualcuno non ha deciso di specularci sopra nulla è accaduto. Potrebbe essere stato un collega invidioso? Un fidanzato tradito? E se Justine fosse stata una dissidente?Magari che lottava per i diritti degli animali o contro l’adozione della rete 5G? Insomma, un personaggio che qualcuno nell’apparato dello Stato o di qualche grande multinazionale non apprezzava? Se lo “Stato”, o meglio alcuni apparati di controllo agiscono da sempre per influenzare il sistema, possiamo credere che non lo facciano usando le nuove tecnologie? Possiamo chiudere gli occhi dopo gli eventi della Brexit e delle presidenziali USA e pensare che la Cambridge Analitica non continui il suo lavoro? Possiamo ignorare le rivelazioni di Snwoden sui sistemi di controllo illegali della NSA e CIA e delle altre agenzie?

Tutto quello che comunichi potrà e verrà usato contro di te, non dimenticarlo. 

Il potere di uno smartphone: quando il selfie diventa una tomba

I dati sulla connessione, sulla sindrome da “disconnessione” riportano alla mente una filastrocca che risale al tempo della peste: giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra. E così tra il gioco e il bisogno di riempire i vuoti, immortalati sull’altare di un “Like” contiamo oltre 250 morti da selfie per il 2019.

Settimo appuntamento e mi sento di non aver ancora neanche cominciato a descrivere quello che l’indagine cominciata molti anni fa riguardo alle nuove tecnologie ha fatto emergere. La ricercatrice e professoressa Susan Blackmore, nei suoi studi sulla memetica (la scienza che studia la virologia delle idee) presentava il dilagare della digitalizzazione, di internet e dell’intelligenza artificiale come la tomba della specie umana. Francamente non so cosa causerà la nostra estinzione, ma so che fino a quel momento dobbiamo lottare per far rispettare i diritti umani, per minimizzare i rischi, per costruire e condividere. Leggo i dati sulla connessione, sulla sindrome da “disconnessione” e mi viene in mente una filastrocca che si fa risalire al tempo della peste e che credo molti conoscano: giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra. E così tra il gioco e il bisogno di riempire i vuoti, immortalati sull’altare di un “Like” contiamo oltre 250 morti da selfie per il 2019. Quelli ufficiali, caduti con il loro telefonino tra le mani difendendo la loro voglia di protagonismo ma non i loro cari che spesso sono morti insieme a loro. Spose, bambini, mariti, nonni, non solo giovani esibizionisti. Alcuni governi stanno reagendo e si vedono i primi segnali “No selfi zone”.

Non demonizziamo il mezzo come ho più volte ripetuto, ma non crediate che sia “neutro”, questo mezzo ha un suo impatto e un suo scopo e il suo utilizzo modifica il nostro comportamento. Se conosciamo e comprendiamo queste meccaniche possiamo accettarle e utilizzarle a nostro vantaggio, quante fantastiche cose possiamo fare con i nostri nuovi smartphone, ma di certo chi studia le tecnologie e il suo impatto comprende anche che molto c’è da fare per evitarne un uso “deviato”. I dati ancora una volta ci mostrano un minimo comune denominatore: l’incapacità gestionale di molti soggetti. Così mi ritrovo a parlare di cyberbullismo, dell’uso indiscriminato degli smart phone in mano ai bambini, strumento che gli “adulti” utilizzano spesso come palliativo in virtù della loro incapacità genitoriale. I danni che costoro arrecano ai propri figli sono spesso irreversibili, ma essendo loro le prime vittime non comprendono le ripercussioni negative che l’uso indiscriminato di tale tecnologia ha specialmente su una mente in via di formazione. Non è cosa nuova che la tecnologia e l’innovazione portino con sé anche una deriva negativa, ma i numeri che abbiamo difronte e le proporzioni sono da epidemia globale.

Come una droga un selfie non basta più, sono dieci, cento, mille scatti, in un susseguirsi compulsivo e ossessivo, un viaggio non è un viaggio, un amore non è un amore, nulla ha valore se non può essere “postato”. D’altronde ormai così si fa la politica, così parlano i potenti del mondo, per tweet e attraverso Face Book che udite bene è uno dei principali mezzi d’informazione. Gli algoritmi costruiscono intorno a noi bolle informative, per assecondarci, per stimolarci e venderci prodotti e servizi, dandoci un’immagine del mondo distorta. Facebook è diventato per molti il primo mezzo d’informazione, un mezzo che però poco ha a che fare con la realtà e molto con il marketing e la manipolazione. Lo spiega bene e senza mezzi termini Roger McNamee, uno dei protagonisti dell’ascesa di Zuckerberg nel suo libro “Zucked”. 

L’uso sconsiderato dei social. Forse è ora di svegliarsi?

Chiedere ai governi di reagire e intervenire decisamente è l’unica reale soluzione perché come abbiamo visto non può essere il mercato l’unico giudice, specialmente un mercato i cui numeri sono pressoché illimitati (Facebook vanta oltre due bilioni di fruitori) 

I miei demoni sono ormai i signori indiscussi di molti, già nel 2011 nel mio libro “L’evoluzione multimediale” edito da Gangemi lanciavo un grido di allarme, snocciolando i dati sui primi effetti che le tecnologie digitali e l’uso di internet stavano avendo sull’uomo. Le cose non sono migliorate ma se non altro oggi non mi sento una Cassandra, ma piuttosto un capitano che naviga sotto costa tra le nebbie con l’occhio vigile e al contempo timoroso. Facile è entusiasmarsi pensando ai vantaggi ottenibili nel raggiungimento di un porto sicuro, ma disastroso sarebbe affondare con l’immagine di quel porto a poche centinaia di metri o peggio scoprire una volta attraccati di essere lo spuntino che aspettavano. Allora perché abbiamo questa tendenza a lasciar correre a farci guidare e turlupinare nel mare di internet? Non trovo strano il senso di smarrimento che spesso proviamo nell’utilizzo delle nuove tecnologie, il bisogno di una guida, giacché uno dei fenomeni emergenti dei sistemi adattivi complessi (uomo compreso) è l’assoggettamento,  e già nel 1500 un saggio dello scrittore francese Etienne de la Boètie parlava della schiavitù volontaria.

Da qui però ad accettare passivamente tutto quanto stia accadendo è altra storia. Chiedere ai governi di reagire e intervenire decisamente è l’unica reale soluzione perché come abbiamo visto non può essere il mercato l’unico giudice, specialmente un mercato i cui numeri sono pressoché illimitati (Facebook vanta oltre due bilioni di fruitori)  Adesso che sembrano avvicinarsi le elezioni anche per l’Italia non si può credere che il sistema sia immune, specialmente dopo le interferenze e le plateali rivelazioni e indagini sulle elezioni USA e sulla Brexit, in cui sono stati evidenziati sistemi di ingerenza e manipolazione dell’opinione pubblica e dunque del voto. Siamo creature fragili in cerca di una socialità e una sicurezza che ci viene costantemente negata lasciandoci in fibrillazione e dunque vulnerabili. L’importante è esserci, dire, fotografare, tanto quasi nessuno ascolta o comprende. Tutti sono… al centro del nulla. Nel prossimo incontro, cominceremo ad entrare nel merito dei social network e di come essi funzionino. Vedremo che un like non si nega a nessuno e il sistema decide in quanti vedono un determinato contenuto. A mio parere per esempio Facebook dovrebbe essere trattato al pari di un “content provider” in quando gestisce i flussi di contenuti non suoi inserendovi la pubblicità, più o meno quello che fa una normale televisione. Questo lo esporrebbe a ben diversi controlli e obblighi alla pari di un qualunque altro network.

Il ‘dis’- servizio ai clienti online

Sul web sei solo uno dei milioni di utenti nel mondo, se risolverti il problema non è produttivo allora puoi essere sacrificato

Tu hai solo doveri. Tutto quello che fino ad oggi pensavi di aver conquistato e avesse valore e ti proteggesse verrà usato contro di te. In questo quinto appuntamento darò semplici ma credo esaustivi esempi di come sia gestito il rapporto tra clienti e “provider” (venditori di servizi) sul web. Skype un fantastico servizio di comunicazione on line, uno dei primi che permettesse le videoconferenze. Skype è stato anche tra i precursori a permettere ai suoi utenti di acquisire un numero da cui poter chiamare a pagamento altre linee e su cui farsi chiamare (virtualnumber). Fantastico, circa tre anni fa mi trovavo in affanno e chiesi ad un mio amico di poter ricaricare con la sua carta di credito il mio numero. La cosa violava apparentemente le regole di Skype. Risultato il conto mi venne bloccato. Ma come! Io chiedo ad un amico di aiutarmi, carico 10 euro con il suo consenso e voi mi bloccate il conto? Scrivo mail, chiamo il servizio clienti, chatto con il customer service. Tre anni dopo i miei soldi sono bloccati su di un conto che non posso più utilizzare. Nessuno da Skype ha avuto il buon senso di verificare come stessero le cose realmente, nessun supporto per  aiutare un cliente in buona fede.

Normale? Sì, purtroppo sul web questo è normale, sei uno dei milioni di utenti nel mondo, se risolverti il problema non è produttivo allora puoi essere sacrificato. Ho avuto simili esperienze con altri servizi, con carte di credito e ho letto e visto le stesse inutili follie da parte di servizi come Booking, Iberia, FaceBook. Molte compagnie aeree e servizi clienti hanno poi elaborato sistemi per trarre profitto da questi eventi: se vuoi risposte e un contatto con un essere semi-pensante devi chiamare il fatidico numero a pagamento,  e la chiamata si tramuterà in un’emorragia dolorosa. Il servizio clienti spesso non è lì per risolvere il tuo problema ma per monetizzare sulle tue frustrazioni e rendere il sistema meno permeabile alle tue giuste richieste o preoccupazioni. Noi leggiamo “servizi clienti” e pensiamo di essere il cliente di cui si prenderanno cura, “loro” istituiscono il servizio clienti per rendere il “loro” algoritmo più performante. Il dramma è che dal web questo si è spostato anche nella gestione dei servizi quali l’erogazione di luce, acqua e gas,e  nella gestione dei trasporti e dei servizi erogati dai comuni. Vuoi il passaporto, scarica il modulo on line e prega, vuoi farti rimborsare una bolletta sbagliata o una tassa pretesa ma non dovuta: stessa procedura. Non tutti i servizi sono così, certo, ma questa è la filosofia generale e dilagante. Il risultato è che il personale ha sempre meno potere decisionale e capacità, tutto quello che spesso fa è leggere una dicitura sul computer e riferirne il contenuto all’utente:” No, mi spiace non lo vedo al terminale, non so, le passo un atro ufficio, ha sbagliato numero, adesso vediamo, non vedo la sua pratica, provi a mandare una raccomandata, invii una e-mail…”

Fantastico! E c’è qualcuno che ha cominciato a scrivere (vedi articoli di CNN Samantha Kelly) che il 5G porterà meravigliosi benefici e parla di film scaricabili in millisecondi (come se aspettare 3 minuti valga la mia vita e sicurezza) e domotica con cui fare interventi a distanza e gestire fabbriche, ci racconta di 17 trilioni di dollari di cui si avvantaggerà il GDP mondiale. Vorrei tanto sapere se con quei soldi potremo poi curare gratuitamente le persone o se andranno nelle tasche delle solite multinazionali.

La plastica nei mari? Qualcosa promette di ucciderci più rapidamente. I raggiri del web

È un’ecologia del pensiero quella che annulla l’individuo il quale deve confrontarsi sempre più spesso con complicate procedure demandate al web e alla tecnologia, ad algoritmi che spesso ci fanno entrare in labirinti burocratici e amministrativi senza senso.

Per il nostro quarto appuntamento, abbandoniamo per un attimo la battaglia che si fa sempre più aspra in merito all’utilizzazione del 5G. Una battaglia come abbiamo visto che è abbastanza impari, da una parte gli studi sotto finanziati dei vari governi, associazioni, ricercatori medici e scienziati, dall’altra multinazionali e i loro adepti. Una delle tante battaglie per la salute, come accadde a suo tempo per la guerra alle multinazionali del tabacco, della benzina (che era addizionata di piombo), per i vaccini. Purtroppo, prima che si corra ai ripari o che si agisca seriamente, sembra ci vogliano un alto numero di vittime. Ci preoccupiamo della plastica in mare ma non di una tecnologia che crediamo abbia effetti irreversibili perfino sul nostro DNA, e lasciamo (non tutti,  alcuni comuni e paesi sono intervenuti) che si faccia sperimentazione, che si usino i nostri figli, amici e parenti come cavie.

Da poco ho l’etto l’ennesimo studio dell’assorbimento da parte del cervello delle microonde, per nulla rassicurante, ma come detto andiamo oltre. Sempre più spesso sentiamo parlare di “Cybersecurity”,  il termine è piuttosto vago ma fa riferimento ad un controllo da parte di “una certa autorità preposta” alle attività che si svolgono nel web. Il pericolo è reale come abbiamo visto in precedenza e come vedremo nel corso dei nostri approfondimenti, proviene non solo dai malfattori ma alle volte anche da tutti quei “servizi” che dovrebbero gestire la sicurezza. Come sappiamo non sempre gli interessi di Stato sono quelli dei cittadini, e alle volte poi si sente parlare di “servizi deviati” e in un mondo sempre più globale e connesso troppe forze si “mischiano” in un’entropia dilagante che non da nessuna certezza. Inoltre lo “Stato”, gli Stati, hanno giocato sulla buona fede dei popoli permettendo la costituzione di istituzioni private che molti credono di pubblico interesse, vedi ad esempio la Banca Centrale Europea.

Oppure attraverso meccanismi di privatizzazione hanno ceduto, a mio parere indebitamente, società strategiche per il paese quali Autostrade, poste, ferrovie, banca d’Italia. Questo se unito alla tendenza a demandare un certo tipo di controllo e autorità ad enti privati, ci fa comprendere a che rischio siamo costantemente esposti. Ecco perché esorto a studiare e adottare sistemi di protezione che servono a tutelarci dalle aggressioni invasive di un mondo che è sempre più fatto di “doveri”, che tali sono diventati perché ci siamo fatti prendere la mano da “servizi” che ormai sono indispensabili soprattutto per il proliferare di un sistema “parassita” interconnesso. Basti pensare al controllo pressante delle banche, le continue gabelle a cui siamo sottoposti, è una mentalità in cui non sei un partner o un cliente ma un soggetto da spolpare.

E se non ti adegui, se non sottoscrivi, se non accetti ti chiudiamo il conto. Senza contare poi gli innumerevoli abbonamenti e servizi on line che nel migliore dei casi sono a pagamento, perché nulla è gratis, e se non lo paghi prima lo pagherai strada facendo. Per accettare un abbonamento basta un click, ma per aver spiegazioni o terminare un rapporto ci vuole ben altro, una danza macabra dove l’utente deve mantenere la calma, la pazienza, superare prove di idiozia con il call center di turno e poi raccomandate e lettere, spesso penali e astuti (quanto illegali) uffici di recupero crediti. Tutto è indirizzato verso il marketing, la vendita, il contenimento e il recupero, e nulla verso di noi come persone. Questo ci rende particolarmente fragili in un mondo ultra-connesso dove ogni azione o frase riverbera per sempre e dove fantomatici gestori sono liberi di sbagliare senza nessuna reale gabella.

La tecnologia è un utile servitore ma un pericoloso padrone – Cristian Lous Lange

L’introduzione del  5G attiva il “Matrix” un mondo interconnesso e vigile che non dà scampo, gli “smart contract” basati sulla tanto famosa “Blockchain” diventano il protocollo operativo per transazioni private e pubbliche.

Con questo nostro terzo appuntamento continuiamo nel cercare di comprendere cosa comporta il passaggio alla rete 5G. Sinceramente non siamo gli unici a porci domande, il problema sono le risposte che sembrano poche, frammentarie e per nulla confortanti. Come abbiamo detto gli interessi in ballo sono enormi perché l’adozione di questo sistema apre un nuovo modo di gestire le “cose” e di conseguenza la nostra vita. L’introduzione del  5G attiva il “Matrix” un mondo interconnesso e vigile che non dà scampo, gli “smart contract” basati sulla tanto famosa “Block Chain” diventano il protocollo operativo per transazioni private e pubbliche. La promessa è che questo eliminerà l’errore umano, la corruzione, automatizzando molti servizi, facendo sì che gli avvocati e in Italia i notai vengano progressivamente sostituiti per gran parte delle funzioni. Pensate questi sistemi di controllo e validazione nei bandi pubblici, per il rilascio di certificazioni per le vendite di immobili e beni. Ma se il sistema sbaglia? Se qualcuno manomette il sistema? Se dall’interno si decide di mostrare realtà diverse? Abbiamo ampi casi di manomissioni che, quando bene architettate, possono portare addirittura al ribaltamento di sentenze. Chi gestisce questa mole di dati? Oggi uno dei problemi più gravi è infatti la riservatezza di queste informazioni che vengono continuamente passate di mano, rubate, vendute.

Gli avvocati e i medici hanno clausole di riservatezza e il loro rispetto è tutelato non solo dalla legge ma da precise regole deontologiche su cui si basa la reputazione del professionista. Perché invece su internet tutto è permesso? Perché nessuno difende realmente la vostra privacy? Con la vociferata scomparsa del denaro contante questa tecnologia diventa non solo invasiva ma tirannica, mettendo nell’effettiva impossibilità il singolo di difendersi. Che costui si trovi in disaccordo con il regime di controllo o che sia semplicemente vittima di un errore o di un attacco informatico non fa differenza. Non c’è più una possibile scelta, anche se questo viola i vostri diritti. Quando questo sistema viene gestito su scala mondiale ed esiste un padrone con le chiavi di internet, quel padrone decide “de facto” come si comporta il resto del mondo. Basti sapere che il pulsante generale con cui “spegnere” la rete è su un sommergibile nucleare americano. Ci occuperemo nelle prossime puntate dei massimi sistemi, di come le così dette democrazie siano state vittime, e continuino ad essere sotto attacco,  grazie a strategie pianificate a tavolino e attuate anche grazie a internet. 

Torniamo alla nostra vita ordinaria. Come abbiamo visto, anche volendo idealisticamente presupporre che non ci sia dolo o manipolazione nella maniera in cui molte applicazioni funzionano, possiamo essere veramente sicuri che nessuno “intervenga” o ne sfrutti gli algoritmi per recarci dei danni? La risposta è che possiamo essere abbastanza sicuri dell’opposto. Prendere precauzioni sembra spesso un dispendio di energie e risorse ingiustificato, un po’ come era un tempo dotare le macchine di cinture di sicurezza, un po’ come comprarsi un’assicurazione. Tanto a noi non succede, tanto io non ho nulla da nascondere, tanto… Ci sono una serie di ragioni precise per le quali i vostri dati e profili vengono collezionati, e ogni volta che fate una ricerca, che postate un foto, che scrivete un commento, che spedite un documento o rispondete ad un E-Mail, lasciate una traccia, raccontate di voi, e questo segnale, indelebile,  viene collezionato per sempre, avete compreso bene, per sempre;  ed è motivo di scambio e mercimonio. E non è solo quello che voi implicitamente trasmettete che viene preso in considerazione ma tutti quelli che vengono definiti “metadati”: luogo, orario, sistema operativo, possibilmente hardware, ecc. ecc. e ogni volta le informazioni vengono intrecciate, completate, (quanti conti avete, che carte di credito usate, dove mangiate e a che ora, che spostamenti fate, con quali mezzi, siete andati dal medico o a fare benzina, avete un cane…) fino a creare profili sempre più precisi.

Questo modo di collezionare informazioni quando è fatto in maniera legale, con il vostro più o meno tacito consenso (ricordate i settanta giorni spesi a leggere i contratti di cui parlavo negli articoli precedenti) si chiama “Open Source Intelligence”. Se leggiamo i rapporti ci accorgiamo che “il sistema” è pieno di “bugs” ovvero tarli. Dopo il menzionato problema che riguarda le malattie della sfera psichica e molecolare, che con il 5G non può che aggravarsi, la sicurezza e la gestione tecnologica dei dati è l’elemento più preoccupante. Non siamo pronti, non siamo in grado di gestire questo balzo in avanti. Non dico che non si possa fare in assoluto, solo che la rincorsa per il momento non mi sembra adeguata alla distanza che vogliamo percorrere. Più mi informo e faccio domande e più mi arrivano conferme che ormai non devo neanche cercare. Non trovo nessuno che mi rassicuri e mi spieghi con prove scientifiche alla mano che i rischi non ci sono, anzi.

5G, i rischi reali

Oltre ai rischi riguardanti la salute biologica ci sono poi rischi ben più definiti per quanto riguarda la sicurezza di questo sistema e l’impatto etico e sociologico che questa tecnologia rischia di avere con l’introduzione dell’internet delle cose

Trascorsi ormai dieci giorni eccoci arrivati al nostro appuntamento su tecnologia e diritti umani, eccoci a parlare nuovamente di 5G mentre una parte del mondo scientifico si mobilita, seriamente preoccupata per i possibili pericoli. Viene da chiedersi come mai si parli così poco del 5G e dei rischi che potrebbe comportare, come mai sono partite le campagne pubblicitarie delle grandi aziende che vendono questa tecnologia visto che in pratica ci sono ancora una serie di vincoli burocratici legati alle regioni e al territorio che non sembrano essere stati superati. Come fanno questi colossi a essere così sicuri che tutto andrà secondo i loro piani, che non ci sono rischi biologici per la salute e l’ambiente? Certo questo è un business molto pervasivo e dunque “persuasivo”, che muove milioni di euro e che “occupa” migliaia di persone, che investe in campagne pubblicitarie e sponsorizzazioni e che dunque ha un peso “importante” nel budget pubblicitario di giornali, riviste, siti, tv e media in generale, che esercita sicuramente “un’impronta” anche se indirettamente sulle istituzioni e il sistema paese. Ancora una volta, senza volerci schierare ci chiediamo come si possano salvaguardare i diritti umani, come possa essere garantita un’informazione etica, come proteggere la democrazia in un evidente stato di disparità tra chi potrebbe subire e pagare le eventuali conseguenze e chi beneficerà sicuramente di grandi fortune.

Oltre ai rischi riguardanti la salute biologica ci sono poi rischi ben più definiti per quanto riguarda la sicurezza di questo sistema e l’impatto etico e sociologico che questa tecnologia rischia di avere con l’introduzione dell’internet delle cose. Questo nuovo ordine “delle cose” arriva quando ancora non abbiamo saputo gestire e risolvere i grandi temi legati ad internet, ai social e alle nuove tecnologie in generale. Lungi da me dare spazio a teorie complottiste in questo editoriale, voglio solo riflettere su alcuni avvenimenti certi, su azioni che hanno violato a mio parere l’etica e i diritti umani trasformando questa nostra società in un luogo di frontiera dove tutto è concesso ai grandi players e nulla è lasciato al caso. Non sono io il primo a dirlo, Ugo Mattei professore di diritto comparato, ha ampliamente esposto il fenomeno in termini giuridici dando un quadro a mio avviso terrorizzante della situazione. Purtroppo, questo tsunami tecnologico ha un fronte talmente vasto e la sua portata è così ampia che la prima reazione, quella su cui forse alcuni contano, è quella naturale di ignorare il fenomeno, di raccontarsi una serie di piccole e grandi bugie al fine di tranquillizzare la coscienza.

Difficilmente però infilando la testa nella sabbia le cose andranno meglio. Sia chiaro, la tecnologia è un media, ovvero il mezzo, non è né buono né cattivo, è dunque implicito che è l’uso che ne facciamo a determinarne il suo impatto, giusto? Non proprio, oggi sappiamo che i “mezzi” hanno un impatto sul sistema, sul mondo che li circonda. Non voglio fare allarmismi, il nostro sistema è adattivo, tuttavia questo adattamento implica uno stress e lo stress spesso si traduce in criticità (malattie). C’è inoltre una modificazione comportamentale che questi mezzi tecnologici imprimono che non può essere trascurata, c’è una parte etica di cui dovrebbero farsi carico le istituzioni e che a mio avviso richiede uomini coraggiosi e indipendenti capaci di confrontarsi con potentati sempre più agguerriti, con una tecnologia sempre più invasiva, suadente che però deve rimanere una risorsa al servizio dell’uomo e non uno strumento di controllo e sottomissione in mano a pochi.

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