Palermo, il progetto “Test your breast” per la prevenzione del tumore al seno compete a Parigi.

All’Innovation day di Palermo, vince un gruppo di studenti universitari con il progetto: “Test your breast”, basato su un piccolo dispositivo collegato ad una app in grado di effettuare la diagnosi precoce e facilitare la prevenzione del tumore al seno. Il primo dicembre la sua presentazione alla gara di Parigi per eleggere il progetto vincente.

Un’applicazione mobile dedicata a smartphone e tablet come valido aiuto insieme ad un piccolo dispositivo, non per monitorare le abitudini alimentari ed i parametri vitali cui, gli utenti da anni sono ormai abituati, ma per la diagnosi precoce e la prevenzione della neoplasia con maggiore incidenza nella popolazione femminile: il tumore al seno. Secondo il rapporto annuale stilato da Aiom-Airtum, in Italia nel 2019 sono ben 52.800 le donne e circa 500 gli uomini colpiti dal tumore alla mammella. Questi dati allarmanti hanno spinto un numero di studenti dell’Università di Palermo ad agire, con la realizzazione del progetto “Test your breast”, vincitore all’Innovation day organizzato il 28 ottobre dal Consorzio Arca (attivo per l’applicazione della ricerca e la creazione di aziende innovative) in partnership con l’Imperial College di Londra e Eit Health (Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia). Un grande traguardo raggiunto dal gruppo di sei studenti palermitani, selezionati tra 47 partecipanti, composto da: Matteo Procopio, del corso di laurea in Ingegneria chimica e biochimica; Enrico Tornatore e Alice Schirru, studenti del corso di laurea in Biotecnologie; Sara Volpes, Lucia Ambra Capici e Federica Ceraulo, studentesse del corso di laurea magistrale in Biologia molecolare e della salute. L’appuntamento, per questi ragazzi, è per il primo dicembre a Parigi dove, sarà scelto il gruppo, meritevole di avviare un percorso di start up per la realizzazione del proprio progetto. Grande, la soddisfazione da parte di Fiammetta Pantò, coordinatrice del Ris Hub Eit Health del Consorzio Arca, nel vedere i ragazzi mettersi alla prova con entusiasmo alle sfide proposte per renderli protagonisti del cambiamento della propria terra.

Usa, Microsoft finge di virare su energia rinnovabile 100%

L’ipocrisia di Microsoft che in realtà continua a fornire  Cloud Computing ai più grandi inquinatori dell’industria petrolifera

Proteste anche contro i più grandi fondi di investimento al mondo – quali Black Rock e Vanguard- che hanno respinto le proposte dei propri soci investitori di spostare il focus su temi riconducibili alla sostenibilità ambientale ed alle rinnovabili, «riportando peraltro notevoli perdite di rendimento» sottolineano gli analisti di Solar Power Network

«Oggi l’economia si ritrova nella possibilità di vedersi trainare dalla sostenibilità senza strumenti additivi o artificiali: il futuro è del “good-business-as-is”, profittevole e sostenibile» sostiene l’ingegner Peter Goodman, presidente e ceo di Solar Power Network (www.solarpowernetwork.ca), la multinazionale canadese che riorganizza le strategie energetiche di decarbonizzazione delle aziende.

Eppure in tutto il mondo -e soprattutto negli Usa- ci sono ancora scandali su questo tema così sentito dal grande pubblico. Non ultime le proteste negli Stati Uniti contro Microsoft, azienda che ha sbandierato la propria virata verso energia 100% rinnovabile, ma che oggi continua a fornire soluzioni di cloud computing alle grandi corporation del settore petrolifero, osservazioni condivise anche dall’interno dai dipendenti della tech corporation.

Poi ancora, sempre negli ultimi giorni, due dei più grandi fondi di investimento hanno subito l’incapacità di modificare la propria cultura finanziaria «riportando notevoli perdite dirette e di rendimento» sottolineano gli analisti di Solar Power Network.

 
Black Rock e Vanguard hanno infatti respinto le proposte dei propri soci investitori di spostare il focus su temi riconducibili alla sostenibilità ambientale ed alle rinnovabili (report Solar Power Network tratto da TheGuardian)

Insomma molti colossi sono ancora miopi. «Non hanno ancora capito che le rinnovabili aiutano le quotazioni borsistiche» osservano gli analisti di Solar Power Network (SPN). «Anche perché la finanza considera la sostenibilità ambientale e la propensione a sviluppare business riconducibili a tecnologie orientate a contrastare la crisi climatica come elemento fondamentale per il futuro delle aziende» essi sostengono.

«Dove hanno fallito i politici, sono riuscite le semplici persone attraverso il mercato e le loro scelte, attraverso il loro gesti quotidiani» sostiene con ottimismo l’ingegner Peter Goodman.

La domanda che si pongono gli analisti di Solar Power Network , la multinazionale canadese che, dal Canada agli Stati Uniti passando per il Giappone e per l’Australia ha già cambiato il mercato del fotovoltaico in tutto il mondo e lo sta cambiando ora anche in Italia, è ora la seguente: «can we have capitalism and a planet?». E, proprio come Barack Obama, si danno anche una risposta: «yes we can».

Gli analisti della multinazionale osservano come sempre più spesso assistiamo al sollevarsi di sempre più voci della società civile che si interrogano non solo su quanto possa essere giusto continuare a fondare un modello di business sulle fonti fossili -o su ciò che è più dannoso per il Pianeta- ma addirittura sulla necessità di non continuare ad avere più relazioni commerciali, seppure molto proficue, con loro.

«E, quotidianamente, nella nostra esperienza operativa, vediamo sempre più aziende spinte dalla pressione socio-ambientale, divenuta oggetto della trattativa commerciale dei loro servizi o prodotti con i clienti, e quindi necessitate a dover trovare un partner affidabile ed efficace che possa produrre risultati rapidi verso la decarbonizzazione» spiegano gli analisti di Solar Power Network – SPN.

«Le nostre strategie ed il nostro impegno sono concentrate nel trovare soluzioni di impiego della tecnologia solare per la produzione di elettricità green che possano ottenere risultati concretamente misurabili in appena 6 mesi. E l’Italia sta divenendo il centro, il punto di partenza di questa rivoluzione che a nostro giudizio farà la differenza per il successo del business delle aziende in futuro. Per una multinazionale, così come per una media impresa, la rapidità è oggi fondamentale per rispondere alla competitività green imposta dai consumatori» sostiene Paolo Baldinelli, managing director di SPN Italia 

Dalle onde radio di Marconi al 5G, incontro in Campidoglio a Roma

Il radiomobile e l’accesso a larga banda sono conseguenze dirette delle teorie di Gugliemo Marconi e degli esperimenti che svolse dal 1895 al 1937.

di Romolo Martelloni

 «Dalle onde radio di Marconi al 5G e al Fixed Wireless Access» è il titolo del convegno svoltosi ieri in Campidoglio, nella sala della Protomoteca, con il patrocinio della Regione Lazio, l’assessorato Roma Semplice di Roma Capitale e il Comune di Santa Marinella. L’incontro, è stato organizzato dal CReSM, il Centro Radioelettrico Sperimentale Marconi), l’Aict (Society di Aeit per le Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni), lo Science Park Marconi di Torre Chiaruccia (Comune di Santa Marinella) e coordinato tra gli altri da Rita Farnitano. Ospite d’onore molto applaudita Elettra Marconi, figlia dello scienziato premio Nobel.  Nella vita e negli studi di Guglielmo Marconi innumerevoli sono state le anticipazioni delle caratteristiche che poi ha assunto la società moderna. Il radiomobile e l’accesso a larga banda sono conseguenze dirette delle sue teorie e degli esperimenti che svolse dal 1895 al 1937. Il 10 dicembre 1909 a Stoccolma Guglielmo Marconi ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisica, insieme con Karl F. Braun, con la motivazione «per il contributo allo sviluppo del telegrafo senza fili». Alla fine del 1933 Marconi compì un lungo viaggio in Cina, che si concluse a Shangai. L’inventore della radio fu certamente un precursore della globalizzazione e della società della conoscenza. Per ricordare questi due eventi, l’Ambasciatore di Svezia a Roma e il primo segretario dell’ambasciata cinese a Roma sono intervenuti al convegno per porgere un breve indirizzo di saluto. Il convegno ha messo a confronto le opinioni di costruttori di apparati e terminali, di operatori di telecomunicazione, di fornitori di servizi e di installatori, sui temi più dibattuti nel processo di pianificazione e allestimento delle nuove reti radio. Nel corso del convegno si e’ fatto anche il punto sull’attualità della ricerca scientifica che è alla base dell’evoluzione dell’intero settore delle comunicazioni radio. 

 L’on. Marco Silvestroni, della Commissione Attivita’ Produttive della Camera, portanto i saluti del Parlamento, ha focalizzato il suo intervento riguardo il 5G, ”che in fatto di tecnologia e alla connessione e’ esponenziale rispetto all’ attuale”. Dopo aver sottolineato come Gugliemo Marconi ”e’ stato tra i grandi italiani che hanno fatto la storia di questo paese e del mondo”, il parlamentare di Fdi ha brevemente illustrato la mozione presentata proprio sul 5G nei giorni scorsi, in cui si sottolinea come ”in tema di competitivita’ occorre tener conto sia di una prospettiva di impatto economico diretto per la realizzazione delle infrastrutture, che di un impatto economico indiretto generato dai nuovi servizi che il 5G e’ in grado di favorire”. Nella mozione, sottolineando come alla questione neostrategica si sovrappone almeno in parte il problema della cybersecurity, riconducibile alla tutela dei diritti economici, civili e politici dei cittadini, Silvestroni chiede che ad affrontare la questione sia l’Agcom, l’Agcm, il garante della privacy e anti enti ed agenzie anche europei competenti in materia.  

European Business Awards 2019: premiata Tecno per l’Italia per il “The Customer and Market Engagement Award”

L’azienda è stata premiata da Deloitte a maggio per il secondo anno consecutivo tra le Best Managed Companies italiane

Giovanni Lombardi (Presidente Tecno): “Orgogliosi di rappresentare il Paese alle finali di Varsavia. Questo premio è il segnale di come servizi come i nostri KontrolON e la Control Room 3D siano in grado di rappresentare i bisogni delle imprese

Adrian Tripp (CEO degli European Business Awards): “Tecno è un leader eccezionale nel suo settore. Essere scelto come vincitore nazionale significa rientrare nelle migliori aziende d’Europa”.

Gli European Business Awards 2019 premiano Tecno (www.tecnosrl.it) come Campione Nazionale. Tecno, Esco certificata dal 2005, specializzata in servizi di efficientamento energetico e per la sostenibilità ambientale, è stata selezionata come migliore azienda italiana 2019 nella categoria “The Customer and Market Engagement Award” e rappresenterà il nostro Paese nella finalissima del concorso, in programma in Polonia a Varsavia il 3 e 4 dicembre.
Al premio si sono candidate oltre 120 mila aziende provenienti da 33 paesi.

 Tecno è stata tra le prime imprese a promuovere in Italia il servizio di Control Energy Management, conta oggi oltre 2800 aziende clienti in tutti i settori produttivi. Fondata nel 1999, è leader nei servizi alle imprese per il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale in chiave di Industria 4.0. Con sedi in Italia, a Milano, Bologna e Napoli, e all’estero, a Berlino e Parigi, Tecno è un punto di riferimento anche nei processi digitali applicati a tutti i tipi di prodotti al servizio delle aziende. La digitalizzazione dei processi produttivi, infatti, rende possibile ai clienti migliorare ed efficientare la produttività e risparmiare tempo e risorse.
A maggio Deloitte ha premiato per il secondo anno consecutivo Tecno tra le Best Managed Companies italiane.
 Tecno è anche in Elite (https://www.elite-network.com/), il programma internazionale nato in Borsa Italiana nel 2012 in collaborazione con Confindustria e dedicato alle aziende più ambiziose, con un modello di business solido ed una chiara strategia di crescita ed è un’azienda fortemente impegnata nel mecenatismo. Sostiene, tra l’altro,  Rivelazioni – Finance for Fine Arts, il progetto promosso da Borsa Italiana finalizzato al reperimento di risorse per il restauro e la digitalizzazione di opere d’arte provenienti dai più importanti musei italiani, riportate a una migliore leggibilità e restituite in modo permanente alla fruizione collettiva.

EBA, gli European Business Awards, sono una delle più prestigiose competizioni aziendali al mondo,  giunta alla dodicesima edizione e il cui scopo principale è sostenere lo sviluppo di una Comunità imprenditoriale più forte e di maggior successo in tutta Europa. Tecno era stata selezionata, nel luglio scorso, insieme 2.753 realtà internazionali, di cui 198 italiane Ones to Watch. Aziende ‘da guardare’, imprese modello, eccellenze assolute perché ricche dei valori fondamentali su cui si basano le nomine EBA: innovazione, successo ed etica.
Una selezione dura e rigorosa, quella che conduce prima ad essere annoverate tra le Ones to Watch, poi al titolo di Campione Nazionale. Una selezione affidata ad una giuria indipendente di alto profilo, composta da leader aziendali, politici e accademici.
La due giorni finale di Varsavia, che coinvolgerà tutti i vincitori delle 18 categorie afferenti al concorso, costituirà l’occasione per partecipare sia a un vertice improntato su business e affari (i due grandi temi del concorso europeo), sia alla cerimonia di gala, in cui saranno annunciati i vincitori della categoria generale per gli European Business Awards 2019.

“Tecno- dichiara Adrian Tripp (CEO degli European Business Awards)- è un leader eccezionale nel suo settore. Essere scelto come vincitore nazionale significa rientrare nelle migliori aziende d’Europa”.

 “Rientrare tra le Ones To Watch- dichiara il Presidente di Tecno Giovanni Lombardi- è stata una grande gioia, ma diventare rappresentanti della nostra ‘categoria’, con la nomina a EBA National Winner 2019, è motivo di orgoglio per tutti coloro che operano nella nostra azienda. Siamo felici di rappresentare l’Italia in Europa grazie non soltanto alla qualità delle tecnologie adottate e all’alto tasso di innovazione dei servizi, ma anche alla dedizione e all’entusiasmo di tutti i nostri collaboratori, il primo grande valore dell’azienda. Sentiamo la responsabilità di aprire un confronto sulle competenze e di dimostrare che, con la professionalità e con un’adeguata guida strategica, si può arrivare ovunque.

Forte Secur Group presenta a Dubai il progetto per la sicurezza a Expo 2020

Salvatore Forte: la nostra tecnica Best riduce i tempi di controllo garantendo elevatissimi standard di sicurezza. L’azienda leader nell’Aviation Security l’ha presentato ad AVSEC Global

“Dubai sarà sede dell’Expo 2020, un’occasione perfetta per applicare le nostre metodologie su vasta scala, come abbiamo fatto per le Olimpiadi Invernali di Torino 2006. 

Il nostro progetto per l’esposizione mondiale del 2020 si basa su una formazione ad hoc degli addetti che si occuperanno di security e controllo accessi; i corsi sono specificatamente studiati per trovare applicazione nei contesti più complessi e potenzialmente problematici, in cui si prevedono importanti flussi umani da gestire. In questi eventi di massa le tempistiche del controllo accessi devono essere ridotte al minimo garantendo costantemente un altissimo livello di sicurezza.”

Salvatore Forte, fondatore di Forte Secur Group, ( https://www.fortesecurgroup.com) spiega così il progetto realizzato per l’Expo.

Forte Secur Group è tra i principali player in Italia ad occuparsi a 360 gradi della corporate security per le più importanti aziende italiane, alcune delle quali lavorano in settori strategici per l’interesse nazionale. Forte Secur Group è leader nel  comparto dell’aviation security: da 15 anni infatti, grazie all’expertise del fondatore Salvatore Forte, Auditor ed Istruttore Certificato Enac, ha una business unit Aviation che si occupa di consulenza, formazione e servizi di sicurezza aeroportuale.

Il progetto è stato anche presentato negli ultimi giorni alle istituzioni locali e in occasione di AVSEC Global, la quarta edizione del simposio mondiale incentrato sull’aviation security, che si è tenuta a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.

“Non esistono progetti uguali al nostro né per contenuti né per struttura. La nostra partecipazione con la tecnica BeST – prosegue Forte – punta a dimostrare i risultati raggiungibili grazie all’implementazione delle nostre idee innovative. 

La tecnica BeST, che abbiamo presentato a Dubai, si focalizza proprio su questi due aspetti: riduzione dei tempi di controllo e mantenimento dell’elevato standard di sicurezza richiesto dalle circostanze. Tutto ciò si può ottenere solo puntando sul fattore umano, visto che la tecnologia ha già raggiunto livelli molto elevati e, per il momento, difficilmente innalzabili. Agire sul potenziale umano costituisce la vera e innovativa sfida per formare operatori di security capaci, equilibrati e consapevoli delle potenziali minacce, in grado di assorbirne e sopportarne lo stress”.

Sempre in tema di aviation security, Forte Secur Group è anche il punto di riferimento in Italia per la formazione, grazie ad un’Academy strutturata con quattro Istruttori Certificati dall’Enac, che nel solo 2018 ha formato e certificato più di duemila e quattrocento dipendenti di società aeroportuali e aeree.
Con un fatturato aggregato di  oltre 8 milioni, 170 dipendenti,  quartieri generali a Treviso e Milano e un risultato operativo raddoppiato nel triennio 2016-2018, Forte Secur Group è ormai un punto di riferimento nel panorama  dei provider innovativi nella corporate security.

AVSEC Global
Organizzato da Emirates Group Security, l’evento ha visto alternarsi sul palco oltre 30 presentazioni tenute da speakers scelti dalle più importanti società ed agenzie di security a livello mondiale, dalla FBI alla DEA. Neuroscienziati, analisti comportamentali, influencer e direttori di agenzie di sicurezza si sono confrontati sulle nuove sfide dell’aviation security per favorire l’interscambio di idee e trovare nuovi ed efficaci strumenti per affrontare e vincere le sfide del prossimo futuro.
Ad AVSEC Global, inaugurato dallo sceicco di Dubai Ahmed Bin Saaed AL Maktoum, sono intervenuti fra gli altri Sir Tim Clark, presidente della compagnia Emirates Airline. All’evento hanno partecipato le delegazioni di oltre 400 società e agenzie specializzate nel settore oltre ai 25 maggiori sponsor di questa edizione. “Il simposio – sottolinea Forte – assicurando un confronto di idee e proposte sull’aviation security, traccia le linee per risolvere i problemi di sicurezza nel prossimo futuro”.

Cybersecurity, spesso una trappola – Cybersecurity, often a trap

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, spesso una trappola

Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno!

Ogni volta che sento la parola “sicurezza”, mi pongo una domanda, la sicurezza di chi? A che prezzo? Per quanto tempo? Far leva sulla paura è una vecchia tecnica, l’Italia sa bene cosa ha rappresentato il terrorismo, la strategia della tensione. Abbiamo assistito con sgomento all’11 settembre, ascoltato con incredulità alle varie commissioni d’indagine e alle ritorsioni avvenute dopo. Purtroppo, però molte cose non sono chiare. Certe relazioni tra chi doveva garantire la sicurezza e chi invece l’ha minata, tra forze politiche e sistemi di sicurezza che tali non sono stati, se non per servire meccaniche altre.

La “primavera araba”, uno dei più lampanti esempi di manipolazione e interferenza da parte di “agenzie per sicurezza” straniere in barba alla sovranità nazionale di uno stato o regione. Vogliamo parlare della Libia? Ucraina? Vogliamo parlare della strage di “Ustica” ecc. ecc.  Ci aspettiamo che adesso tutti siano diventati buoni? Che ci si possa fidare? L’ultima moda in campo digitale e la “Cybersecurity” ovvero la vigilanza e il controllo della congruenza dei sistemi digitali e delle loro applicazioni e funzionamento. Come spesso accade per le mode quello della Cybersecurity è un fenomeno legato in parte da un reale bisogno, in parte creato per dissimulare un pericolo che non si sa bene come affrontare. Viene poi commercializzato per il grande pubblico sfruttando la stessa strategia del terrore messa in pratica in altri campi, ma il pericolo è reale.

Spesso si affacciano giullari e profeti che fino a ieri nulla sapevano di questo argomento e che oggi scrivono libri e trattati. Il mercato si riempie di strumenti e applicazioni che dovrebbero rendere “sicuro” l’ambiente digitale ma che spesso a nulla servono se non a rubarci i soldi. Come difendersi? Purtroppo, le istituzioni sono prive di quegli strumenti necessari per una reale gestione del problema. Questo è quello che accade nei luoghi di frontiera, in questo caso una frontiera tecnologica che ci travolge tutti. Le regole sono più blande, i controlli più difficili, il bisogno di risorse e la speranza di guadagni fa spesso dimenticare i rischi di questo modo di incedere. Così in questo caos (forse voluto) si demanda a terzi il controllo e la gestione di questo problema strategico per la democrazia, per i diritti umani, per il nostro coesistere e vivere. Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno! Perché coloro che sono chiamati a dare il loro parere e supporto si trovano in conflitto d’interessi. Sarebbe come chiedere a una casa farmaceutica di curare le cause di una malattia e non i suoi sintomi. Ma come se ne esce?

La soluzione non è indolore né nuova, bisogna creare degli osservatori che siano in grado di raccogliere informazioni e dare delle linee guida, dobbiamo impegnarci per comprendere collaborando con tecnici, fisici, medici, ricercatori, riportando la tecnologia al servizio dell’evoluzione della specie umana, l’etica negli ambienti di lavoro, l’amore nel costruire e condividere. Se non fermiamo questa frenesia tecnologica e non ritroviamo dei valori condivisi saremo presto vittime della nostra incapacità di proteggere i fondamentali diritti umani. Dobbiamo creare dei luoghi sicuri perché l’utilizzo e l’abuso che stiamo facendo di queste tecnologie ci lascia vulnerabili ed esposti, preda di multinazionali senza scrupoli, di governi e istituzioni tiranniche. I danni torno a ripeterlo sono tutt’altro che virtuali. 

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, often a trap

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody!

Every time I hear the word “safety,” I ask myself a question, the safety of whom? At what price? For how long? Leveraging fear is an old technique, Italy knows well what terrorism represented, the strategy of tension. We watched with dismay at 9/11, listened with disbelief to the various committees of inquiry, and the retaliation that took place afterwards. Unfortunately, however, many things are unclear. Certain relations between those who were supposed to guarantee safety and those who undermined are not clear, between political forces and security systems, that where not so secure at list not for us.

The “Arab Spring”, one of the most glaring examples of manipulation and interference by foreign security agencies in the face of the national sovereignty of a state or region, do we want to talk about Libya? Ukraine? We want to talk about the massacre of “Ustica” etc. etc.  Do we expect everyone to be good now? Who are you going to trust? The latest fashion in the digital field is: “Cybersecurity”.  The vigilance and control of the congruence of digital systems and their applications and operations. As is often the case with fashions, Cybersecurity is a phenomenon linked in part to a real need, partly created to disguise a danger that you don’t quite know how to deal with. It is then marketed to the general public by exploiting the same strategy of terror put into practice in other fields, but the danger is real.

Often there are jesters and prophets who until yesterday knew nothing about this subject and who today write books and treatises. The market is filled with tools and applications that should make the digital environment “safe” but often serve nothing except to steal our money. How to defend yourself? Unfortunately, the institutions lack the necessary tools for real management of the problem. This is what happens in border places, in this case a “technological frontier” that is everywhere and overwhelms us all. In this border places rules are blander, the controls more difficult, the need for resources and the hope of gains often makes us forget the risks of this way proceeding. So, in this chaos (perhaps wanted) third parties are asked to control and manage this strategic problem for democracy, for human rights, for our coexistence and lives.

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody! Because those who are called to give their opinion and support find themselves more often than non in conflict of interest. It would be like asking a pharmaceutical company to treat the causes of a disease and not its symptoms. But how do you get out of it? The solution is neither painless nor new, we need to create observatory that are able to gather information and give guidelines, we must work to understand by collaborating with technicians, physicists, doctors, researchers, we need to bringing the technology back to the service of human evolution, we need to bring back ethics in the workplace, we need to reintroduce the word love in the workplace. If we do not stop this technological frenzy and find shared values, we will soon be victims of our inability to protect our fundamental human rights. We must create a safe environment because the use and abuse we are making of these technologies leaves us vulnerable and exposed, prey to unscrupulous multinationals company, governments and tyrannical institutions. The damage I repeat is far from virtual.

Cybersecurity, spesso una trappola – Cybersecurity, often a trap

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, spesso una trappola

Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno!

Ogni volta che sento la parola “sicurezza”, mi pongo una domanda, la sicurezza di chi? A che prezzo? Per quanto tempo? Far leva sulla paura è una vecchia tecnica, l’Italia sa bene cosa ha rappresentato il terrorismo, la strategia della tensione. Abbiamo assistito con sgomento all’11 settembre, ascoltato con incredulità alle varie commissioni d’indagine e alle ritorsioni avvenute dopo. Purtroppo, però molte cose non sono chiare. Certe relazioni tra chi doveva garantire la sicurezza e chi invece l’ha minata, tra forze politiche e sistemi di sicurezza che tali non sono stati, se non per servire meccaniche altre.

La “primavera araba”, uno dei più lampanti esempi di manipolazione e interferenza da parte di “agenzie per sicurezza” straniere in barba alla sovranità nazionale di uno stato o regione. Vogliamo parlare della Libia? Ucraina? Vogliamo parlare della strage di “Ustica” ecc. ecc.  Ci aspettiamo che adesso tutti siano diventati buoni? Che ci si possa fidare? L’ultima moda in campo digitale e la “Cybersecurity” ovvero la vigilanza e il controllo della congruenza dei sistemi digitali e delle loro applicazioni e funzionamento. Come spesso accade per le mode quello della Cybersecurity è un fenomeno legato in parte da un reale bisogno, in parte creato per dissimulare un pericolo che non si sa bene come affrontare. Viene poi commercializzato per il grande pubblico sfruttando la stessa strategia del terrore messa in pratica in altri campi, ma il pericolo è reale.

Spesso si affacciano giullari e profeti che fino a ieri nulla sapevano di questo argomento e che oggi scrivono libri e trattati. Il mercato si riempie di strumenti e applicazioni che dovrebbero rendere “sicuro” l’ambiente digitale ma che spesso a nulla servono se non a rubarci i soldi. Come difendersi? Purtroppo, le istituzioni sono prive di quegli strumenti necessari per una reale gestione del problema. Questo è quello che accade nei luoghi di frontiera, in questo caso una frontiera tecnologica che ci travolge tutti. Le regole sono più blande, i controlli più difficili, il bisogno di risorse e la speranza di guadagni fa spesso dimenticare i rischi di questo modo di incedere. Così in questo caos (forse voluto) si demanda a terzi il controllo e la gestione di questo problema strategico per la democrazia, per i diritti umani, per il nostro coesistere e vivere. Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno! Perché coloro che sono chiamati a dare il loro parere e supporto si trovano in conflitto d’interessi. Sarebbe come chiedere a una casa farmaceutica di curare le cause di una malattia e non i suoi sintomi. Ma come se ne esce?

La soluzione non è indolore né nuova, bisogna creare degli osservatori che siano in grado di raccogliere informazioni e dare delle linee guida, dobbiamo impegnarci per comprendere collaborando con tecnici, fisici, medici, ricercatori, riportando la tecnologia al servizio dell’evoluzione della specie umana, l’etica negli ambienti di lavoro, l’amore nel costruire e condividere. Se non fermiamo questa frenesia tecnologica e non ritroviamo dei valori condivisi saremo presto vittime della nostra incapacità di proteggere i fondamentali diritti umani. Dobbiamo creare dei luoghi sicuri perché l’utilizzo e l’abuso che stiamo facendo di queste tecnologie ci lascia vulnerabili ed esposti, preda di multinazionali senza scrupoli, di governi e istituzioni tiranniche. I danni torno a ripeterlo sono tutt’altro che virtuali. 

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, often a trap

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody!

Every time I hear the word “safety,” I ask myself a question, the safety of whom? At what price? For how long? Leveraging fear is an old technique, Italy knows well what terrorism represented, the strategy of tension. We watched with dismay at 9/11, listened with disbelief to the various committees of inquiry, and the retaliation that took place afterwards. Unfortunately, however, many things are unclear. Certain relations between those who were supposed to guarantee safety and those who undermined are not clear, between political forces and security systems, that where not so secure at list not for us.

The “Arab Spring”, one of the most glaring examples of manipulation and interference by foreign security agencies in the face of the national sovereignty of a state or region, do we want to talk about Libya? Ukraine? We want to talk about the massacre of “Ustica” etc. etc.  Do we expect everyone to be good now? Who are you going to trust? The latest fashion in the digital field is: “Cybersecurity”.  The vigilance and control of the congruence of digital systems and their applications and operations. As is often the case with fashions, Cybersecurity is a phenomenon linked in part to a real need, partly created to disguise a danger that you don’t quite know how to deal with. It is then marketed to the general public by exploiting the same strategy of terror put into practice in other fields, but the danger is real.

Often there are jesters and prophets who until yesterday knew nothing about this subject and who today write books and treatises. The market is filled with tools and applications that should make the digital environment “safe” but often serve nothing except to steal our money. How to defend yourself? Unfortunately, the institutions lack the necessary tools for real management of the problem. This is what happens in border places, in this case a “technological frontier” that is everywhere and overwhelms us all. In this border places rules are blander, the controls more difficult, the need for resources and the hope of gains often makes us forget the risks of this way proceeding. So, in this chaos (perhaps wanted) third parties are asked to control and manage this strategic problem for democracy, for human rights, for our coexistence and lives.

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody! Because those who are called to give their opinion and support find themselves more often than non in conflict of interest. It would be like asking a pharmaceutical company to treat the causes of a disease and not its symptoms. But how do you get out of it? The solution is neither painless nor new, we need to create observatory that are able to gather information and give guidelines, we must work to understand by collaborating with technicians, physicists, doctors, researchers, we need to bringing the technology back to the service of human evolution, we need to bring back ethics in the workplace, we need to reintroduce the word love in the workplace. If we do not stop this technological frenzy and find shared values, we will soon be victims of our inability to protect our fundamental human rights. We must create a safe environment because the use and abuse we are making of these technologies leaves us vulnerable and exposed, prey to unscrupulous multinationals company, governments and tyrannical institutions. The damage I repeat is far from virtual.

Levol-App: piattaforma europea digitale per la gestione dei volontari

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, a Cori, il meeting tra esperti del terzo settore per il lancio della versione definitiva

Dal 29 Settembre al 2 Ottobre, la città di Cori (LT), ospiterà un altro meeting europeo organizzato dall’Informa-Giovani del Comune di Cori con la collaborazione dell’Associazione Arcadia. Esperti di no-profit, associazionismo e volontariato si incontreranno nella Biblioteca comunale “Elio Filippo Accrocca” nell’ambito del partenariato europeo “Levol-App”, acronimo che sta per “Piattaforma digitale di formazione professionale del volontariato e del terzo settore”. 

Saranno presenti operatori di realtà impegnate nel terzo settore e provenienti da Spagna (Neo-Sapiens), Slovacchia (Platforma dobrovolnickych centier a organizacii), Gran Bretagna (Birmingham Voluntary Service Council), Italia (Futuro Digitale) e Portogallo (Pista Magica). Data l’importanza dell’appuntamento coordinerà gli interventi un responsabile dell’agenzia nazionale portoghese capofila del progetto.

Si parlerà dei progressi fatti, delle esperienze locali di coinvolgimento e del futuro. L’incontro operativo però si concentrerà sul lancio della versione definitiva della piattaforma (learning.levol-app.eu), gratuita e pensata per chi opera nel solidale. Realizzata in cinque lingue, permette a chi vi accede di poter studiare del materiale di alta qualità sulla pratiche di gestione dei volontari e scaricare documenti operativi che possano essere di supporto per le azioni quotidiane delle associazioni.

“Finora oltre 100 organizzazioni da tutta Europa hanno testato la piattaforma e partecipato alla formazione online – spiega Marco De Cave, referente locale del servizio – Come Informa-Giovani siamo soddisfatti del lavoro fatto e di quanto stiamo proiettando l’immagine di Cori in Italia e all’estero, investendo fondi europei, sempre più importanti per noi e per tutti. Sarà l’occasione per 10 esperti europei di conoscere la cultura del nostro territorio e il forte cuore solidale della nostra comunità”.

Stanno vendendo e violentando le nostre “anime digitali”

di emigrazione e di matrimoni

Stanno vendendo e violentando le nostre “anime digitali”

Si incomincia a parlare di un virus informatico che intacca le SIM (hardware) attraverso un sms. Simjacker, questo è il nome del virus, circola già da qualche anno e trasformerebbe il telefono cellulare in una microspia.

di Gabriele Andreoli

Sono rientrato dal MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) uno dei luoghi sacri per la ricerca, l’innovazione e lo studio. Con alcuni professori si è parlato di un nuovo progetto con al centro due parole chiave: amore e tecnologia. Questo progetto ha il fine di sottolineare il bisogno che abbiamo di umanizzare e riportare i sentimenti e l’uomo al centro dell’interesse e della ricerca, mentre ora il profitto e il suo sfruttamento sono protagonisti. La sensazione è ovunque la stessa, stiamo perdendo il controllo e alcuni stanno sfruttando per fini commerciali l’intelligenza artificiale, gli algoritmi per la modificazione del comportamento, stanno vendendo e violentando le nostre “anime digitali”. Eppure, siamo ancora in pochi a parlare di diritti umani e tecnologia, a chiedere chiarimenti e il rispetto delle Costituzioni. Non mancano le prove che si stia correndo troppo veloci. Ed ecco che si incomincia a parlare di un virus informatico che intacca le SIM (hardware) attraverso un sms. Simjacker, questo è il nome del virus, circola già da qualche anno e trasformerebbe il telefono cellulare in una microspia, la differenza rispetto agli altri sistemi e nel modo in cui lo fa, non più con sistemi esterni o attraverso programmi o malware che si inseriscono nel sistema operativo, ma attaccando direttamente “hardware” senza che l’utente se ne accorga.

Ma cosa ci importa, giusto? Tanto siamo pieni di applicazioni che ci monitorano e ci rubano i dati. Già, forse però non è proprio un bene far finta di nulla e pregare che non entrino nei nostri conti correnti o profili, o ci cancellino gli HD o il Cloud. Siamo sempre più dipendenti da mezzi di cui non possiamo fidarci né per proteggere i nostri segreti né per custodirli. Pensate se prendendo il vostro cellulare in mano vi accorgeste che tutti i dati sono scomparsi, o che tutti i numeri che avete sono stati contattati o peggio attaccati da hackers? La nostra sfera privata va difesa, non perché ci sia qualcosa da nascondere ma perché abbiamo il diritto di vivere la nostra intimità, ne abbiamo bisogno; è uno dei nostri diritti inalienabili. Perché proteggere noi vuol dire difendere coloro che amiamo, non è solo un diritto; ma un dovere.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

They are raping our “digital souls”

There is evidence of a computer virus that affects the SIM (hardware) of mobile devices (smart phones) through a text message. Simjacker, this is the name of the virus, has been circulating for some years and would turn the phone into a bug.

By Gabriele Andreoli

I have just returned in Italy from the MIT (Massachusetts Institute of Technology) one of the sacred places for research, innovation and study. With some professors there was talk about a new project with two key words: love and technology. This project aims to emphasize the need we have to humanize and bring back feelings and human to the center of interest and research, which now sees human exploitation and profit as protagonists. The Feeling is the same everywhere, we are losing control over technology and its use. Someone is tacking advantage, manipulating reality and our weaknesses for commercial purposes. Through artificial intelligence, behaviour modification algorithms are selling and raping our “digital souls”. And yet, we are still few talking about human rights and technology, asking for clarification, policies and respect of the Constitutions. There is no lack of evidence that we are running too fast, compromising our democracies and human rights. And here it is, as if that was not enough, that we start talking about a computer virus that affects the SIM (hardware) through a text message. Simjacker, this is the name of the virus, has been circulating for some years now and would transform the mobile phone into a bug, the difference from the other systems is the way it does it, no longer with external systems or through programs or malware that insert themselves in the operating system, but directly attacking “hardware” without the user noticing. But what do we care, right? We are so full of applications that monitor us and steal our data.

Yeah, but it’s not really a good thing to pretend nothing is happening, and limit our self to pray that they don’t enter into our bank accounts or profiles, or cancel our HD or our Cloud. We are increasingly dependent on means of which we cannot trust either to protect our secrets or to store them. Think, if you take your cell phone in your hand and notice that all the data has disappeared, or that all the numbers you have been contacted by strangers or worse attacked by hackers? Our private sphere must be defended, not because there is something to hide but because we have the right to live our intimacy, we need it; it is one of our inalienable rights. Because protecting us means defending those we love, it is not just our right; but our duty.

Le regole imposte dai social media assumono sempre più un orientamento contro i diritti umani

In Italia a insindacabile giudizio di Facebook il servizio viene negato e interrotto a quello o questo partito, o associazione, o persona.

Sono a Cape Code, MA, USA, arrivano segnali preoccupanti dal “bel paese” ma non solo. Mi sembra che si stia avverando la peggiore profezia Orwelliana. Oggi su Facebook sono iscritti 31 milioni di italiani, dai social passa l’80% dell’informazione, sui social si fanno le campagne elettorali. Non può e non dovrebbe essere considerato un “regno privato” dove le regole sono dettate da una multinazionale e più precisamente da un ragazzetto milionario che non ha nessun rimorso dei danni creati e di quelli che queste sue scellerate azioni continuano a creare. Abbiamo visto con le elezioni USA e Cambridge Analitica come le democrazie siano fragili, abbiamo visto FaceBook sperimentare diverse strategie, per esempio in Myanmar offrire internet gratis per aumentare il volume dei suoi affari con il bel risultato di aver alterato la situazione politica e molto realisticamente anche l’insorgenza di ritorsioni razziali. Questa piattaforma non è in grado, nè del resto ha il diritto di gestire a suo piacimento, la legge e gli equilibri globali. Eppure in barba alle costituzioni e alle regole più elementari sui diritti umani agisce discriminando indisturbata. Devo temere? Posso scrivere? parlare?  “posso esistere”? In Italia a insindacabile giudizio di Facebook il servizio viene negato e interrotto a quello o questo partito o associazione o persona.

Poco importa se gli esponenti politici “epurati” fanno parte di organizzazioni che per la legge italiana sono perfettamente legali, e se la nostra Costituzione all’articolo 21 recita “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Zuckerberg puó fregarsene e se ne frega, e nessuno (o quasi) dice nulla se le politiche attuate sono sovversive e incostituzionali, razziste e discriminatorie. Alcuni forse pensano che queste prove di dittatura planetaria siano accettabili, che i diritti umani poco contino, ma è un terribile errore che apre la porta ad immani sciagure, e che sta dilagando come un morbo e infettando la nostra società e vita reale (non che non sia reale su FB e Instagram). Stiamo perdendo il nostro diritto ad “esistere”, presto ci sarà solo moneta elettronica (già oggi senza una carta di credito sei emarginato), si parla di “Cip” elettronico per fini medicali, e del 5G il fantastico internet delle cose. Saremo tutti collegati o scollegati? Saranno “collegati” solo i “buoni”, i figli remissivi, passivi e schiavi di un sistema che non dà scampo. Non ci sarà più il bisogno di prigioni, basterà inviare un segnale e il dato individuo o gruppo, sarà de facto ghettizzato e punito, sarà “fatto fuori”, epurato. Dunque la nostra Costituzione non vale piú? Lo sforzo dei padri fondatori, per quanto perfettibile aveva lo scopo di tutelare tutti, di posare le basi per una crescita condivisibile e la coesistenza. Oggi è giusto alienare le nostre radici, storia, conquiste per sostituirli con contratti elettronici che nessuno legge? 

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